mercoledì, febbraio 26, 2003
Il segnalibro dell'APCCOME PROMUOVERE L'IMMAGINE DELL'ITALIA DI OGGI ALL'ESTERO
Il ruolo degli istituti italiani di cultura nella comunicazione dell'immagine dell'Italia
Gioacchino Lanza Tomasi Università di Palermo (già direttore IIC di New York)
"Tipologia degli istituti di cultura all’estero - Possibilità e finalità operative - Riforma degli istituti"
Grazie Paolo per questa presentazione, e grazie a Bologna, città che mi ha sempre bene accolto e che ho molto amato.
Con la parola a Rosselli ed a me si passa alle considerazioni degli operatori sul campo. È nostro compito illustrare sia il ruolo che cerchiamo di assolvere come dirigenti di istituto, sia anche le potenzialità e le difficoltà che incontriamo.
Se si chiedesse a un italiano di cultura medio alta quale ruolo svolgono gli istituti di cultura all’estero per la diffusione della nostra cultura questi probabilmente non sarebbe in grado di rispondere esaurientemente. Vi è anzi la possibilità che il ricordo degli istituti sia connesso alla dichiarazioni di qualche artista italiano sulla loro inutilità. Come è noto le cattive notizie fanno agio sulle buone, e qualche pronunciamento di Franco Zeffirelli o di un altro artista del giro internazionale, riportata dalla stampa, ampliata da qualche commento sul cattivo funzionamento della cosa pubblica di Vittorio Zucconi, potrebbe essere il principale riferimento rimasto impresso nella memoria.
Il dibattito sulla funzionalità e sulle mete degli istituti è vecchio di vent’anni. Esso ha portato in un primo tempo alla riforma del 1990 che ha stabilito una nuova posizione degli istituti all’interno del nostro organigramma statale. Ritengo che questo problema resti ancora abbastanza aperto, e lo è perché le funzioni, le attese che si ripongono negli istituti sono via via cresciute.
Originariamente l’attività degli istituti era principalmente rivolta alla diffusione della lingua italiana. Nel caso di New York posso indicarvi che sull’inizio degli anni ottanta all’interno della sede di proprietà dello Stato hanno operato fino a 30 unità. Fra queste si contavano 7-8 addetti e una decina di insegnanti di lingua italiana che prestavano servizio presso le scuole superiori o le università, il resto era costituito dai contrattisti locali. Si è così costituito un precariato e come conseguenza questi insegnanti hanno rivendicato un passaggio a ruolo negli istituti, il che è stato accordato, dietro verifica, con la legge del 1990. Contestualmente gli istituti ed il loro personale di ruolo hanno mutato il ministero di riferimento: da quello della Pubblica Istruzione sono passati nella pianta organica del Ministero degli Esteri. Con la legge di riforma del 1990 l’attività della promozione culturale acquista un maggior peso. E negli Stati Uniti essa diventa esclusiva. Difatti col passaggio a ruolo degli insegnanti di lingua viene a cessare il loro insegnamento nelle scuole. I corsi di lingua italiana per adulti negli Stati Uniti a differenza di altri paesi sono stati tenuti soltanto saltuariamente. A New York sono stati attivi soltanto nel periodo 1985-87, sono stati tenuti nei locali dell’Istituto e non hanno mai superato i 60 iscritti. Sono stati successivamente chiusi a seguito di un esposto di una associazione culturale italo americana la quale aveva sostenuto la illegittimità secondo la legge americana di tener corsi di italiano a pagamento da parte di un organo di un Governo estero che opera in regime di esenzione fiscale. Tale argomento era stato ritenuto valido dallo studio legale del Consolato generale e pertanto i corsi erano stati chiusi. Su sollecitazione della Direzione Generale delle Relazioni Culturali i corsi sono stati riaperti a New York nel 1998 appoggiandoli al Liceo italiano (la scuola Guglielmo Marconi) che opera in regime di fondazione culturale di diritto americano, ma la convivenza non è facile e gli spazi sono limitati. L’Istituto di Chicago ha anch’esso aperto corsi di italiano appoggiandosi ad una cooperativa di insegnanti. E così anche si è tentato a San Francisco. Ma i risultati sono esigui, si è sempre sui 50-60 iscritti. Il problema insuperabile, per quanto riguarda New York, è la disponibilità di locali dotati dei requisiti di agibilità necessari, attesi i fitti altissimi di Manhattan. Di conseguenza i 5 istituti degli Stati Uniti hanno operato soprattutto a Los Angeles e a New York (sono i soli 2 istituti le cui dimensioni superano quelli di un ufficio di rappresentanza) quali promotori dei massimi prodotti culturali del nostro paese all’interno della civiltà e della potenza economica americana. Ciò non significa che la loro opera fosse riconosciuta dall’opinione pubblica. Penso anzi che se si chiede ad un italiano di cultura media che cosa fanno gli istituti di cultura all’estero, se è un lettore di giornali, vi potrà dire basandosi sulle corrispondenze negative -esse fanno sempre più notizia delle positive- che le cose non sono andate per il meglio. D’altra parte questo è quanto riportano gli anchor-men della carta stampata. Come ho già accennato Franco Zeffirelli non manca, ad ogni suo ritorno a New York, di affermare che gli istituti sono inutili e che andrebbero chiusi, e a volte Vittorio Zucconi gli fa eco successivamente con un suo intervento su La Repubblica.
In realtà gli istituti sono realtà complesse ed è stato opportuno che i direttori abbiano cercato di difendere questa loro diversità od almeno la necessità di adattarsi alle circostanze locali, fattore indispensabile per convincere l’interlocutore straniero sulla utilità della rappresentanza culturale italiana nel suo paese. La cultura italiana è stata storicamente presente all’estero senza gli istituti, ma la loro funzione può esser fondamentale per rendere più agevoli i collegamenti fra istituzioni dotate di regole, procedure, se non anche valori di riferimento diversi. Ad esempio, negli Stati Uniti, e penso quasi ovunque, una occasione fondamentale di contatto è adoperarsi per snellire l’accesso a un sistema dei beni culturali difeso da una forte e centralizzata burocrazia. Questa opportunità s’impone non appena si sbarchi negli Stati Uniti, perché i rapporti dei musei o delle università col nostro paese sono turbati da una pronunciata incomprensione del nostro sistema burocratico. Gli Stati Uniti, e forse adesso noi non siam da meno, confidano nell’inchiesta d’opinione, ed è vano prendersela se i rilevamenti sono spiacevoli. Bisogna accettarli per quel che sono, perché il paese che li commissiona ha in loro fiducia. Un indice che appare sul New York Times un paio di volte all’anno rileva la facilità di commercio e di relazioni con tutti i paesi del globo. Esso si basa due accertamenti: il tasso di corruzione e il tasso di burocrazia. Per quanto riguarda il tasso di corruzione al primo posto abbiamo la Nigeria, all’ultimo la Danimarca, e il nostro paese, malgrado le note traversie, non sta poi tanto male, si colloca verso il 70° posto in una rosa di 120 paesi; se si passa alla burocrazia l’indice precipita, perché l’Italia si aggira nella rosa dei primi quindici per gli ostacoli burocratici. Questo dato va preso per quel che è, un dato oggettivo che, in quanto divulgato, predispone negativamente gli interlocutori, e chi opera all’interno degli istituti negli Stati Uniti ha modo di constatarlo in tempi relativamente brevi. Intendo dire che quando l’interlocutore ritiene di esser giunto ad un livello di amicizia espone questo punto di vista con arrogante franchezza.
Ritengo a questo punto utile proporvi una sorta di analisi comparata con altri istituti di nazioni europee attivi a New York. Un loro punto caratterizzante è la separazione dell’istruzione linguistica dalle attività di promozione culturale vera e propria. Nel Greek Institute, nella Goethe House, nella Alliance Française o negli istituti Cervantes le attività culturali sono complementari alla presenza dei corsi di lingua e ad una ben fornita biblioteca, specialmente di saggistica e letteratura contemporanea. In fondo la loro linea è quella degli istituti italiani anteriormente alla riforma, ma con un dispiego di mezzi ed una solidità istituzionale che i nostri non avevano raggiunto. I compiti di promozione culturale per questi paesi sono affidati ad altre organizzazioni. Esse possono esser società di diritto americano, come è il caso della Spagna, o nel caso della Francia un servizio diplomatico selezionato che arruola una rosa di esperti provenienti dall’accademia e dall’università grazie ad un sistema di mobilità orizzontale all’interno della pubblica amministrazione. Ogni sistema ha i propri pregi e difetti: quel che occorre tener presente è che la promozione culturale è stata ed è nei paesi occidentali oggetto di ricerca e di programmazione responsabile e professionale. Programmazione significa anche mete precise, e queste possono evidentemente esser differenti. I francesi , ad esempio, sono indubbiamente primi quanto a penetrazione nelle facoltà umanistiche e non soltanto in quelle. I Services Culturelles dell’Ambassade de France, situati a New York, finanziano quattro cattedre negli Stati Uniti, e i contatti fra gli istituti di istruzione universitaria francesi ed americani sono curati da sei normalisti divisi per competenze. Il risultato è che la ricerca filosofica, critica, economica, storiografica, sociologica francese di oggi è oggetto di ricerca negli Stati Uniti, mentre quella italiana è di fatto ignorata.
