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Data inserimento in rete: sabato, aprile 27, 2002
IIC Stoccarda - Articolo del 28/04/02

«Giudici» andrà a Heidelberg (con altro sponsor)
di Magda Biglia

Il Giorno, 27 aprile 2002
BRESCIA — Sabato 4 maggio debutterà allo Stadt Theater di Heidelberg «Giudici» di Renato Gabrielli, prodotto dallo Stabile bresciano per la stagione di prosa 2001-02. Scritto e diretto da Gabrielli, lo spettacolo (nella foto) si rifà a «Vespe» di Aristofane e affronta in tono grottesco i problemi del sistema giudiziario. Un processo kafkiano si tiene terapeuticamente nella casa di un pubblico ministero rimosso per gravi irregolarità dal suo ruolo e finito in depressione. E una «bella» galleria di personaggi finisce sotto il tiro della sua follia accusatoria.
Forse per la troppa attualità del discorso l'opera teatrale è comparsa sulla stampa tedesca con grande clamore. Infatti l'Istituto di cultura di Stoccarda ha ritirato il suo sostegno finanziario al Festival «Heidelberg Stuckemarkt», uno dei più importanti in Germania, secondo i responsabili del teatro per il mancato gradimento di due titoli in cartellone, uno dei quali la produzione bresciana.
Trovati altri sponsor, la serata comunque si farà, alle 20 di sabato 4 maggio. Il sovrintendente del festival Gunther Beelitz dall'anno scorso ha deciso di ospitare alla gara teatrale con premi ogni anno un Paese diverso, dopo la Francia, l'Italia e l'anno prossimo la Russia.
«Giudici» è in programmazione ancora oggi al Santa Chiara di Brescia, con due rappresentazioni: alle 15.30 e alle 20.30. Sulla scena come protagonista Giuseppe Battiston, attore di cinema oltre che di teatro, visto di recente nel film «Pane e tulipani».


Data inserimento in rete: venerdì, aprile 26, 2002
IIC Stoccarda - Articolo del 25/04/02

Istituto Italiano

Stoccarda, niente soldi ad una pièce sulla giustizia
di Nikola Harsch


l'Unità, 25 aprile 2002
Continua la polemica sugli Istituti Italiani di Cultura all'estero. Stavolta protagonista è l'Istituto di Stoccarda, che ha rifiutato al Festival teatrale di Heidelberg, lo Stückemarkt, dedicato all'Italia, il sostegno finanziario per 3.500 euro a causa della presenza in cartellone di un lavoro teatrale, Giudici, di Renato Gabrielli. In Giudici un pubblico ministero che si ostina a indagare sugli oscuri affari di una grande azienda, di cui è titolare suo cognato, viene prima rimosso dal suo ufficio con motivazioni pretestuose, poi rinchiuso in casa dai parenti. Renato Gabrielli spiega che non voleva scrivere un commedia «su» Tangentopoli, ma sulla percezione di Tangentopoli da parte della società italiana, nella quale si va perdendo la capacità di «essere giudici di sé stessi». La direttrice dell’Istituto di Stoccarda, Adriana Cuffaro, dice che l’anno scorso aveva offerto un appoggio finanziario al festival, dedicato all’Italia. In gennaio le sono stati comunicati i drammaturghi scelti: tra loro anche Gabrielli. Cuffaro ha letto il testo della commedia ed è arrivata alla conclusione che Giudici non rappresenta un'immagine dell’Italia adatta alla Germania: «Se venisse rappresentato in Italia non succederebbe niente, ma in Germania non si deve diffondere l’immagine di un'Italia che non riesce più a vedere le cose come stanno». Quindi ha ritirato appoggio finanziario. Ma i tedeschi sanno cos’è Tangentopoli e negli ultimi mesi si sono preoccupati per l’Italia che amano tanto. Il Süddeutsche Zeitung Magazin ha titolato «C'è un ombra sopra l’Italia. Con Berlusconi rimane ancora il nostro paese preferito?». L'episodio di Stoccarda è stato confermato anche dall’Ambasciata d'Italia a Berlino, che ha precisato che a fronte delle «numerosissime richieste di contributi finanziari» e della «grande ristrettezza di mezzi esistenti», le richieste vengono «vagliate severamente». I criteri di selezione premiano i progetti con «il più alto contenuto culturale per illustrare il mostro paese». Quali sono, allora, i progetti che vengono sponsorizzati? Nel programma dell’Istituto di Stoccarda abbiamo trovato un'attività che ci convince poco, se teniamo a mente i criteri di selezione: una mostra di origami insieme con dei corsi per imparare l'arte giapponese di piegare la carta.


«Tutti in rete i libri delle biblioteche friulane»
E’ una delle proposte della Provincia: un sistema per ottimizzare il lavoro di catalogazione

di L.P.

