lunedì, giugno 20, 2005
Libri: pubblicata la storia della letteratura italoamericana
Roma, 20 giu. (Adnkronos) - ''Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti 1880 - 1943'' di Francesco Durante, edito da Mondadori, e' il secondo volume, dopo quello pubblicato nel 2001, di un lungo viaggio nell'esplorazione della storia e della letteratura degli italiani negli Stati Uniti. L'autore prende in esame il periodo cruciale della Grande Emigrazione concentrandosi sull'universo delle ''Little Italy'', veri e propri ghetti in cui gli idiomi, anche dialettali, delle origini non potevano non contaminarsi con la lingua del nuovo mondo. Nel volume, articolato in cinque sezioni, vengono presentati un'ottantina di autori con i loro testi, per la maggioranza inediti, preziose testimonianze di uomini alla disperata ricerca di nuovi orizzonti e nuovi spazi in cui trapiantare le proprie radici.
L'autore svela, cosi', il mondo oscuro e inquietante della ''Mano Nera'' e di un Al Capone nell'inusuale ruolo dell'intervistato; gli sterminati romanzi ciclici di Bernardino Ciambelli, il cantore dei ''Misteri'' di Mulberry Street e le esilaranti macchiette di Eduardo Migliaccio e Giovanni De Rosalia; i drammi a forte tinte di Riccardo Cordiferro, singolare profilo di intellettuale a tutto tondo, e l'insospettabile vena poetica di Rodolfo Valentino. La storia degli italiani si svela attraverso periodi cruciali, quali la grande stagione dell'anarchismo, del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario, che in Arturo Giovannitti e Carlo Tresca trovarono due protagonisti capaci di ergersi a una dimensione autenticamente americana.
Quello ricostruito da Durante e', insomma, il maestoso mosaico delle ''piccole Italie'', frammenti della grande anima italoamericana da sempre divisa tra e'lite acculturate e politicamente consapevoli e moltitudini anonime, afflitte dalla miseria e destinate ai lavori piu' umili. Lunghe ricerche negli archivi hanno reso possibile la minuziosa ricostruzione di fatti e biografie facendo di questo secondo volume uno strumento indispensabile per conoscere un mondo troppo a lungo ignorato dalla cultura italiana.
L'autore svela, cosi', il mondo oscuro e inquietante della ''Mano Nera'' e di un Al Capone nell'inusuale ruolo dell'intervistato; gli sterminati romanzi ciclici di Bernardino Ciambelli, il cantore dei ''Misteri'' di Mulberry Street e le esilaranti macchiette di Eduardo Migliaccio e Giovanni De Rosalia; i drammi a forte tinte di Riccardo Cordiferro, singolare profilo di intellettuale a tutto tondo, e l'insospettabile vena poetica di Rodolfo Valentino. La storia degli italiani si svela attraverso periodi cruciali, quali la grande stagione dell'anarchismo, del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario, che in Arturo Giovannitti e Carlo Tresca trovarono due protagonisti capaci di ergersi a una dimensione autenticamente americana.
Quello ricostruito da Durante e', insomma, il maestoso mosaico delle ''piccole Italie'', frammenti della grande anima italoamericana da sempre divisa tra e'lite acculturate e politicamente consapevoli e moltitudini anonime, afflitte dalla miseria e destinate ai lavori piu' umili. Lunghe ricerche negli archivi hanno reso possibile la minuziosa ricostruzione di fatti e biografie facendo di questo secondo volume uno strumento indispensabile per conoscere un mondo troppo a lungo ignorato dalla cultura italiana.
venerdì, giugno 10, 2005
Gli altoatesini di lingua tedesca e l?emigrazione evitata
Lettere al Corriere, 10 giugno 2005
Ho 28 anni. Sono andato per la prima volta in Alto Adige-Sud Tirolo tre anni fa, pieno di preconcetti. Ero convinto che
in Italia si dovesse parlare solo italiano e che gli altoatesini fossero solo gente che in fin dei conti voleva tornarsene in Austria. Ho parlato con loro e vissuto tra loro e devo dire che non � assolutamente vero.
1) Gli altoatesini non si sentono austriaci, n� tantomeno tedeschi, ma di cultura tedesca.
2) Parlano un dialetto simile al tedesco, ma non � tedesco. Ad esempio i bavaresi li capiscono un po', ma i tedeschi del Nord poco.