Il settore universitario rientra nei compiti curati dagli istituti, ma per la sua natura specialistica ha bisogno di personale apposito e di una dedizione costante, mentre gli istituti hanno piuttosto la caratteristica di organizzatori di eventi. I nostri istituti hanno pertanto una presenza di tipo generalistico. Ed in ciò sono più affini, anche se più ricchi, agli istituti dei paesi dell’Est europeo che a quelli delle grandi nazioni occidentali.
Va anche tenuto presente che piccoli paesi occidentali - quali Austria, Svizzera e Danimarca - operano secondo indirizzi specialistici. Austria e Svizzera, a mio avviso, hanno a New York gli istituti più efficaci, programmati quali vetrine culturali (il problema della lingua è affidato alle nazioni che maggiormente la rappresentano) e supportati dall’intero arco finanziario dei rispettivi paesi (dalla linea aerea di bandiera, alle principali banche e compagnie di assicurazione, oltre che da organizzazioni apposite supportate dai governi). Mentre i danesi hanno sviluppato un’iniziativa particolare sul design, affidata alla cura delle sei maggiori gallerie di Copenhagen. Il caso danese è appunto esemplare di quel che propone il titolo del nostro convegno, la promozione del "Made in Danemark" a livello elitista.
Vorrei adesso ricordare che Furio Colombo, purtroppo oggi assente, aveva, sulla base della sua esperienza di direttore dell’Istituto di New York, presentato un disegno di legge di iniziativa parlamentare sulla riforma degli istituti che prendeva in considerazione alcune esigenze dell’istituto di cultura quale promotore del "Made in Italy"nel settore culturale. Premetto che questa esigenza è maggiore laddove l’Istituto si trova ad operare in un grande centro internazionale e deve quindi distinguersi da una Casa della cultura italiana di supporto all’attività della rappresentanza diplomatica come avviene nelle capitali di piccoli paesi. La legge del 1990 teneva conto di tale esigenza e alcuni direttori nominati per chiara fama sono riusciti (ma occorre dire che alcuni direttori di ruolo sono anche stati all’altezza del compito) a stabilire fruttuosi rapporti con le istituzioni presenti nella sede dove hanno operato. In tali casi il direttore ha svolto le funzioni di console per le questioni culturali ed ha potuto esser di supporto alle presenze italiane già in atto e a volte suggerirne di nuove. Va anche detto però che sovente tali rapporti si sono spesso estinti con la cessazione del mandato. Il che è segnale di strutture sostanzialmente inadeguate, tanto per mezzi che per preparazione del personale
Per passare ad un suggerimento propositivo è opportuno conoscere le strutture preposte alla promozione culturale in Italia. Gli istituti hanno svolto fino alla riforma del 1990 una funzione promozionale orientata soprattutto verso l’insegnamento della lingua; spettacolo ed arti visive sono stati negli anni ottanta promossi generalmente attraverso grandi progetti affidati dalla Presidenza del Consiglio o dal Ministero degli Esteri ad agenzie specifiche, nella musica ad esempio al Cidim. Questo indirizzo prosegue tuttora: la Presidenza del Consiglio e il Ministero decidono alcuni interventi prioritari che vengono finanziati e gestiti da agenzie specifiche, di solito estranee alla rete degli istituti la quale interviene marginalmente quale supporto. Anche se le ambasciate e gli istituti inviano richieste specifiche, manca una via istituzionale, una tavola dove queste vengano esaminate e confrontate. Istituti ed ambasciate hanno come interlocutore la Direzione generale delle reazioni culturali, la quale ha una limitata disponibilità di fondi, e non possono presentare progetti al Dipartimento dello spettacolo e alla Presidenza del Consiglio. Questi, invece, ricevono i progetti -a volte danno l’incarico dei progetti ad agenzie private esterne, istituzionali o meno, come i teatri lirici o di prosa- senza che gli organi periferici intervengano in fase propositiva. Operando in un Istituto si ha l’impressione che lo Stato non lo consideri l’organo periferico delegato alla programmazione culturale, ma un punto di appoggio di secondo livello, che non ha competenze adeguate a progettare interventi culturali di rilevante importanza.
Nello spettacolo ciò è anche stabilito dalle regole del supporto finanziario: difatti possono accedere al finanziamento del Dipartimento gli operatori dello spettacolo o agenzie con loro autonomi progetti, ma non possono accedervi gli istituti o le ambasciate. Questo stato di fatto, ad esempio nel mio caso, ha significato, dopo un primo anno in cui sono riuscito ad avere un finanziamento che è stato circuitato dal Dipartimento dello spettacolo attraverso il Cidim, a dovervi rinunziare nei tre anni successivi del mio mandato, perché l’allora direttore del Dipartimento ritenne irregolare tale concessione, sostenendo che secondo legge l’Istituto non è l’organo delegato a tale tipo di attività e progettazione ed invitò pertanto il presidente del Cidim a ritirare la domanda del progetto redatto dall’Istituto. Ed analogo diniego venne opposto alle richieste presentate dalla nostra Ambasciata a Washington.
Nel progetto di legge Colombo la questione non è affrontata tanto come un problema di primogenitura, ma come quello di una migliore utilizzazione delle risorse e delle competenze. Difatti il progetto prevedeva un Direttore generale delle relazioni culturali che coordinasse istanze e competenze dei ministeri coinvolti (Esteri, Beni Culturali, Pubblica istruzione, Ricerca scientifica) i quali tutti hanno una propria direzione delle relazioni culturali con l’estero e le istanze espresse dalla Presidenza del Consiglio, evitando se non altro la duplicazione nella istruzione delle pratiche. Abbiamo difatti oggi commissioni di esperti all’interno del Ministero per i Beni culturali e una commissione di funzionari della Direzione generale delle relazioni culturali al Ministero degli Esteri. Le domande debbono pervenire ad entrambi gli organi. Ed avviene sovente che quelle bene appoggiate all’interno del Ministero per i Beni culturali vengano finanziate anteriormente al prescritto parere degli Esteri. A volte accade che pervenga all’Istituto da parte della Direzione generale delle relazioni culturali una richiesta di parere su una manifestazione quando essa è già stata effettuata o abbandonata.
Il tempo ed il luogo non si prestano ad entrare nei dettagli; quel che posso affermare per la mia esperienza di direttore pro-tempore dell’Istituto di New York è che il successo dipende in primo luogo dall’iniziativa personale e non dalla struttura pubblica in cui si è inseriti. Un fatto che può aver modesta rilevanza per chi proviene dall’esterno dell’amministrazione, ma che è invero frustrante per chi opera al suo interno. Infatti i vuoti di organico fra gli addetti degli istituti italiani di cultura raggiunge il 40% dei posti, non sono stati banditi nuovi concorsi negli ultimi dieci anni, e di conseguenza l’età media del personale è sui 55 anni. Gli addetti non sono incentivati per il proprio aggiornamento professionale. Ad esempio i funzionari dei Goethe Institut sono inviati al festival cinematografico di Berlino e alla rassegna di arte contemporanea di Kassel, mentri i nostri addetti non hanno alcun obbligo o alcuna facilitazione a frequentare la Biennale di Venezia, il luogo dove il nostro "Made in Italy" culturale si raffronta in campo internazionale.
Al fondo di questa disattenzione vi è invero una disattenzione per il problema da parte dell’opinione pubblica e del Parlamento che la rappresenta. I numeri indicati dal prof. Maracci sono eloquenti: il rapporto fra investimento culturale ed investimento per la diffusione della lingua è di circa 1 a 8. A New York è di circa 1 a 3: un miliardo per il funzionamento dell’Istituto, 2 per la diffusione dell’italiano a livello di scuole primarie, un miliardo per il liceo italiano. La causa di questa disparità discende dall’attenzione riservata ai supporti all’emigrazione, in cui rientra anche la generosità nel campo dell’insegnamento di base della lingua italiana. Ed anche in questo contesto i pareri espressi dagli organi periferici hanno modesta influenza, a differenza di quanto è avvenuto nei maggiori paesi europei. Gli ultimi due direttori della Goethe House di New York hanno suggerito, e convinto, il proprio governo a ridurre progressivamente il supporto all’insegnamento del tedesco nelle scuole dell’obbligo e a concentrare le risorse a livello di istruzione superiore ed universitaria. E andrebbe considerato che il tedesco, ai tempi della guerra di indipendenza americana era la lingua più diffusa fra i confederati, tanto da sollevare dubbi sull’adozione del tedesco o dell’inglese quale lingua nazionale. L’inglese prevaleva fra la classe dirigente, ma il tedesco era di poco più diffuso. Una analoga scelta per l’istruzione superiore è stata anche attuata dalla Francia, dove i Services culturelles dell’Ambassade de France operano a tutto campo nel settore dell’istruzione universitaria.