Il Messaggero Veneto, 26 aprile 2002
Un collegamento tra realtà bibliotecarie pubbliche e private per le funzioni automatizzate di catalogazione, così da avere uno schedario generale dei volumi di tutte le biblioteche della provincia di Udine. È soltanto una delle proposte emerse nell'ambito del convegno «Verso un sistema bibliotecario provinciale», organizzato alcuni giorni fa a San Daniele dalla Provincia di Udine, con il patrocinio dell'Associazione italiana biblioteche del Friuli–Venezia Giulia e la collaborazione del Comune di San Daniele e della biblioteca civica Joppi di Udine.
All'incontro, cui hanno partecipato circa un centinaio di persone (fra i relatori figuravano l'assessore alla cultura della Provincia di Genova Schiaffino e il direttore di «Biblioteche oggi» Belotti), è stato presentato il rilevamento statistico (riferito al 2000) sullo stato delle biblioteche nel territorio provinciale, che la Provincia ha assicurato di tenere costantemente aggiornato. Dall'indagine è affiorato che le biblioteche sono presenti in 120 dei 137 comuni della provincia (92 sono quelle che hanno risposto al censimento) e la consistenza del patrimonio librario è di un milione 284 mila 476 volumi. Solo alla civica Joppi si contano 438.890 opere e in tutto il sistema urbano udinese (comprensivo delle biblioteche di circoscrizione) 483.520. L'utenza nella provincia tocca i 95.684 iscritti (22.128 per il sistema bibliotecario urbano udinese), mentre quella attiva i 45 mila. I prestiti effettuati, invece, sono stati 450 mila.
Alcune funzioni, soprattutto per la catalogazione e la gestione del prestito, sono supportate dal computer e sono 2 i maggiori software utilizzati per le attività automatizzate: Bibliowin e Sebina, collegati fra loro. «Il sistema informatizzato – ha riferito l'assessore provinciale alla cultura, Fabrizio Cigolot – permette un servizio di catalogazione più veloce e agevola il lavoro dell'operatore, ottimizzando la tempistica e riducendo i costi. L'ideale sarebbe riuscire a estendere questo servizio anche all'università e alle altre realtà private (per esempio la Società Filologica Friulana e l'Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione). Si avrebbe, quindi, la possibilità di ottenere un catalogo generale delle opere presenti nelle biblioteche della provincia di Udine».
Quanto al prestito interbibliotecario, a partire da settembre 2002 il servizio sarà esteso a tutto il territorio provinciale. «L'utente che ha bisogno di un volume che si trova in un'altra biblioteca della provincia – ha specificato l’assessore – dopo due giorni potrà ritirare il libro prescelto nella stessa sede in cui ha compiuto la richiesta. Entro maggio sarà stipulata una convenzione con tutti i Comuni interessati al progetto».
Ma nel corso del convegno è emersa anche l'esigenza unanime, anche se con suggerimenti diversi, di una nuova legislazione in materia di biblioteche. La normativa attuale, in effetti, fa riferimento alla legge regionale 60/76. «Una modifica è necessaria – ha detto Cigolot – perché la normativa al riguardo è ormai datata, a differenza di altre regioni». Su questo punto, come accennato, non c'è un totale accordo: c'è chi vorrebbe una legislazione “leggera” e chi una più “vincolistica”, con standard precisi sui contenuti bibliotecari.
Infine, è stato dato peso pure alla formazione dell'operatore bibliotecario, che dovrà essere adeguatamente formato per contribuire alla promozione della rete bibliotecaria provinciale.


NASCE VENETIKON Associazione "kulturale", nel nome degli antichi Veneti «Come gli Indiani d'America»
«La politica dimentica le tradizioni. E un popolo rischia di scomparire»

di Antonio Bochicchio

Il Gazzettino, 26 aprile 2002
La giornata è bella ma lui ha uno sguardo serio: teme di scomparire nel nulla. Lo dice senza mezzi termini, tra un bicchiere di vino (Clinton di Recoaro) e un morso ai crostini (di Nove), mentre i bambini giocano più in là: loro sembrano non pensare che potrebbero scomparire nel nulla.
Lui è Antonio Lanaro, 50 anni, «cinque figli e già nonno», stilista orafo di Torri di Quartesolo, il rappresentante di "Venetikon", associazione culturale nata in sordina un paio di mesi fa a Vicenza e presentatasi con la prima manifestazione regionale ieri al palalago del laghetto di Marola. L'associazione esce allo scoperto il 25 aprile («la Liberazione? No, San Marco») e riunisce, sotto il gonfalone della Milizia dei Sette Comuni e del leone di San Marco, seguaci provenienti oltre che da quella vicentina dalle province di Verona, Treviso, Padova e Venezia. «Venetikon - spiega Lanaro, stretto nell'uniforme della milizia (una replica, quella vera è datata 1623) - è oggi alla sua prima manifestazione» e lo dice a fatica in italiano, preferirebbe nel dialetto veneto, come rigorosamente riportato dal depliant (come si dice depliant in vicentino?): "Prima jornada de' a memoria: par non dexmentegare ki ca jerimo, ki ca semo e ki ca saremo, se saremo... ".
Lanaro non scherza quando si dice a rischio di estinzione, e con lui tutta la «razza» («ma se parlo di razza non prendetemi per razzista!») veneta, anzi venetika, termine da lui stesso coniato per dare senso più ampio alla parola: profonda tradizione, «contenitore di tutto ciò che ancora rimane di venetiko, nella concezione stessa della vita fisica e spirituale di tutti gli individui che hanno in comune la cultura millenaria che nei secoli ha fortemente caratterizzato in patria e nel mondo il modo di essere venetici».
Ha paura, Lanaro, dell'altra faccia del mondo: teme che nella sua corsa forsennata, dimentichi il passato dei popoli. «Gli Indiani d'America erano i padroni delle praterie, oggi sono quasi estinti. Tra cinquant'anni, noi Veneti ci saremo?». Il messaggio arriva mentre si alza una leggera brezza, che fa sventolare bandiere, sciarpe, magliette e cappellini con la critta "Venetikon", prezzi fino a dieci euro («purtroppo dobbiamo pagare con questa moneta» sospira la standista) appesi ad uno dei banchetti: «Potrei dire che voto Lega, ma non lo dirò. Nessuno dirà cosa vota, qui a "Venetikon", perchè ci riteniamo trasversali alla politica. Perchè c'è un dissociamento della gente dalla politica corrente, urlata, predicata, mediata. Pensiamo solo di tenere in vita una cultura che troppe forze cercano di seppellire».
Passano Pierangelo Tamiozzo, di Caldogno, musicista esperto di pezzi cimbri che comanderà, verso sera, le danze, e Angelo Frigo, 54 anni, di Roana, che il cimbro lo parla correntemente: «Il nostro passato è anche in questa lingua». Passano correndo i bambini. Il futuro sono loro. Per loro sui tavoli, vicino al Clinton, c'è la Coca Cola.