3)Sotto il Duce era stato loro offerto di emigrare in Austria senza alcun impedimento. Pochi lo fecero e quei pochi, dopo qualche anno, tornarono indietro. E non c?era ancora il boom del turismo o lo Statuto d?autonomia.
Valerio Botto, jenner31@libero.it
Caro Botto, dalla sua lettera, che mi spiace avere accorciato, ho scelto tre punti che meritano qualche osservazione. Sul sentimento nazionale dei tirolesi del Sud credo che lei abbia colto nel segno. Se potessero scegliere, preferirebbero l?Austria, ma la loro patria � la contea del Tirolo e i loro legami con Vienna furono sempre meno forti dell?antica lealt� dinastica per gli Asburgo. � certamente vero che il loro dialetto (uno dei tanti plattdeutsch parlati nell?area germanica) � pressoch� incomprensibile per gli austriaci e i tedeschi. Ne ebbi una conferma a Vienna nel 1949 quando mi precipitai alla stazione con altri giornalisti per intervistare, sulla via del ritorno, un gruppo di prigionieri italiani appena usciti dai campi di concentramento sovietici. Scoprii che erano tutti bolzanini, reclutati dalla Wehrmacht nel 1943 e spediti sul fronte orientale giusto in tempo per cadere nelle mani dell?Armata Rossa. Furono liberati perch� scelsero, dopo gli accordi De Gasperi- Gruber del 1947 sull?Alto Adige, di proclamarsi italiani e vennero trattati dai sovietici un po? meglio dei prigionieri tedeschi. Quando cominciammo a intervistarli ci accorgemmo che anche gli austriaci avevano molte difficolt� a capirli. Sulla loro emigrazione dalla provincia di Bolzano durante il fascismo, invece, occorre fare qualche precisazione. Quando Hitler si prese l?Austria nel marzo del 1938, Mussolini accett� ci� che pochi anni prima era riuscito a evitare. Ma ottenne che la Germania, a sua volta, accettasse di non rimettere in discussione la frontiera del Brennero. Nell?ottobre dell?anno seguente i due ministri degli Esteri, Ciano e Ribbentrop, conclusero un accordo che autorizz� la popolazione di lingua tedesca della provincia di Bolzano a scegliere fra le due nazionalit�. La maggior parte scelse di trasferirsi in Germania dove il Reich promise che avrebbe costruito, per accoglierla, alcuni borghi e villaggi in tutto simili a quelli da cui proveniva. La guerra rallent� il programma, ma nel 1942, quando andai a Bolzano per la prima volta, fui ospite di una simpatica famiglia di commercianti che aveva scelto la Germania ed era dal 1940 sul piede di partenza. L?armistizio italiano dell?8 settembre cambi� la situazione. Il governo di Hitler riconobbe la Repubblica sociale italiana, matratt� il Tirolo del Sud come un provincia del Reich e i sudtirolesi come cittadini tedeschi. Nonerano tedeschi,mabolzanini in uniforme della Wehrmacht i 33 soldati che morirono nell?attentato di via Rasella. Terminata la guerra, Alcide De Gasperi e ilministro degli Esteri austriaco Gruber fecero esattamente il contrario di ci� che Ciano eRibbentrop avevano fatto nell?ottobre del 1939. Tutti quelli che avevano deciso di andarsene ebbero il diritto di ritirare l?opzione e quasi tutti preferirono restare nella loro regione piuttosto che trasferirsi in Austria o Germania, Paesi ancora occupati dai vincitori. Quandofui mandato al consolato generale d?Italia a Innsbruck nel 1954 trovai uno stanzone pieno di fascicoli: erano le R�ckoptionen dei bolzanini che non erano mai partiti. Grazie al buon senso dei governi italiano e austriaco, l?Alto Adige fu una delle poche regioni �miste � d?Europa, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che non ebbe a soffrire di esodi e pulizie etniche.
Sergio Romano
Ho 28 anni. Sono andato per la prima volta in Alto Adige-Sud Tirolo tre anni fa, pieno di preconcetti. Ero convinto che
in Italia si dovesse parlare solo italiano e che gli altoatesini fossero solo gente che in fin dei conti voleva tornarsene in Austria. Ho parlato con loro e vissuto tra loro e devo dire che non � assolutamente vero.