La tesi che ha condotto a tali scelte si basa sui modesti esiti per gli interessi dei rispettivi paesi conseguiti col mantenere la conoscenza parlata di una lingua, laddove le famiglie degli emigrati non la hanno trasmessa, e sulla opportunità, invece, di offrire l’insegnamento della lingua al momento delle scelte professionali: la lingua come veicolo della cultura di una nazione ed in collegamento con l’aprirsi di spazi e di attività professionali, invece della lingua quale testimonianza dell’appartenenza etnica. Ma le nostre direzioni didattiche mettono sempre nuove bandierine sulla mappa delle scuole del Tristato, come si chiama l’area in cui operano il Consolato generale e l’Istituto , dove la fornitura di un computer schiude la via all’apertura di un corso di italiano, mentre poco o nulla possiamo fare al college per il mantenimento dell’italiano parlato nei dipartimenti di Italian Studies, che diventano sempre più corsi di cultura italiana impartiti in inglese.
Questa politica per l’emigrazione sospinge, d’altra parte, anche i grandi interventi diretti attuati dalla Presidenza del Consiglio. Gli ultimi due anni hanno registrato un forte flusso finanziario per manifestazioni in Argentina e Brasile, e prossimamente per manifestazioni in Australia. Manifestazioni indubbiamente di grande successo e trascinanti, rassicuranti per le grandi collettività italiane presenti in quei paesi. Ma in un contesto generale occorre ricordarsi che è facile operare nei paesi sottosviluppati o di debole identità culturale, e difficile operare nei paesi sovrasviluppati e di forte orgoglio culturale.
Quando sentirete che New York è la capitale del mondo, ciò significa in primo luogo che quanto avviene a New York ha risonanza in tutto il mondo. New York è un rischio obbligato ed il "Made in Italy" lo ha capito al volo. Al tempo stesso New York è un carciofo spinoso e difficile da sfogliare. Come possiamo dire di esser presenti a New York se Strehler vi è stato soltanto due volte? Se Ronconi una? Le nostre istituzioni liriche e sinfoniche sono di fatto assenti? E se abbiamo presentato soltanto due mostre di arte contemporanea negli ultimi dieci anni? Se non manteniamo una cattedra alla New School, che è la porta d’accesso della ricerca europea negli Stati Uniti, se non abbiamo una sede commerciale ed espositiva dell’editoria italiana?
Siamo presenti con la moda, il cibo, a livello museale con il cinema e l’arte medievale e moderna, ma le tante dismissioni di opere d’arte contemporanea italiana da parte dei musei americani stanno ad indicare che non siamo inclusi nelle prospettive di un mercato d’arte globale (il museo di Philadelphia ha, ad esempio, messo recentemente sul mercato i suoi dipinti di Afro e di Casorati). Le incomprensioni non mancano. In generale il livello dirigenziale delle istituzioni culturali ed accademiche americane nutre forti, spesso ingiustificate perplessità, sull’affidabilità delle nostre strutture culturali, il che può anche tradursi in occasionali e furibondi attacchi, basta andare a leggersi i due articoli dedicati da Opera News al Teatro alla Scala nel giugno e luglio del 1999. Vari paesi europei hanno affrontato il problema della loro presenza culturale all’estero con l’istituzione di una authority, un organismo incaricato di coordinare le competenze e le risorse. Queste sono da noi ancora frazionate fra Direzioni generali e dicasteri, mentre proprio la caratteristica di radunare e utilizzare competenze diverse renderebbe opportuno che la promozione culturale, sul modello francese, operasse a livello di mobilità orizzontale all’interno della pubblica amministrazione. Tali istanze non sono state prese in considerazione nell’ultima riforma del Ministero degli Esteri, e va detto che, sul piano delle risorse, gli Esteri non sono il primo operatore culturale all’estero. Come detto gli istituti anche se formano una rete sufficientemente capillare non sono gli organi propositivi e referenti per i grandi eventi. Questi sono promossi dalla Presidenza del Consiglio e dal Ministero per i Beni culturali con il parere di merito del Ministero degli esteri. Già attualmente le iniziative più incisive hanno origine all’interno dei Beni culturali e sarebbe opportuno che in questo dicastero si formasse un dipartimento di riferimento, dove possano trovare conciliazione competenze, opportunità di indirizzo politico, e iniziative volte al reperimento delle risorse anche al di fuori dei fondi pubblici, il che, per mia esperienza, su una piazza come New York, non è impossibile. Ne potrebbe conseguire una programmazione mirata ed a lungo termine, in cui potrebbero trovar spazio ed identità tutti i soggetti pubblici e privati interessati alle sorti della cultura italiana. Una authority forte potrebbe anche attenuare l’evidente distanza fra l’Italia e gli altri grandi stati europei, i quali si presentano agli appuntamenti culturali con una identità compatta in cui, fianco a fianco, collaborano il pubblico ed il privato.
Il problema è quello di riaccostare gli italiani alle loro istituzioni. Scusate se torno alla mia esperienza di New York. In questa città risiedono circa diecimila nostri concittadini, i quali vi si sono insediati nel secondo dopoguerra allettati da migliori condizioni di lavoro. Essi rappresentano la cosiddetta "fuga di cervelli", ed il flusso non si è arrestato. Pochi fra loro hanno un rapporto con il Consolato o con l’Istituto, molti mostrano anzi una certa diffidenza. Lo si nota, ad esempio, nel fatto che gli amici ti chiamano ogni qual volta hanno bisogno di rinnovare il passaporto o di un servizio notarile da parte del Consolato. Questi italiani diffidano, per abitudine più che per esperienza diretta, della efficienza del proprio servizio consolare, eppure questi diecimila italiani sono l’Italia a New York a maggior titolo della comunità formata da immigrati di terza generazione. Non sono la comunità, ma sono i rappresentanti del talento italiano all’estero. Quando francesi o greci hanno una mostra al Metropolitan Museum si presenta il governo, la finanza, le professioni, la comunità, non soltanto nelle sue espressioni associative, ma anche con la presenza attiva delle fondazioni create dagli emigrati che hanno fatto fortuna negli Stati Uniti. Alle nostre inaugurazioni il personale diplomatico è spesso solo. E la nostra identità appare quale somma di individui intraprendenti ma, a livello collettivo, disgregati. I singoli emergono, la struttura paese è assente.
Eppure ho constatato che non è impossibile coinvolgere identità diverse in un progetto. I maggiori successi che ho avuto sono dipesi da collaborazioni fra l’Istituto ed enti locali, in particolare hanno partecipato ai progetti dell’Istituto la Regione Lombardia, la Regione Toscana, la Regione Sicilia, la Regione Calabria, la Regione Emilia Romagna, la Provincia di Pisa, la Provincia di Bologna, la Provincia Bergamo, la Provincia di Brescia, i comuni di Palermo, Venezia, Bologna, Napoli, Torino, Genova. Quanto indicava poco fa il presidente Vittorio Prodi è una via percorribile. La nuova autonomia degli enti locali consente di raccogliere attorno all’ente propositivo (regione, provincia o comune) anche l’adesione di imprese e di istituzioni accademiche all’interno del loro territorio. Consente di ristabilire un circuito di appartenenza che a livello centrale è attualmente carente. Se vogliamo un salto di qualità questi raccordi sembrano la via maestra. Ad esempio per le celebrazioni del 2000 il Consolato Generale cerca di promuovere un rapporto diretto Roma New York. Ma Roma è un ente locale del tutto atipico. Il comune di Roma media fra varie identità (il Governo, il Vaticano) e la sua immagine nel mondo globale, l’opinione degli altri viene dopo l’opinione dei poteri forti della capitale, temo che il progetto non farà grandi passi avanti. A livello locale e statuale Roma è ancora il centro dell’azione burocratica di controllo (quella appunto deprecata dalle statistiche del New York Times), non il luogo dove si confrontino ed elaborino proposte, ed operino uffici preposti a raccordare il supporto esterno dei relativi progetti. Almeno per questo il progetto di legge Colombo, o almeno i suoi principi ispiratori, avrebbero meritato maggiore attenzione.