Un’ovazione per il dottor Sordi
di Alberto Castellano

Il Mattino (25 aprile 2002)
Salerno. Un’ovazione incontenibile, che lo commuove quasi fino alle lacrime. La presenza di Alberto Sordi all'università di Fisciano, per la consegna della laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione, ha mobilitato studenti, docenti e stampa. Ma l'entusiasmo, la frenesia, l’interesse che ha scatenato tra i ragazzi la sola apparizione di Albertone sono di quelli che restano negli occhi e nella memoria anche di chi è abituato ai bagni di folla. I giovani che gremivano l'Aula Magna dell'Ateneo salernitano hanno accolto Sordi con tifo da stadio, applausi, urla e cori di «Alberto, Alberto», mentre fotografi e operatori lo sottraevano alla vista stringendolo in un grande abbraccio mediatico.
L'attore, subito ribattezzato maestro, ringrazia con gesti della mano, con sorrisi e baci inviati sulla punta delle dita. Interviene il rettore, poi il professor Emilio D'Agostino, il presidente della Provincia di Salerno Alfonso Andria e l'assessore alla Cultura regionale Teresa Armato («Sordi è diventato il simbolo dell'Italia con i suoi vizi e le sue virtù, ma è anche un uomo impegnato in iniziative di sensibilizzazione a favore degli anziani, della natura e ora dei giovani artisti con la sua Fondazione»). Poi la cerimonia è entrata nella fase liturgica, anche se gli scalpitanti e incontenibili giovani hanno esorcizzato la solennità del momento con applausi continui. Del resto, quando Sordi con toga e tocco si è seduto dietro l'enorme cattedra tra i docenti del consiglio di facoltà, è stato difficile non immaginarlo come uno dei personaggi della sua fantastica galleria cinematografica, pronto a sorridere della solennità del momento e di se stesso. L’euforia studentesca si è placata quando il direttore del corso di Scienze della Comunicazione, Annibale Elia, ha esposto la lunga e articolata motivazione del conferimento della laurea: «L'opera di Sordi contribuisce in maniera essenziale ai saperi e alle teorie della comunicazione, fornendo temi e metodi decisivi per comprendere nessi, trame, modelli con cui vengono costruiti i significati veicolati con e fra le immagini, le voci e i suoni», ha detto, e il preside della Facoltà di Lettere, Angelo Trimarco, ha letto la comunicazione ufficiale.
Alla consegna della pergamena, Sordi era visibilmente commosso. Ma solo per poco. «Ho sempre amato molto la scuola, ma non ci sono andato» ha cominciato a raccontare subito dopo. «Mia madre, che era una maestra elementare, ne soffriva molto e solo per farle piacere mi diplomai in ragioneria. Già da piccolo avevo la vocazione dell'attore e il tempo necessario per studiare merceologia e altre materie lo consideravo inutile. Quando m’iscrissi alla Filodrammatica di Milano, un'insegnante mi disse che non sarei mai diventato un attore. Ho interpretato tanti personaggi, ma il professore universitario mai. Delle molte cose che ho fatto, quella di cui sono particolarmente fiero è ”Storia di un italiano”, che ha anche un alto valore didattico perché attraversa cento anni della storia del nostro paese».
Al termine della cerimonia Albertone è stato salutato con applausi calorosi e intensi e una giovane laureata gli ha donato una copia della tesi che ha avuto per oggetto il suo cinema e in particolare uno dei suoi film più belli, ”Una vita difficile”. Sordi ha poi risposto con passione alle domande dei giornalisti, abbozzando ogni tanto qualche battuta. Sulla Rai, che dovrebbe trasmettere la sua nuova «Storia di un italiano, e sulla polemica di Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi, ha aggiunto: «La censura c'è sempre stata, ed è colpevole il comportamento di chi abusa dello spazio che ha per offendere le istituzioni. In quanto servizio pubblico la Rai deve difendere un prodotto che si rivolge a tutti».
Il Sordi-Day si è concluso con la consegna del Premio Linea d'Ombra al Teatro Verdi e con un altro bagno di folla. Carico di onori e riconoscimenti, ora ad Albertone manca solo la nomina a senatore a vita, di cui tante volte s’è parlato. «L’accetterei» ha detto, «per fare qualcosa per chi ha problemi, per chi soffre».
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Cerimonia a Salerno per la seconda laurea honoris causa ad Albertone - Sordi dottore concede il bis
E dopo l’estate “Storia di un italiano” torna su Raidue
dal nostro inviato
LEONARDO JATTARELLI