1) Gli altoatesini non si sentono austriaci, n� tantomeno tedeschi, ma di cultura tedesca.
2) Parlano un dialetto simile al tedesco, ma non � tedesco. Ad esempio i bavaresi li capiscono un po', ma i tedeschi del Nord poco.
3)Sotto il Duce era stato loro offerto di emigrare in Austria senza alcun impedimento. Pochi lo fecero e quei pochi, dopo qualche anno, tornarono indietro. E non c?era ancora il boom del turismo o lo Statuto d?autonomia.
Valerio Botto, jenner31@libero.it
Caro Botto, dalla sua lettera, che mi spiace avere accorciato, ho scelto tre punti che meritano qualche osservazione. Sul sentimento nazionale dei tirolesi del Sud credo che lei abbia colto nel segno. Se potessero scegliere, preferirebbero l?Austria, ma la loro patria � la contea del Tirolo e i loro legami con Vienna furono sempre meno forti dell?antica lealt� dinastica per gli Asburgo. � certamente vero che il loro dialetto (uno dei tanti plattdeutsch parlati nell?area germanica) � pressoch� incomprensibile per gli austriaci e i tedeschi. Ne ebbi una conferma a Vienna nel 1949 quando mi precipitai alla stazione con altri giornalisti per intervistare, sulla via del ritorno, un gruppo di prigionieri italiani appena usciti dai campi di concentramento sovietici. Scoprii che erano tutti bolzanini, reclutati dalla Wehrmacht nel 1943 e spediti sul fronte orientale giusto in tempo per cadere nelle mani dell?Armata Rossa. Furono liberati perch� scelsero, dopo gli accordi De Gasperi- Gruber del 1947 sull?Alto Adige, di proclamarsi italiani e vennero trattati dai sovietici un po? meglio dei prigionieri tedeschi. Quando cominciammo a intervistarli ci accorgemmo che anche gli austriaci avevano molte difficolt� a capirli. Sulla loro emigrazione dalla provincia di Bolzano durante il fascismo, invece, occorre fare qualche precisazione. Quando Hitler si prese l?Austria nel marzo del 1938, Mussolini accett� ci� che pochi anni prima era riuscito a evitare. Ma ottenne che la Germania, a sua volta, accettasse di non rimettere in discussione la frontiera del Brennero. Nell?ottobre dell?anno seguente i due ministri degli Esteri, Ciano e Ribbentrop, conclusero un accordo che autorizz� la popolazione di lingua tedesca della provincia di Bolzano a scegliere fra le due nazionalit�. La maggior parte scelse di trasferirsi in Germania dove il Reich promise che avrebbe costruito, per accoglierla, alcuni borghi e villaggi in tutto simili a quelli da cui proveniva. La guerra rallent� il programma, ma nel 1942, quando andai a Bolzano per la prima volta, fui ospite di una simpatica famiglia di commercianti che aveva scelto la Germania ed era dal 1940 sul piede di partenza. L?armistizio italiano dell?8 settembre cambi� la situazione. Il governo di Hitler riconobbe la Repubblica sociale italiana, matratt� il Tirolo del Sud come un provincia del Reich e i sudtirolesi come cittadini tedeschi. Nonerano tedeschi,mabolzanini in uniforme della Wehrmacht i 33 soldati che morirono nell?attentato di via Rasella. Terminata la guerra, Alcide De Gasperi e ilministro degli Esteri austriaco Gruber fecero esattamente il contrario di ci� che Ciano eRibbentrop avevano fatto nell?ottobre del 1939. Tutti quelli che avevano deciso di andarsene ebbero il diritto di ritirare l?opzione e quasi tutti preferirono restare nella loro regione piuttosto che trasferirsi in Austria o Germania, Paesi ancora occupati dai vincitori. Quandofui mandato al consolato generale d?Italia a Innsbruck nel 1954 trovai uno stanzone pieno di fascicoli: erano le R�ckoptionen dei bolzanini che non erano mai partiti. Grazie al buon senso dei governi italiano e austriaco, l?Alto Adige fu una delle poche regioni �miste � d?Europa, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che non ebbe a soffrire di esodi e pulizie etniche.