Paolo Fabbri
Ringrazio molto Gioacchino Lanza Tomasi; non farò commenti particolari perché ho avuto qualche esperienza relativamente simile alla sua in Francia. E’importante mettere a fuoco che una omogeneità dei criteri di rappresentazione politica del paese è, nello stesso tempo, necessaria ma non facile da eseguire e può essere ottenuta più per un coordinamento "miope" che per una organizzazione definitiva.
Voglio dire tuttavia che nelle difficoltà che ha sottolineato Gioacchino Lanza Tomasi potrei aggiungere un problema cruciale, quello della traduzione cioè delle traduzioni di opere e di testi italiani con un’efficienza di immagine molto grande per chi vi volesse investire.
Vorrei sottolineare anche qualche fatto molto positivo.
L’Istituto culturale italiano di Parigi – città che evidentemente conta sul piano culturale in Europa – aveva la più grande biblioteca non specializzata in Francia di lingua italiana; nonostante molte difficoltà e incomprensioni, l’attuale direttore dell’Istituto, il professor Corsi, ha ultimato il riordino e la informatizzazione di tutta la biblioteca. È un merito degli Istituti culturali italiani di avere reso accessibile una vera risorsa della cultura italiana.
Gioacchino Lanza Tomasi
Posso dire che anche in quello di New York è stato fatto: non c’era catalogo quando sono arrivato, ora è anche su Internet.
Paolo Fabbri Ci sono luci e ombre, ma alcuni risultati positivi vanno sottolineati. Darei ora la parola a Pietro Roselli.
Pietro Roselli Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco
Comincio subito con alcune considerazioni sulla parola immagine, per definire il ruolo o i ruoli che gli Istituti italiani di cultura possono svolgere, per soffermarmi poi sull’Italia, sull’identità italiana nell’Europa di oggi, sul comunicare proprio degli Istituti, sui pubblici cui essi si rivolgono e, in particolare, su quello degli italiani all’estero.
1. Consultando qualche dizionario, si può notare che, solo recentemente, immagine può intendersi anche come un modo di presentarsi per assecondare il più possibile i gusti e i desideri del pubblico. A questa lettura della parola immagine, corrisponde la funzione "vetrina" degli IIC. Una funzione più che legittima ed utile, ovviamente sotto certi aspetti anche criticabile, ma certo non unica perché vi sono altre funzioni proprie degli IIC, come vedremo.
2. Tuttavia immagine è anche "rappresentazione concreta e sensibile di cosa o idea astratta".
E da qui, credo, possiamo arrivare alla funzione di informare svolta dagli IIC, a volte anche con una propria biblioteca più o meno ricca, ma ora soprattutto collegandosi con altre fonti di informazione già esistenti; a volte è l’Istituto stesso produttore di dati, di informazioni, ovviamente attinenti le proprie attività. Si tratta dunque, in questo caso, di fornire servizi, una funzione non sempre facilmente conciliabile con la funzione vetrina. Forse lo stesso effetto accattivante si ottiene nel dare appunto informazioni, come lo si ottiene offrendo corsi di lingua qualificati e a prezzo non eccessivo, come pure nel presentare manifestazioni culturali o collaborare con istituzioni locali alla loro realizzazione.
3. Vi è tuttavia un terzo modo di intendere la parola immagine, riferito alle attività proprie degli IIC.
Si tratta – direi così – di "lavorare" sulla immagine "contrastiva", reale anch’essa, quella che dell’Italia si ha nel paese, nella realtà dove IIC opera, immagine che nasce dal gioco di tanti fattori -i rapporti storici, gli interessi comuni e quelli divergenti, le proiezioni che ognuno fa nell’altro e dell’altro e quindi gli equivoci, gli stereotipi che riaffiorano a volte dopo letarghi secolari. Tutto un lavoro di reciproca conoscenza, secondo una prospettiva che credo si chiami interculturale, molto seguita per esempio, dal Goethe-Institut; a proposito del quale devo dire che le ultime vicende italiane, alludo alla chiusura di alcune sedi scongiurata in extremis, sono state interpretate come prova della percezione in Italia dell’attività dei G.I. come fornitori di servizi. Non riuscivano altrimenti a spiegarsi le reazioni dell’opinione pubblica e gli aiuti ricevuti localmente.
4. A questo punto vorrei soffermarmi un momento sull’identità, ovviamente quella italiana. È un termine indispensabile, in un contesto interculturale per intendere meglio cosa riflette l’immagine che vogliamo comunicare in un dato Paese.
Veramente mi è capitato di notare, ma forse sbaglio, che solo recentemente si è ricominciato a parlare e a scrivere tanto sull’identità italiana - basti pensare alla collana del Mulino diretta da Ernesto Galli della Loggia - come mai? Non sarà perché si comincia ad avere una percezione più concreta e più completa degli altri, e quindi di se stessi? Non sarà perché qualcosa dei rapporti con gli altri stati o nazioni sta cambiando? E quindi sta mutando forse anche qualcosa nel rapporto dell’Italia di oggi con il suo stesso passato? Non ci saranno per caso incertezze su come si collocherà l’Italia - e quindi la sua cultura - nel futuro? 5. E che conseguenze ci sarebbero per gli Istituti di Cultura? Vediamo un momento cosa fanno altri istituti stranieri analoghi. Posso dire solo qualcosa sugli istituti francesi, tedeschi e spagnoli, secondo quanto ho potuto apprendere operando a Monaco.
Per il Goethe-Institut il problema di rapportare la sua azione all’Europa è molto sentito. Che vi sia anche una preoccupazione di non apparire come gli ultimi difensori di uno stato nazionale (ecco un esempio di politica dell’immagine) non stupisce - conformemente alla sua attenzione a contrastare gli stereotipi negativi di cui la Germania è spesso ancora vittima.
Comunque sia, si parla da tempo in Germania di costituire all’estero degli istituti di cultura europea o degli istituti europei di cultura. Non sembra però che l’idea sia di facile realizzazione, anche se forse non è stata del tutto abbandonata.
Più interessante invece mi sembra il fatto che il Goethe-Institut, dopo avere tentato di aprire una sorta di proprio ufficio a Bruxelles presso la Comunità Europea, abbia recentemente conferito al suo Istituto di Bruxelles il compito di studiare e coordinare i rapporti, anche operativi di tutti i G.I. per quanto riguarda i programmi culturali e linguistici dell’Unione Europea. È anche vero che in Belgio si è recentemente costituita un’associazione che riunisce le associazioni e le istituzioni nazionali europee che operano in questo campo.
È appena il caso qui di ricordare qualche differenza fra il Goethe-Institut e gli Istituti Italiani di Cultura: non solo la struttura indipendente, con Istituti in Germania oltre che all’estero, con una propria centrale a Monaco di Baviera, ma soprattutto l’accentuazione data alla centralità dei temi che interessano il Paese ospitante, l’approccio interculturale, la competenza dell’Istituto Goethe all’estero per progetti ed iniziative che si realizzano in Germania stessa, in collaborazione naturalmente con la centrale.
Devo qui ricordare che è in corso da qualche anno una collaborazione fra i Goethe-Institut in Italia e gli Istituti Italiani di Cultura in Germania ed in questo ambito ha avuto luogo a Roma il 10-11 febbraio 2000 il Convegno "Germania e Italia, una relazione particolare".
6. E gli Istituti di cultura francesi? Ho letto soltanto un documento di lavoro del collega che opera a Monaco, e mi pare vi sia qualcosa di nuovo, cioè il tentativo di superare le frontiere nazionali con le "regioni" europee, direi virtuali.
Nella fattispecie, si tratterebbe di allargare, in alcuni settori specifici – il teatro – l’azione di un Istituto culturale francese al di là della zona di competenza, includendo territori dei paesi vicini, fra di loro più omogenei, e comprendendo, altra novità, un territorio francese. È un’idea molto lontana dagli schemi in cui operiamo, ma che indubbiamente tende ad europeizzare le attività prima solo bilaterali.
7. A proposito degli Istituti di cultura spagnoli c’è da dire che la Spagna ora ha una struttura – la rete degli Istituti Cervantes, anche loro con una sede centrale in patria – che ha profondamente innovato l’organizzazione precedente, avvicinandosi al sistema Goethe Institut. Proprio grazie a un’altra innovazione programmatica, quella che affida ai Cervantes il compito di essere attivi anche nell’ambito della cultura ispano-americana, il problema del ripensamento dello Stato nazionale soprattutto in Europa, poco si pone.
8. Devo poi ricordare che l’altro settore tradizionale in cui operano gli Istituti di Cultura Italiani è quello della lingua, cioè l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera o come lingua seconda.