(Il Messaggero, 25 aprile 2002)
SALERNO - Storia di un italiano. Di un grande italiano che con un diploma da ragioniere («mia madre me lo diceva sempre: "Albè, magari non la laurea ma almeno un diploma"...e io questo glielo dovevo») oggi può vantare due lauree honoris causa. Storia di Alberto Sordi, emblema del cinema italiano che ieri, all’Università di Salerno, nell’ambito del festival Linea d’Ombra, ha ricevuto dalle mani del Rettore, Raimondo Pasquino, la laurea in Scienze della comunicazione, la seconda dopo quella ottenuta allo Iulm di Milano il 12 marzo scorso. L’aula magna è stracolma di studenti, un migliaio, che spingono per vederlo, per salutarlo. E lui, l’Albertone nazionale in forma smagliante, si presenta con tanto di toga, toglie per un attimo dalla testa il tocco accademico e saluta i ragazzi che l’osannano.
E’ vero, come cattedraticamente espone il docente di linguistica generale, che «Sordi, da Hardy alla Rivista, da Mario Pio allo Sceicco Bianco e ai Vitelloni, da Scola a Soldati a Monicelli, è un mezzo di comunicazione vivente». Ma Sordi, da sempre restio alla ufficialità, è attento anche se sembra guardare altrove e il suo sguardo si illumina, il suo volto "s’ingrugna" quando qualcuno ricorda che «la cultura accademica ha sottovalutato il genere comico, così come fu per il grande Totò». Giornata di festa quella di ieri. Una sorta di piano-sequenza che si snoda tra la platea e i banchi dei cattedratici ad immortalare un mito: «E non si dica che si tratta di un riconoscimento privato - sorride Sordi - perchè qui, sull’attestato di laurea, c’è scritto "in nome della legge". Forse è un dono di compensazione perchè ho sempre amato molto la scuola ma non ci sono mai andato. Dedico questa laurea a mia madre che forse mi sta guardando da lassù». Tra gli applausi e le "ola", l’ideale macchina da presa fissa i ricordi del protagonista di Una vita difficile: «Il mio apprendistato? Umiliante, deludente, portato avanti con sacrifici immensi. Ma io ho resistito per vocazione. Chiunque avrebbe mollato. Io volevo fare l’attore». Lo dice e lo sottolinea più volte Sordi: «La gente comune non ha perfezionismi. Grazie al Neorealismo ho capito che ciò che amavo tanto era proprio la gente: il borghese e il poveraccio, l’uomo col camice bianco, quello con la toga e quello con l’abito talare. Li ho rappresentati tutti nei miei film. Ma ora guardo alle nuove generazioni...». E ricordando la Fondazione Giovani Alberto Sordi, indirizzata «a tutti coloro che vogliono davvero entrare nel mondo dell’arte», il grande attore ricorda agli studenti «il mio programma didattico per la scuola. Storia di un italiano, dal 900 ad oggi». E Storia di un italiano arriverà, arricchita e rinnovata, anche in tv, subito dopo l’estate su Raidue in prima serata.
Dalla sua storia alle storie di oggi. L’Alberto nazionale ha parole per tutto: dal nuovo Auditorium («che grande piacere, lo aspettavamo da tempo. Un invito: perchè non organizzare un grande concerto di musica da film?») agli scontri all’interno della Rai («La censura è sempre esistita, ma il servizio pubblico deve ricordarsi di difendere uomini e prodotti che pensano al bene comune e senza alcun colore politico»). A proposito, la tv: «Io la amo da sempre - ride - perchè come dormo davanti a quell’apparecchio...».


Consolo: l'italiano distrutto dall'inglese
Lo scrittore avverte: la nostra lingua sta per scomparire, fagocitata dal linguaggio dell'utile e del commercio. Lancia l'allarme in un libro scritto col critico Traina.