Sergio Romano
lunedì, giugno 06, 2005
Donne, internet e open source
ITALIANS
Corriere della Sera, 5 giugno 2005
Cari Italians,
a proposito della lettera di Sara del 31 maggio 2005, su donne e internet, vi voglio raccontare una storia. A una conferenza di open source, qui alla mia universit� chiesi a un "guru" di un grande progetto open source come mai ci sono cos� poche donne che partecipano ai progetti open source e feci riferimento esplicito a una conferenza che si era tenuta da poco (era il 2004, ma nel tempo di internet un anno conta come 7), alla quale avevano partecipato 400 persone, di cui solo 2 donne. Lui mi rispose con distacco e umorismo nordico che le donne non partecipano ai progetti open source perch� hanno una vita fuori dal computer. I progetti open source, per i non addetti ai lavori, sono progetti che nascono e si sviluppano attraverso la rete internet e in cui si sviluppa software che poi viene usato sia per scopi amatoriali che commerciali. Si pensi all'esempio di Linux (il vero concorrente di Windows). Questo inverno ha tenuto una lezione, qui al NTNU di Trondheim, Richard Stallman, l'apostolo del software a sviluppo aperto. Tenne una lezione in cui i ragazzini (gli studenti universitari, quasi tutti maschi) gridavano come se fossimo a un concerto. Lui, Stalmann, si mise persino una specie di aureola in testa e tra le ovazioni e gli applausi, io gli chiesi: "perch� non ci sono donne secondo te nel mondo del software libero? Perch� oggi qui non ci sono donne?". Lui mi rispose "I do not know much about girls but I am glad today that I met a nice one". Forse ero io, ce ne erano cos� poche di vere "girls". Io certo non dissi che sono una professoressa di ingegneria del software (not very nice indeed) che da pi� di 10 anni insegna metodi, regole, e tecniche che lui aveva usato due ore per distruggere. E la cui distruzione era stata osannata dai nostri studenti. Il software Gnu (vedi l'editor emacs) funziona da 30 anni. L'open source � un modello di sviluppo del software a cui SUN, IBM, i grandi produttori stanno investendo e guardando con interesse. E noi donne, abbiamo una vita, siamo "nice"... Saluti a tutti,
Letizia Jaccheri, letizia@idi.ntnu.no
Corriere della Sera, 5 giugno 2005
Cari Italians,
a proposito della lettera di Sara del 31 maggio 2005, su donne e internet, vi voglio raccontare una storia. A una conferenza di open source, qui alla mia universit� chiesi a un "guru" di un grande progetto open source come mai ci sono cos� poche donne che partecipano ai progetti open source e feci riferimento esplicito a una conferenza che si era tenuta da poco (era il 2004, ma nel tempo di internet un anno conta come 7), alla quale avevano partecipato 400 persone, di cui solo 2 donne. Lui mi rispose con distacco e umorismo nordico che le donne non partecipano ai progetti open source perch� hanno una vita fuori dal computer. I progetti open source, per i non addetti ai lavori, sono progetti che nascono e si sviluppano attraverso la rete internet e in cui si sviluppa software che poi viene usato sia per scopi amatoriali che commerciali. Si pensi all'esempio di Linux (il vero concorrente di Windows). Questo inverno ha tenuto una lezione, qui al NTNU di Trondheim, Richard Stallman, l'apostolo del software a sviluppo aperto. Tenne una lezione in cui i ragazzini (gli studenti universitari, quasi tutti maschi) gridavano come se fossimo a un concerto. Lui, Stalmann, si mise persino una specie di aureola in testa e tra le ovazioni e gli applausi, io gli chiesi: "perch� non ci sono donne secondo te nel mondo del software libero? Perch� oggi qui non ci sono donne?". Lui mi rispose "I do not know much about girls but I am glad today that I met a nice one". Forse ero io, ce ne erano cos� poche di vere "girls". Io certo non dissi che sono una professoressa di ingegneria del software (not very nice indeed) che da pi� di 10 anni insegna metodi, regole, e tecniche che lui aveva usato due ore per distruggere. E la cui distruzione era stata osannata dai nostri studenti. Il software Gnu (vedi l'editor emacs) funziona da 30 anni. L'open source � un modello di sviluppo del software a cui SUN, IBM, i grandi produttori stanno investendo e guardando con interesse. E noi donne, abbiamo una vita, siamo "nice"... Saluti a tutti,
Letizia Jaccheri, letizia@idi.ntnu.no