Non posso però soffermarmi su questo settore, secondo alcuni il più importante, anche per mancanza di tempo, né ricordare come la lingua sia strettamente connessa all’identità, o che nell’arcipelago Europa di Massimo Cacciari hanno diritto alla propria lingua tutte le isole.
9. Veramente una domanda che mi sono posto al mio arrivo a Monaco è stata: se lavorare in Europa "contasse" di più che non fuori Europa. Vi è infatti una contrapposizione fra un Istituto che opera in Europa e un Istituto che opera in contesti più lontani. Sono stato a Tripoli circa 15 anni fa - e credo di poter dire che l’Istituto di cultura facesse in assoluto poco, ma che quel poco poteva essere fatto solo dall’Istituto. A Monaco, invece, in assoluto l’Istituto fa molto, ma la sua "quota" nel panorama culturale a carattere italiano della Baviera e di Monaco, non è certo preponderante.
Da qui l’alternativa, astratta ma significativa: è più utile un Istituto come quello di Monaco o uno come quello di Tripoli?
In genere si sostiene – e lo credo anch’io – che sono utili tutti e due e che devono esistere entrambi, sebbene con caratteri diversi.
Ma quando l’Europa si unisce, cadono le frontiere, si moltiplicano i rapporti, si affermano programmi culturali europei, non saranno inutili gli Istituti Italiani di Cultura proprio in Europa?
10. In realtà a me sembra che il lavoro aumenti, proprio perché, con l’avvio di un processo di integrazione culturale, o quanto meno di un processo che vede moltiplicarsi le collaborazioni, i punti di contatto, gli scambi, le richieste di informazioni culturali, l’utilità degli Istituti aumenta.
Qualche spunto per dare l’idea degli spazi che si aprono.
Mi risulta che nelle Scuole Europee non si insegni né una storia, né una letteratura europea, con qualche buona ragione indubbiamente, ma non è improbabile che si arrivi – prima o poi – a qualcosa del genere?
È un compito che richiede ben altre competenze, ben altre forze, energie, strutture di quelle di cui dispone o a cui può attingere un Istituto di cultura, ma si ha un’idea di quanto impegnativo e importante possa essere un contributo, sia pure modesto, di un Istituto Italiano di Cultura (e di chi lo sostiene in Italia) in questo campo? E a questo proposito posso aggiungere, su segnalazione dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, che l’anno scorso, durante il semestre di presidenza tedesca dell’Unione Europea è stata proprio posta sul tappeto la questione di un libro di storia europeo senza peraltro poterlo subito realizzare, appunto per le grandi difficoltà.
11. Soffermiamoci ora un momento su altri aspetti riguardanti l’insegnamento della lingua seconda (dei corsi degli IIC qui non parlo).
Per esempio il Ministero della Pubblica Istruzione della Baviera decide di potenziare l’insegnamento delle lingue moderne nell’ordinamento dell’istruzione tecnica. C’è quindi da formulare un nuovo programma e preparare nel modo più economico e rapido possibile i nuovi insegnanti. È stato quindi chiesto anche all’IIC di partecipare ai lavori per il nuovo programma. In quel momento – casualmente, e questo è il problema – si aveva la persona adatta e si è potuto fare la nostra parte. Ma in realtà temo che al momento né gli IIC, né le Direzioni Didattiche presso i Consolati, con le forze attuali possano operare soddisfacentemente in un settore specifico e vasto come questo, tanto è vero che la richiesta di esperti o addetti linguistici da inviare negli IIC viene da un’autorità come Tullio De Mauro, un’esigenza per altro nota cui mi pare di dare un seguito.
12. A ben rifletterci, appare poi evidente – cosa di cui il Ministero degli Esteri peraltro è più che consapevole – che in Europa le attività degli Istituti Italiani di Cultura debbano in parte coordinarsi con i programmi culturali dell’Unione Europea, altrimenti le risorse di cui disporranno, almeno in termini relativi, diventeranno sempre minori e ridotta l’efficacia delle loro iniziative.
Anche qui c’è spazio per nuove professionalità, perché accedere a un programma europeo richiede una competenza e un impegno che va al di là delle possibilità attuali, almeno nella maggior parte dei casi, del personale attualmente disponibile, già impegnato in troppe e diverse funzioni.
13. Prima di concludere con un altro tema forte, permettetemi una sorta di divagazione.
Anch’io mi sono chiesto a volte a che vale una bellissima conferenza in un Istituto, magari con un ottimo pubblico, rispetto a un’apparizione televisiva. Istintivamente direi che è meglio per uno scrittore, per esempio, cinque minuti di presenza televisiva in un programma passabile, che un’ora in una sala, la più acconcia, per una conferenza o incontro con il pubblico.
Ebbene, anche su questo, ho qualche perplessità.
Da una parte abbiamo la crescita esponenziale delle comunicazioni di massa, caratterizzate, nonostante alcuni recenti correttivi, dalla unidirezionalità e dal carattere anonimo, spersonalizzato; dall’altro, l’importanza crescente delle public relation.
Indubbiamente, per esempio, una serata con lo scrittore in carne ed ossa, con la possibilità di porgli delle domande, di vedere come reagisce, di osservarlo con i nostri occhi e non con quelli delle telecamere, di affidare alla nostra mente il montaggio di ciò che si vede e si sente, dovrebbe valere qualcosa di più che essere spettatori di un programma televisivo.
Certo il pubblico, numeroso o meno che sia, deve essere in qualche modo rappresentativo, come già accennato, o specializzato, deve comporsi il più possibile di moltiplicatori. Tutto questo vale in diversa misura sia per le manifestazioni in Istituto, che per quelle, più numerose, fuori dall’Istituto.
E arrivo ora all’ultimo punto: quello dell’azione degli IIC verso gli italiani all’estero.
14. Ricordare gli antichi complessi di colpa dell’Italia verso i suoi cittadini emigrati, complessi – mi limito a dire – fortemente ideologizzati e a volte letterariamente sublimati, basti pensare al De Amicis de "Dagli Appennini alle Ande" o al Pascoli de"La grande proletaria si è mossa" o di "Little Italy" con il ritornello "Will you buy — vu’ cumprà?" sarebbe troppo lungo e forse fuorviante in questa sede.
Abbiamo però ricordato come almeno nel caso dell’Europa il concetto di "estero" stia mutando anche per quanto riguarda gli IIC.
I Cervantes non sono solo in rapporto con lo Stato Spagnolo, da cui dipendono, ma anche con il mondo culturale ispano-americano. Non si potrebbe tentare qualcosa di analogo, in prospettiva, verso gli italiani all’estero, proprio sul piano culturale? Per parte mia voglio fare presente come alcuni fenomeni assolutamente da non ignorare, che caratterizzano le comunità – non trovo un termine migliore – italiane all’estero. Il processo che porta alla emancipazione, alla coscienza della propria identità (personale o di gruppo) comporta necessariamente – basta pensare per analogia all’età dell’adolescenza – una presa di distanza, un accentuare le differenze e, nello stesso tempo, un bisogno di riconoscimento, di stima, di aiuto.
A volte questa emancipazione è ben pronunciata ed ecco nascere, per esempio in Canada un fenomeno come "l’itagliese", un italiano in contesto inglese.
Lasciamo la linguistica e veniamo alla letteratura. Si può avere una produzione letteraria a cavallo di due culture, come nel caso di alcuni scrittori e poeti italiani in Germania con esperimenti sul piano estetico e linguistico di notevole impatto, e cito Gino Chiellino.
15. Ma anche, più semplicemente, si costituiscono gruppi di interessi, raccordi di rapporti interpersonali, centri di spesa a cavallo fra due Stati, senza considerare anche i contributi europei.
È evidente poi che la comunità all’estero non può che aspirare, nel momento che è cosciente di sé, di farsi tramite nei rapporti fra i due Paesi, se non fra i due Stati. E, guardando ai rapporti culturali, è evidente che gli Istituti Italiani di Cultura, in genere, siano portati per reazione a rivendicare il loro ruolo D.O.C. rispetto a quelle che sono considerate magari pretese locali, ma che sono invece segni, a volte, di fenomeni assai complessi. Non solo, gli IIC per la molteplicità dei loro compiti, certo compresi, ma non definiti, nel termine "cultura", (per non parlare della loro figura giuridica, necessariamente non sempre chiara) possono rappresentare, agli occhi delle comunità un pezzo di stato di cui finalmente appropriarsi o quanto meno gestire. Certo in un momento in cui l’Italia da paese di emigrazione è divenuto paese di immigrazione occorrerebbe riflettere radicalmente su questi temi.