Il Nuovo (25 aprile 2002)
ROMA - A parlare non è uno scrittore qualunque, ma uno di quelli che ha rinnovato l'italiano, disegnando una dignità anche al dialetto nelle sue forme più colte. E adesso Vincenzo Consolo si dice preoccupato sulle sorti dell'italiano: ''Ho la sensazione che l'italiano stia per sparire; sento che è una lingua molto fragile, giornalmente invasa da altre lingue''. Consolo riflette sullo stato di salute della nostra lingua in una conversazione con il critico Giuseppe Traina. L'intervista compare nel volume monografico Vincenzo Consolo, curata da Traina e appena pubblicato dalla casa editrice Cadmo.
L'invasione delle parole inglesi nell'italiano contemporaneo preoccupa Consolo: ''Non si tratta di una commistione linguistica di pari potenza e di pari valenza. C'è una lingua più forte, l'inglese, che schiaccia un'altra lingua più debole. La lingua più forte è una lingua che è portata dall'economia, non è una lingua della cultura''. E si lancia in una difesa della purezza della lingua dantesca. ''Insisto sullo stesso tasto, ma è così: la nostra lingua è invasa dall'americanismo, la lingua dell'utilità, del commercio, della comunicazione rapida, quindi una lingua assolutamente orizzontale - osserva il romanziere siciliano - che non conosce quella verticalità che aveva l'italiano, non conosce i vari gradi di stratificazione, l'arricchimento che veniva dalla mescolanza di cultura alta e cultura popolare''.
L'autore di sottolinea il fatto che ci sono Paesi che per la loro storia ''hanno resistito alla colonizzazione linguistica'' dell'angloamericano, come la Francia e la Spagna. Purtroppo, conclude Consolo, l'Italia non è finora riuscita a resistere.


Data inserimento in rete: giovedì, aprile 25, 2002
IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 25/04/02

Libro bianco su “Immagine socio-culturale degli italiani all’estero”

(Italcult) Nell'ambito del Convegno su “Immagine e identità degli Italiani”, organizzato dal Centro Studi Stampa Romana “Francesco De Sanctis” per il prossimo autunno, verrà presentato dal Sottosegretario agli Esteri, On. Mario Baccini, un Libro bianco su “Immagine socio-culturale degli italiani all’estero”, realizzato con la collaborazione dei Direttori degli Istituti Italiani di Cultura. Nel libro bianco verranno presentati oltre all’immagine prevalente della società e della cultura italiana nell’opinione pubblica e nei media del paese in cui operano gli Istituti di cultura, anche gli aspetti dell’identità nazionale degli italiani che più colpiscono l’opinione pubblica all'estero e i personaggi italiani della storia e dell’attualità più conosciuti in quel paese.(Italcult)



Agenzia del 25/04/02

Intervista al Segretario generale della “Dante Alighieri” sulla condizione attuale della lingua italiana

(Inform) ROMA - Sabato 27 aprile, durante la trasmissione “Sette giorni in Parlamento”, in onda alle 15,20 circa su Raiuno, sarà approfondito il tema relativo alla proposta di legge del Sen. Pastore a proposito della istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana.
Uno spazio particolare all’interno del programma sarà riservato alla “Dante Alighieri”, che da più di cento anni opera per la diffusione della lingua e della cultura italiana all’estero, con un’intervista del Segretario generale della Società, dott. Alessandro Masi, sulla condizione attuale del nostro idioma. (Inform)


Uno scambio forzato tra etnie differenti è causa
di violenti scontri sociali
La cultura imposta è segno di razzismo
di Edouard Ballaman - Onorevole Lega Nord

La Padania, 24/4/02
Nei giorni scorsi ho depositato un’interrogazione, diretta al ministro Moratti, inerente la presenza di ragazzi extracomunitari nelle nostre scuole. Molti genitori , infatti, si sono lamentati per una serie di problemi legati alla difficile situazione in cui si trovano i figli degli immigrati. Ciò ha provocato problemi di convivenza, oltre ad alcuni episodi da considerarsi incresciosi, non tanto per l’accaduto in sè, quanto per il contesto. Ho ritenuto opportuno, quindi, chiedere al ministro di affrontare queste problematiche direttamente laddove esse sono nate, cioè nelle scuole. In più ho anche chiesto di verificare se, nei casi di ricongiungimento, i genitori siano in grado di garantire ai figli minime condizioni dignitose per alloggio ed educazione. Come prevedevo, succede sempre quando si tocca il nervo scoperto di più o meno confessabili interessi, sono stato immediatamente “linciato” sulla pubblica piazza “massmediologica” della prima provincia. Poco male per il sottoscritto che, grazie ai voti datigli dai cittadini, ha tutte le possibilità di replicare e, se il caso, difendersi. Il problema, invece, diventa serio pensando ai suoi effetti “pedagogici” (della serie colpirne uno per educarne cento). Come potrebbe, infatti, un comune cittadino difendersi dal terrorismo verbale e intellettuale, che i “paladini” dell’immigrazione a tutti i costi operano nei confronti di chi non ingoia l’olio di ricino della “società multietnica o morte”? È addirittura stupefacente, poi, vedere come i moschettieri del “senza frontiere” arrivino a negare, con perfetta faccia di bronzo, l’esistenza di opinioni diverse dalle loro. Anzi, a sentire questi signori tutte le mamme sono in trepidante attesa di una scuola dove ci sia spazio per tutte le culture, fuorché la nostra. E che dire di coloro capaci di sostenere che, se proprio qualche genitore si lamenta, ciò vuol dire che sarebbe stato “ben indottrinato”? Un simile affermazione, se accolta, di fatto condanna all’afasia tutti coloro che hanno posizioni difformi rispetto al pensiero unico imperante. Ogni timore, ogni dubbio, ogni perplessità, ogni considerazione non conforme deve essere subito intimidita e, nel caso persista, eliminata. Facile comprendere, quindi, il livore rancoroso di cui sono stato oggetto. Meglio che un parlamentare sia messo a tacere, con tutti i mezzi (compresi, naturalmente, quelli scorretti di certa cattiva informazione), prima che i cittadini finora rimasti zitti prendano coraggio e dicano apertamente come la pensano. Con un “clima” tanto pesante, dunque, non c’è da stupirsi che si stia sempre più diffondendo una forma di autentico “nicodemismo” tra coloro che, pur essendo contrari o comunque perplessi di fronte al tipo di società multietnica attualmente imposta, si badano bene dal manifestarlo pubblicamente. Finire sulla gogna, soprattutto senza che vi siano motivi reali, non ha mai fatto piacere a nessuno. A sostegno dei loro interessi, intanto, gli “ultras” dell’extracomunitario a oltranza stanno praticando una furba sovrapposizione tra pluralismo e società multietnica. Siamo tutti d’accordo che le differenze arricchiscono, anzi, mi piacerebbe sentire espressi i medesimi concetti quando la Lega parla dell’identità dei popoli padani. Pare, invece, che il musulmano sia molto più trendy del veneto, del friulano o del lombardo (chissà perché l’affermazione della nostra identità per qualcuno significa “chiusura” , mentre l’imposizione delle altre culture sulla nosta dovrebbe significare “apertura’’). Eppure è storicamente dimostrato che uno scambio tra etnie e culture imposto a dosi massicce e in tempi accelerati, ha sempre causato contraccolpi pesanti sulle società che abbiano dovuto subire questo tipo di trasformazione. Non ha avuto certamente successo, infatti, il melting pot statunitense. In Europa assistiamo allo scoppio di continue situazioni turbolente e di violenza tra i vari gruppi etnici, letteralmente “importanti” dagli interessi economici di pochi grandi gruppi, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Olanda e persino in Svezia e in Danimarca. E non mi sembra, poi, essersi rivelato un successo la società multietnica tra ebrei e palestinesi volutamente forzata in Israele. Siete proprio certi che sia tutta colpa del razzismo? Razzista, fino a prova contraria, è colui vuole imporre la propria cultura sulle altre, non chi la vuole difendere.


- Articolo del 24/04/02

Il Messaggero (Civitavecchia) - Mercoledì 24 Aprile 2002
Il sottosegretario esplode alla vista del degrado di palazzo Chigi Albani
Sgarbi a Soriano: e scoppia il pandemonio


Lo stato di degrado gli era stato segnalato dalla Contessa Bianchi Ninni. E lui ha voluto rendersi conto di persona se quanto gli era stato riferito rispondeva o meno a verità. Visita a sorpresa, quindi di Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura, ieri mattina a Soriano nel Cimino. Alla vista del Palazzo Chigi Albani, iniziato nel 1560 ad opera del Vignola, l’onorevole Sgarbi si è letteralmente messo le mani tra i capelli. Poi è esploso. Il presidente della Provincia Giulio Marini, l’assessore Giammaria Santucci ed il sindaco di Soriano, Domenico Tarantino, hanno fatto il possibile per calmarlo. Ma non c’è stato nulla da fare. «Sono disgustato - ha detto Vittorio Sgarbi - nel vedere uno spettacolo del genere causato dal degrado, dall’incuria e dagli atti vandalici. Questo spettacolo è un’offesa per chi ama l’arte e la cultura». E poi ha chiamato i carabinieri per denunciare il furto delle maioliche antiche di parti di camino, di affreschi dall’interno dello storico palazzo sorianese. Ha telefonato anche al generale Conforti per illustrargli la situazione. Dal canto suo il sottosegretario si è impegnato per un interessamento affinché il Governo intervenga in qualche modo (con finanziamenti o con l’acquisto) nel tentativo di salvare l’opera prima che sia troppo tardi. Anche Santucci e Marini hanno dato la loro disponibilità, una volta chiarito il problema che riguarda la proprietà del palazzo, ad intervenire con progetti comunitari o direttamente attraverso l’amministrazione provinciale.
Il viaggio di Vittorio Sgarbi è proseguito per Vallerano per presenziare al convegno nel corso del quale è stata presentata la Grotta del Salvatore, restituita con i suoi affreschi restaurati, al suo antico splendore. La visita della Grotta ha confortato il sottosegretario ed i due rappresentanti dell’amministrazione provinciale. Ma la giornata di Vittorio Sgarbi era stata rovinata ieri mattina dalla visita a Palazzo Chigi Albani.