Ma per concludere, anche nei confronti delle comunità italiane credo sia appropriato l’approccio interculturale, quindi rispettare le loro autonome attività cui offrire collaborazione, ricordando sempre che i connazionali all’estero, in fatto di italianità, anche loro sono dei moltiplicatori, che possono essere validi ed efficaci come altri moltiplicatori, oltre, a volte, che attori anch’essi di una scena culturale italiana non rigidamente chiusa in confini, peraltro così differenziati e ormai assai più permeabili di prima.
Paolo Fabbri
Ringrazio per questa esperienza differente e utile nel confronto tra chi, come Lanza Tomasi, è stato uno degli elementi della società civile, pro-tempore direttore di un Istituto Italiano di Cultura all’estero, e chi invece, come Roselli, è un funzionario stabile che ha una lunga e costante esperienza all’interno del Ministero degli Affari esteri. Credo valga la pena di sottolinearlo: le esperienze sono complementari e ricche di insegnamento.
Traggo due conclusioni. La prima è che il confronto con gli altri può essere molto utile per definire che cosa è la cultura nel nostro paese: è nel confronto con l’altro che l’immagine ritorna. Questa riflessione mi è stata fornita dal riferimento alla televisione, in generale sul problema della relazione cultura e mezzi di trasmissione che è molto diverso tra paese e paese; la Francia ha un severissimo impegno rispetto all’impegno culturale della televisione di stato, riguardo alla cultura; la nostra televisione sente meno questo peso istituzionale. Il che dà un’utile indicazione rispetto a una struttura di un ministero della cultura. Per parlare molto concretamente, in un incontro al Salone del libro di Torino tra Jacques Lang e Veltroni, allora ministro dei Beni Culturali e Lang diceva: "Ma la televisione fa parte o no del Ministero della Cultura, come in Francia?". Alla risposta "No, fa parte del Ministero della Comunicazione", così Lang ha concluso: "Allora non contate niente!".
Questa frase, forse eccessiva, fa però riflettere. Una delle possibilità, nel confronto con un altro paese è quella di pensare in maniera articolata un Ministero dei Beni Culturali che non sia soltanto un ministero del patrimonio ma della capacità di trasmettere, implementare, diffondere, provocare eventi, attraverso i grandi media di trasmissione di cultura. Questo è un problema che va posto. Un giorno, al salone del libro del sud, Galassia Gutenberg, ho chiesto al Ministro della Comunicazione le sue dimissioni a favore del Ministro della Cultura: una provocazione che naturalmente non fu raccolta, per quanto credo che abbia il suo valore.
Il secondo punto di grande importanza che hanno sottolineato Roselli e Lanza Tomasi è la questione degli italiani all’estero. Ad esempio il particolare tipo di comunità negli Stati Uniti, potrebbe intervenire con interesse. Voglio però fare un altro confronto. Di recente in Europa la Francia spinge verso l’idea di un’eccezione culturale, cioè di un confronto diretto con gli Stati Uniti per quanto riguarda la cultura, confronto, da una parte, di tipo economico e, dall’altra, anche di tipo culturale. È evidente che noi non possiamo fare la stessa cosa; non c’è nessun cineasta francese che si chiama Cimino, Frank Capra, Scorsese. È così chiaro che il confronto culturale si può porre per la Francia perché la Francia ha esportato i propri emigrati nel proprio impero coloniale e non in altri paesi. Quindi è evidente che, per quanto ci riguarda, la questione dell’eccezione culturale italiana – di cui si parla molto – va posta in modo radicalmente diverso.
Il Canada è un altro bellissimo esempio: a Toronto, una delle più grandi città di emigrazione italiana, un giorno ho incontrato degli italiani che non sapevano la lingua italiana, però – come dicevano – mangiavano italiano, vestivano italiano, eccetera. Ho provato a chiedere ad un amico francese: "Considerereste francese una persona che non parla francese?". Lui si è messo a ridere, letteralmente. E noi?
Ebbene, credo che su questo tema ritorneremo presto. So che il Ministro Cilento diceva di avere partecipato a un dibattito proprio su questa questione, spero che in questa occasione ci sia stata qualche nuova idea che sia registrabile nel dibattito, e possa quindi avanzare e procedere in una ridefinizione della politica culturale italiana all’estero.
Ora c’è – con molta coerenza dal punto di vista del programma – un intervento che ha a che fare col "Made in Italy" nel senso stretto della parola, "Il turismo e la produzione industriale", darei quindi la parola, nell’ordine, a Guidalberto Guidi e a Stefano Landi.
venerdì, febbraio 14, 2003
Il segnalibro dell'APCItaliano: storia della lingua in mostra a Firenze
Firenze, 14 feb. - (Adnkronos) - La lingua italiana si mette in mostra, in attesa di vedere la nascita di un museo dedicato al nostro idioma nazionale. Dal 13 marzo sarà allestita a Firenze, presso la Galleria degli Uffizi, dove resterà aperta per sei mesi (fino al 30 settembre) una grande esposizione dedicata alla storia dell'italiano, la prima di questo genere. A promuovere l'evento è la Società Dante Alighieri di Roma, presieduta dall'ambasciatore Bruno Bottai, che ha già ricevuto il patrocinio del Quirinale. e sarà proprio il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a tagliare il nastro. E sempre Ciampi ha scritto anche la presentazione del catalogo dell'esposizione, sottolineando l'importanza della lingua per l'identità nazionale.
La mostra, intitolata ''Dove il sì suona. Gli italiani e la loro lingua'' (una definizione del nostro idioma data da Dante Alighieri nel canto XXXIII dell'Inferno nella ''Divina Commedia''), sarà un percorso tra codici miniati, opere d'arte, libri antichi e più recenti, manoscritti d'autore ma anche manifesti pubblicitari e cinematografici, e fotografie storiche.
Curatore scientifico è il professor Luca Serianni, docente di Storia della lingua italiana all'Universita' 'La Sapienza' di Roma e socio dell'Accademia della Crusca, il quale ha guidato un gruppo di quattro studiosi che hanno preparato l'allestimento della rassegna. In mostra spiccano per valore simbolico alcuni cimeli della storia letteraria italiana, a partire da un rarissimo codice della ''Divina Commedia'' (la copia donata da Boccaccio al Petrarca) e da una copia del ''Decameron'' di Giovanni Boccaccio (il cosiddetto Codice Hamilton), con annotazioni autografe, recentemente identificate, dello stesso scrittore poeta trecentesco.
Saranno esposti al pubblico anche autografi originali dei padri della lingua italiana, come, tra gli altri, Francesco Petrarca, ma anche scritti di illustri autori come Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Alessandro Manzoni, Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi, Galileo Galilei. Tra gli autografi esposti anche quello dell'''Orlando Furioso'' di Ludovico Ariosto e quello della ''Gerusalemme conquistata'' di Torquato Tasso, oltre alle grammatiche e ai dizionari fondamentali per la definizione attuale della lingua italiana. Saranno visibili inoltre quadri che ritraggono illustri personalità delle patrie lettere, tra cui il celebre ''Alessandro Manzoni'' del pittore Francesco Hayez. Una sezione sara' riservata all'Accademia della Crusca, presente con il primo ''Vocabolario degli Accademici della Crusca'' del 1612. Sarà allestita anche una sezione con strumenti elettronici che permetteranno al visitatore di entrare in contatto diretto con un tema apparentemente astratto come quello della lingua. La mostra, negli intenti della Società Dante Alighieri, dovrebbe essere un primo passo anche in vista della costituzione, sempre a Firenze, del Museo della Lingua italiana.