IIC Edinburgo - Agenzia del 24/04/02

I CONFLITTI ITALIANI DEL MEDIO EVO ALLA SAINT ANDREW’S UNIVERSITY

(News ITALIA PRESS) Saint Andrews – Il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Saint Andrews insieme al Dipartimento di storia medievale della stessa università e all’Istituto italiano di Cultura di Edimburgo organizzano per il prossimo 11 maggio un seminario su alcuni aspetti di storia italiana medievale.
Il periodo storico sarà analizzato dai relatori che vi prenderanno parte come un periodo di conflitti, a partire da rapporto tra il Papa e l’imperatore. La genesi e lo sviluppo di queste relazioni, i documenti prodotti e le eredità lasciate per i periodi successivi saranno al centro degli incontri della giornata.
Al seminario prenderanno parte docenti di storia italiana ed europea dell’università inglese, ma anche docenti italiani in Gran Bretagna.
Moderatrice del dibattito sarà l’italiana Annalisa Cipollone, esperta di letteratura italiana medievale, mentre, tra gli atri la partecipazione del dottor Carlo Caruso, docente alla University of St Andrews, confermerà la presenza italiana.



IIC Lisbona - Agenzia del 24/04/02

PORTOGALLO / TERMINATA LA SETTIMANA DELLA CULTURA ITALIANA INDETTA DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

LISBONA \ aise \ La proiezione della “IV Settimana della Cultura” indetta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (15-21 aprile) si è estesa anche al Portogallo, tramite numerosi eventi che hanno visto l’Istituto Italiano di Cultura di Lisbona in qualità di organizzatore diretto o di partner di prestigiosi centri culturali locali. Le iniziative hanno investito i settori del teatro, delle arti figurative e del design (quest’ultimo anche in considerazione dell’anno tematico dedicato alla moda e al design dalla Commissione Nazionale per la Promozione Culturale del Ministero degli Affari Esteri). Il teatro italiano ha partecipato alla settimana con due rappresentazioni: l’opera “La tempesta di Shakespeare” presentata dal “Teatro delle Briciole” di Bologna presso il Centro Cultural de Belén e “L’Isola di Alcina”, messa in scena dal “Teatro delle Albe” di Ravenna presso la fondazione “Culturgest”. (aise)




Data inserimento in rete: mercoledì, aprile 24, 2002
IIC Bucarest - Articolo del 24/04/02

Inaugurazione

Il Mattino
La "Scuola della canzone Napoletana - Roberto Murolo-Città di Scafati" scelta dal Ministero degli Affari Esteri Italiano inaugurerà l'Istituto Italiano di Cultura a Bucarest con un concerto oggi, alla presenza del sottosegretario agli esteri Baccini. Presenti Espedito De Marino, Vincenzo Acanfora e Giuseppe Pacelli.


L’INTERVISTA / Il ministro: il mio partito è a posto, non siamo come quel fascista di Le Pen. Gli immigrati? Noi quelli in regola, che lavorano, onesti, li aiutiamo
«Troppa gente di sinistra, alla Farnesina è ora di cambiare»
Bossi: è stata una trappola, scoveremo chi ha sbagliato. Ma non possiamo mandare un funzionario a fare il muratore, ci vuole una nuova legge
di Fabio Cavalera