Il segnalibro dell'APCIl Papa polacco testimonial dell' italiano
Da Cracovia a New York, da Buenos Aires a Strasburgo e Roma
di Accattoli Luigi
Corriere della Sera, 12 febbraio 2003
Giovanni Paolo II come «il principale testimonial dell' italiano nel mondo»: è la singolare ma convincente motivazione con cui gli Istituti italiani di cultura festeggeranno - tra maggio e novembre - il 25° anno di Pontificato di Papa Wojtyla con cin que manifestazioni culturali in altrettante città «simboliche». L' iniziativa è stata presentata ai giornalisti dal sottosegretario agli Esteri Mario Baccini (Udc) a palazzo Borromeo, la splendida sede dell' ambasciata d' Italia presso il Vaticano. O spiti tutti dell' ambasciatore Raniero Avogadro. «L' idea - ha detto Baccini - nasce dalla concezione della diplomazia culturale come parte della politica estera del nostro Paese». E ancora: «Celebrando i 25 anni del Pontificato di Giovanni Paolo II, celebriamo 25 anni di storia della lingua italiana», visto che «nella maggior parte dei casi la parola del Papa è in lingua italiana» e che la Chiesa cattolica «è l' unica istituzione internazionale che parla italiano». L' italiano come «lingua fran ca della Chiesa» e questo Papa che dà «visibilità internazionale all' Italia» sono variazioni dello stesso tema. L' aspetto curioso dell' iniziativa - ma di questo l' onorevole Baccini non ha fatto verbo - è che viene assunto come testimonial della l ingua italiana il Papa polacco! C' è qualcosa di cavalleresco, in questa scelta: fosse stato un Papa italiano, la faccenda avrebbe saputo, chissà, di campanilismo. Il sottosegretario invece si diffonde a spiegare che oggi, nel mondo, la persona che v iene ascoltata parlare in italiano dal più gran numero di gente è il Papa. E questo è incontrovertibile: basti pensare ai messaggi «urbi et orbi» di Natale e Pasqua e alla «Via Crucis» del Venerdì Santo, dove il Papa parla italiano e che vengono tras messi in mondovisione in una cinquantina di paesi. Cracovia, New York, Buenos Aires, Strasburgo, Roma sono le città «fortemente simboliche» scelte per le manifestazioni. Se possibile, si aggiungerà Gerusalemme. Cioè «la città più importante del Medio Oriente e forse del mondo», ha detto il vaticanista (e giornalista televisivo) Piero Schiavazzi, curatore del progetto, che condurrà le manifestazioni. Ai cinque «grandi eventi» - ma vi saranno anche una trentina di conferenze sfuse, presso altretta nti Istituti italiani di cultura - parteciperanno vari personaggi della nostra vita pubblica: da Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera, a Franco Frattini, ministro degli Esteri, a Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione europea, a Lamberto Dini, a Marco Follini, ai cardinali Pio Laghi, Crescenzio Sepe e Dionigi Tettamanzi. «Il Signore ha scelto te per portare la Chiesa nel terzo millennio» sarà il tema che verrà trattato a Cracovia il 12 maggio. «La mia seconda patria. Giovann i Paolo II Primate d' Italia» quello che verrà trattato a Roma in ottobre, con la partecipazione dei cardinali Sodano e Ruini. Luigi Accattoli
giovedì, febbraio 13, 2003
Il segnalibro dell'APCESTERI/ IL POPOLARE GIORNALISTA TV CLAUDIO ANGELINI NUOVO DIRETTORE DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI NEW YORK
ROMA\ aise\12 febbraio 2003 - Sarà Claudio Angelini, popolare giornalista della televisione, il nuovo Direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di New York. La conferma giunge dal Sottosegretario agli Affari Esteri, Mario Baccini, come riporta un articolo pubblicato sull’ultimo numero del mensile edito a Miami, in lingua italiana, “La Gente d’Italia”. "Abbiamo scelto Angelini per le sue indubbie capacità professionali, per la sua cultura e per la sua esperienza di lavoro a New York", spiega il Sottosegretario in "transito" a Miami nei giorni scorsi, prima di rientrare a Roma dopo una "missione" ai Caraibi, che, racconta ancora il mensile “La Gente d’Italia”, l'ha visto protagonista nella promozione dell'Italia alle prossime elezioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu per il biennio 2007-2008. (aise)
giovedì, febbraio 06, 2003
Il segnalibro dell'APCL’Opinione, 6 febbraio 2002
ESTERI: E’ PRONTA LA “RIVOLUZIONE CULTURALE” DELLA FARNESINA
Il Ministro degli Esteri, on. Franco Frattini, che soltanto da pochi giorni ha cominciato a svolgere un autentico ruolo politico internazionale - prima a Berlino e Londra, e poi a Mosca, Washington e New York - , ha tuttavia il compito di sostenere in Parlamento quel disegno di legge - predisposto da Silvio Berlusconi quando ancora aveva l’interim della Famesina, recante il nuovo ordinamento del Ministero degli Affari Esteri. Il nuovo provvedimento del Governo è destinato a modificare e, in parte, a "rivoluzionare" l’impianto amministrativo del Ministero regolato fino ad oggi da un Decreto del Presidente della Repubblica che risale al gennaio del 1967. II disegno di legge Berlusconi-Frattini modifica, aggiornandola alla realtà odierna, la norma sulla posizione dell’Amministrazione degli affari esteri. Viene così sottolineato, nella nuova disposizione che la predetta Amministrazione è costituita dagli Uffici centrali del Ministero, dalle rappresentarne diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura. Sono invece considerati come facenti parte dell'Amministrazione degli affari esteri gli istituti italiani di cultura precedentemente identificabili con gli “istituti culturali (…) all’estero” e che la norma classificava come “dipendenti” dall’Amministrazione. Nel contempo si elevavano, per ragioni di equità e per meglio adeguarle ai relativi oneri di servizio, le basi mensili delle indennità di servizio da corrispondere, rispettivamente, all’esperto capo in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e al dirigente dall’area della promozione culturale che sia destinato all’estero con funzioni di direttore di istituti di cultura (figura non esistente nel decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967). Per quanto riguarda il dirigente dell’area della promozione culturale che può essere destinato all’estero con funzioni di direttore di istituti di cultura (indennità pari ad euro 938,92) va considerato il fatto che questi riveste ora, a seguito dell'entrata in vigore del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 368 del 2000, funzioni di coordinamento d’area estese anche a più Paesi. In considerazioni di tali maggiori oneri di servizio l’indennità base viene portata e euro 1.038,08 con un incremento, dunque, di poco superiore al 10%. In definitiva il neoministro degli Affari Esteri dimostra di aver recepito l’impostazione data al provvedimento di legge dal Presidente Berlusconi per modernizzare la struttura amministrativa della Farnesina, ma ha anche recepito il messaggio politico che, per conto dell’Udc, ha più volte espresso Baccini per promuovere la cultura italiana nel mondo. “L’Udc – ha detto l’on. Mario Baccini - riconosce il ruolo fondamentale della cultura e della lingua italiana non solo quale veicolo di promozione e valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale di cui l’Italia dispone, ma anche quale strumento di sostegno all’attività delle imprese, sia sul piano nazionale che internazionale”.
Il segnalibro dell'APCLA FARNESINA SEMPRE ATTENTA ALL'IMMAGINE DELL'ITALIA NEL MONDO
Frattini lancia il piano di comunicazione
6 febbraio 2002
(9colonne) ROMA - La Farnesina ha lanciato il Piano di comunicazione per il 2003, un ventaglio di iniziative per migliorare i servizi al "cliente" in Italia e all'estero, ma anche per promuovere con più efficacia l'immagine del Paese. "Perché non arrivi più l'attacco offensivo di un giornale straniero senza che si faccia nulla per far passare il nostro messaggio", come ha spiegato il ministro degli Esteri, Franco Frattini con chiara allusione ai recenti servizi del "Financial Times". Il titolare della Farnesina ha spiegato che nessuno mette in dubbio "il chiarissimo principio del rispetto per l'autonomia e il rispetto per qualsiasi fonte informativa". Si tratta invece di portare avanti "una strategia che utilizzi anche gli istituti di cultura e la rete telematica per far conoscere le notizie positive sull'Italia". "La semplice rettifica a un articolo negativo non serve - ha aggiunto - meglio un articolo, un'analisi o un rapporto con elementi di segno opposto". E' la prima volta che il piano di comunicazione della Farnesina viene presentato in modo organico alla stampa, anche in omaggio alla direttiva di attuazione della legge 105 voluta proprio da Frattini quando era ministro della Funzione pubblica. Tre le linee guida: anzitutto migliorare il servizio a cittadini, imprese e utenti stranieri, da vedere come "clienti e non come amministrati". Quindi una "customer care" da rafforzare con un piuù stretto collegamento tra Ministero e strutture periferiche, sfruttando pure la rete Intranet, e con un'apposita formazione fornita da corsi di comunicazione e relazioni con il pubblico. Il primo esempio è dato dai centralini: è stato condotta una ricerca su 95 consolati e in un 15% di casi è emerso un livello di cortesia "insufficiente" a cui andrà posto rimedio. Il secondo impegno contenuto nel Piano riguarda la valorizzazione dell'identità italiana. Si pensa alla creazione di un "pensatoio" per costruire l'immagine italiana all'estero e a un potenziamento della rete culturale. A fine marzo-inizio aprile saranno riuniti a Roma tutti i direttori degli Istituti di cultura per mettere a punto una strategia comune.
martedì, febbraio 04, 2003
Il segnalibro dell'APCIl Messaggero, martedì 4 Febbraio 2003
RIVOLUZIONE D’IMMAGINE
E in ogni sede apre l’«Ufficio Italia»
Un nuovo corso nelle nostre rappresentanze all’estero: managerialità, efficienza e cortesia
di INES LIBONDI
ROMA — Il cittadino, qui e all’estero, dovrà ottenere d’ora in poi efficienza, competenza, cortesia. Proprio come un buon «cliente», in questo caso di uno specialissimo «ufficio» che si chiama «Italia». Basta inefficienze e lungaggini burocratiche per chiedere e ottenere un visto o per avere aiuto di fronte all’avvio di un’impresa. Chi si troverà allo sportello dovrà ricacciare indietro musi lunghi o toni infastiditi di fronte a richieste, qui e all’estero, di cose in fondo semplici, come può essere un un semplice certificato. Anche una telefonata dovrà bastare al cittadino «cliente» per avere prime risposte, chiare e competenti. Ambasciate, consolati, diplomatici, uffici stampa, impiegati di ogni livello e grado del ministero degli Esteri italiano dovranno attrezzarsi. D’ora in poi, entro quest’anno.
Si potrebbe definire “missione efficienza e cortesia" (ma i diplomatici che hanno curato il progetto l’hanno chiamata più globalmente customer care) quella che il ministro, Franco Frattini, ha avviato per mettere il suo dicastero «al servizio dell’Italia nel mondo», come recita il piano di comunicazione per il 2003 presentato ieri davanti a un affollato parterre di diplomatici e giornalisti. Ogni ambasciata ed ogni consolato d'Italia all'estero dovrà diventare il «biglietto da visita di uno Stato efficiente», in modo che le rappresentanze italiane siano luoghi in cui «ogni cittadino, in ogni Paese, sia considerato un cliente, non solo quando chiede informazioni su come si fa ad investire in Italia, ma anche quando chiede come si fa ad ottenere la cittadinanza o una borsa di studio».
Una rivoluzionare d’immagine che ha bisogno, secondo il ministro Frattini, di “rivoluzioni" concrete. Iniziando dai centralini, primo livello di contatto per milioni di utenti, qui e all’estero, che dovranno migliorare il proprio approccio con il pubblico; passando per il potenziamento degli Istituti di cultura, che dovranno diffondere di più e meglio bellezza e sapienza della tradizione italiana; soffermandosi con impegno sulla trasformazione dei consolati in centri manageriali per le imprese, per finire con la diffusione capillare, presso gli organi di informazione stranieri, di notizie «positive» sul nostro Paese. «Perché non accada più - sottolinea, severo, il ministro - che da altri Paesi ci arrivino, in modo ingiustificato, attacchi a mezzo stampa che dipingano l’Italia come una nazione dall’identità criminale o inefficiente».
Stampa, editoria tecnologie, avranno un ruolo centrale. Nel che Frattini intende portare a termine, sono previsti, infatti, anche progetti informatici ponderosi come il completamento dell’inserimento in rete degli oltre 800.000 volumi delle biblioteche degli Istituti di cultura.
lunedì, febbraio 03, 2003
Il segnalibro dell'APCFarnesina: Frattini presenta piano della comunicazione
Roma, 3 feb. - (Adnkronos) - Ogni ambasciata ed ogni consolato d'Italia all'estero dovrà diventare una sorta di ''Ufficio Italia'', il ''biglietto da visita di uno Stato efficiente'', in modo che le rappresentanze italiane all'estero siano luoghi in cui ''ogni cittadino, in ogni Paese, sia considerato un cliente, non solo quando chiede informazioni su come si fa ad investire in Italia, ma anche quando chiede come si fa ad ottenere la cittadinanza o una borsa di studio''.
Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha presentato così' l'obiettivo del ''Piano della comunicazione'', la prima iniziativa simile mai lanciata dal ministero.
Parlando alla Farnesina, Frattini ha affermato che il Piano sottolinea la valenza dell'immagine Italia, diffondendo ''il messaggio di una cultura e di un'identità italiana che il mondo c'invidia''.
La strategia di comunicazione messa a punto dal ministero, ha sottolineato Frattini, è tesa a dare all'estero un'immagine positiva dell'Italia, ''perché non accada più che un giornale straniero attacchi l'Italia, senza vedere cosa accade in questa casa; perché non accada più che il nostro Paese venga identificato con la criminalità organizzata'', contro la quale lo Stato ha anche di recente ottenuto degli importanti risultati.
Non che Frattini intenda ''negare il diritto legittimo di qualsiasi giornale a pubblicare quel che crede, per carità''. Anzi: ''Credo che si debba partire dal rispetto di qualsiasi fonte giornalistica, di qualsiasi testata'', ha detto il ministro, anche perché ''se un giornale pubblica una notizia cattiva, vuol dire che qualcuno gliel'ha data''. ''L'unica risposta possibile può essere trasmettere notizie positive sull'Italia'', ha detto il ministro, dare cioè ''una risposta molto più complessa della semplice rettifica''.
E' questa la filosofia che ha spinto il ministero a far partire, già oggi, un questionario indirizzato a tutte le sedi estere, per sapere cosa funziona e cosa invece merita di essere modificato, nell'immagine che le nostre ambasciate ed i nostri consolati danno del Paese all'estero.
''L'indirizzo politico che il governo sta dando per il rafforzamento della presenza italiana nel mondo si articola in diversi tasselli'', ha concluso Frattini. Uno è senz'altro rappresentato dall'economia, ma anche ''la buona amministrazione, che si fonda su di una tradizione matura per essere presentata come un prodotto italiano da esportare bene. Questo - ha concluso il ministro - è un altro di quei temi su cui l'Italia potrà dire la sua con sicurezza, sapendo che verrà bene ascoltata''.
sabato, febbraio 01, 2003
Il segnalibro dell'APC Lingua: ddl per costituzione Consiglio superiore lingua italiana
Roma, 31 gen. (Adnkronos) - E' iniziato oggi a Roma presso la Commissione Affari costituzionali del Senato, l'iter del disegno di Legge che prevede l'istituzione del Consiglio Superiore della lingua italiana (Csli).
Il testo del decreto di legge proposto dal presidente della Commissione affari costituzionali, Andrea Pastore (Fi), prevede che il consiglio, presieduto dal Presidente del Consiglio dei ministri, sia composto dai ministri interessati, le associazioni e le istituzioni che si occupano della lingua nazionale, come l'Accademia della Crusca e la società "Dante Alighieri".
L'obiettivo dell'iniziativa è, infatti, quello di riuscire a realizzare una coerente e autorevole "politica" della lingua, come veicolo di tutti i valori, passati, presenti e futuri dell''Italia.
L'iniziativa legislativa è inoltre, sostenuta dall'Accademia della Crusca, dalla società "Dante Alighieri", dall'Istituto dell'Enciclopedia italiana, dall'Accademia dei Lincei e da numerosi accademici.
Il relatore ded decreto legge è il senatore Giuseppe Valditara (An).
Il segnalibro dell'APCFARNESINA
La camera approva la riforma
Il Manifesto, 31 gennaio 2003
L'assemblea di Montecitorio ha approvato con 339 sì, 2 no e 9 astenuti, la cosiddetta «miniriforma» del ministero degli esteri che passa ora all'esame del senato. Uno dei punti cardine della miniriforma riguarda la possibilità di istituire sezioni distaccate delle rappresentanze diplomatiche nei paesi limitrofi dove l'Italia non è presente. Attualmente l'Italia in alcuni paesi non è presente direttamente con proprie ambasciate, ma si appoggia a quelle di altre nazioni dell'Ue, come Francia e Gran Bretagna. Con la legge si prevede la possibilità che un'ambasciata italiana apra una sezione distaccata in un paese limitrofo, cioè una struttura leggera con poco personale e costi contenuti. Un'altra innovazione riguarda gli Istituti italiani di cultura all'estero: faranno parte a pieno titolo dell'amministrazione del ministero degli Affari esteri. Per quanto riguarda invece i consolati, la legge attribuisce loro i compiti relativi al voto degli italiani all'estero. Tra le altre novità, viene istituita un'indennità per le lingue poco conosciute (per stimolare soprattutto i giovani diplomatici a imparare idiomi di paese che solo recentemente sono diventati partner privilegiati dell'Italia). Inoltre viene istituita un'aspettativa per motivi di studio per il personale diplomatico, da mettere a frutto soprattutto per la preparazione tecnico-culturale in vista di nuovi compiti che attendono i nostri ambasciatori quando partirà la cosiddetta «grande riforma» della Farnesina: quella orientata a trasformare i diplomatici in commessi viaggiatori per promuovere anche gli interessi economici dell'Italia all'estero. Ci sono poi una serie di norme amministrative che rendono più flessibile l'impiego del personale diplomatico e altri incentivi per favorirne la mobilità: ai fini della carriera viene perciò equiparato il servizio prestato presso organizzazioni internazionali a quello prestato presso le ambasciate tradizionali.