Coriere della sera del 24/04/02
Un documento del Consiglio d’Europa accusa la Lega di essere «razzista e xenofoba». Che cosa replica onorevole Bossi?
«Che sono cose vecchie».
Vecchie di due giorni.
«Hanno rispolverato le solite e vergognose calunnie. Colpi di coda della sinistra. La Lega non è razzista e non è xenofoba. Noi siamo democratici».
Lei dice: colpi di coda della sinistra. Si tratta in verità del rapporto di una istituzione europea.
«Roba scritta dalla sinistra».
Ma il governo italiano non ha posto il veto.
«Il governo è stato vittima di un agguato. Mi sembra chiaro che qualche burocrate ministeriale è stato negligente oppure si è prestato a tendere una trappola più che alla Lega al governo Berlusconi. Alto tradimento. Del resto il nostro ministero degli Esteri è ancora pieno di gente di sinistra».
E’ per caso un reato?
« Chi lavora nei posti chiave dei ministeri ha il dovere di essere in sintonia con le direttive politiche del ministro. Alla Farnesina c’è ancora troppa gente legata a Renato Ruggiero e alla sinistra. Sarebbe ora di cambiare».
Intende dire cacciare?
«Intendo dire che ci vuole una legge che consenta a un ministro di ribaltare un ministero. Castelli alla Giustizia può farlo e lo ha fatto: un magistrato distaccato al dicastero ritorna nella sede originaria. Ma un funzionario della Farnesina o del Welfare dove lo mandiamo? Non possiamo spostare uno e metterlo a fare il muratore di punto bianco. Ciò non toglie che sia necessaria una nuova legge. Altrimenti agguati e trappole di questo tipo continueranno in eterno. Comunque scoveremo chi ha sbagliato e chi lavora male».
Autogol del governo che avrebbe potuto porre il veto alla pubblicazione del documento.
«Già, ma se lo hanno nascosto non è autogol è una trappola».
Resta il contenuto del rapporto: Lega razzista e xenofoba.
«Io sono tranquillo, queste accuse le respingo al mittente. Razzista e xenofoba è la sinistra. Noi siamo in regola, non siamo Le Pen».
Le Pen agita argomenti, immigrazione ed Europa, che sono un cavallo di battaglia della Lega.
«Le Pen è un centralista, è per lo Stato supercentralista, noi siamo per i popoli, noi siamo federalisti. Le Pen vuole buttare a mare gli immigrati noi invece vogliamo una legge chiara. Noi gli immigrati in regola, gli immigrati che lavorano, gli immigrati onesti li aiutiamo. Le Pen è un fascista».
Allora le dispiace che in Francia la sinistra non sia andata al ballottaggio?
« I fascisti rossi si sono presi una bella batosta. Crolla definitivamente l’impalcatura dell’Europa di centro-sinistra. Si volta pagina e ciò non mi può che fare contento».
Fascista Le Pen, fascista rosso Jospin. E’ difficile capire.
«C’è poco da capire. La sinistra, una certa sinistra, la sinistra che disprezza il popolo e che si affida alle massonerie e alle tecnocrazie va in pensione. Le elezioni francesi sono un bel passaggio».
Nonostante il successo di Le Pen?
«Sì, nonostante quel fascista di Le Pen, supernazionalista e antieuropeista».
Come? Anche lei era antieuropeista: Forcolandia e via discorrendo.
«La Lega è contro il Superstato europeo, contro un certo tipo di Europa.
Le Pen è contro l’Europa punto e basta. C’è una bella differenza: noi diciamo che l’Europa può essere la soluzione di molti problemi a patto naturalmente che sia un’Europa confederale, un’Europa che riesca a tenere contro delle tradizioni locali. Io dico che la soluzione è: pensare locale, agire globale, coniugare il locale con l’Europa. Noi siamo il contrario di Le Pen e chi ci accosta è un farabutto. Altro che razzisti e xenofobi».


Data inserimento in rete: martedì, aprile 23, 2002
IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 24/04/02

PICCOLI GRANDI SOGNI DI INVOLUZIONE

(News ITALIA PRESS) Berlino - L'On Gianni Pittella, responsabile nazionale dei DS per gli italiani nel Mondo, ha tenuto una serie di incontri con la comunità italiana in Germania.
Pittella si è soffermato con preoccupazione sulle azioni poste in essere dal Governo italiano nel campo delle attività culturali all'estero.
Secondo l'esponente diessino, accanto alle ruvide tentazioni normalizzatrici del sottosegretario Baccini, che ha cercato di mettere il bavaglio agli Istituti di cultura di Londra, Bruxelles e Parigi, si registrano piccoli atti, la cui mediocrità consiglierebbe la non curanza, se non esprimessero un segnale involutivo allarmante.
"Ho appreso", continua Pittella "che il Console generale di Francoforte invita gli italiani alla festa del 25 aprile, scrivendo nella lettera di convocazione, per ben due volte: festa della "liberazione", cioé ponendo tra virgolette la parola in minuscolo.
Pare che la stessa corona di fiori da deporre sulla lapide del Paluskirche debba essere acquistata con il contributo dei dipendenti e contrattisti dell'Istituto di cultura.
Sono misure che si accompagnano ad altri fatti: i films in proiezione sono stati preventivamente visionati e, se del caso, autorizzati; al festival teatrale di Heidelberg è stato negato il Patrocinio.
"Il malcelato intento di normalizzazione rispetto a chi non concepisce la cultura senza libertà, sottolinea Pittella, "delinea un quadro allarmante verso cui la nostra azione di denuncia sarà forte e decisa". News ITALIA PRESS


IIC Melbourne - Agenzia del 24/04/02

MELBOURNE FESTEGGIA I 10 ANNI DELL’A.L.I.A.S
Melbourne festeggia i 10 anni dell’Alias

(Il Globo-News ITALIA PRESS) Melbourne – Si terranno l’8 maggio presso l’Istituto Italiano di Cultura di Melbourne i festeggiamenti per il 10° anniversario della fondazione dell’A.L.I.A.S. (Accademia Letteraria Italo-Australiana Scrittori).
Fondata il 7 maggio del 1992, per promuove l’opera di scrittori italo-australiani e allo stesso tempo la cultura e lingua italiana, raccoglie scrittori di tutte le età che si incontrano regolarmente ogni giovedì del mese al Kirchner Neighboourhood Centre in Doyle St. Avondale Heights. Gli incontri sono occasione per la recitazione di poesie, la narrazione di racconti o di scambi di opinioni. Tra le iniziative di maggior successo e rilievo c’è il concorso di prosa e poesia aperto ad adulti e bambini.
Durante la serata dell’8 maggio si festeggerà il compleanno dell’A.L.I.A.S. con canzoni, brani teatrali, poesie e prosa e “verrà in particolar modo ricordata l’opera di Olga Giuliani una scrittrice italo-australiana che ha dato un notevole contributo alla vita culturale di Melbourne”, come ricordano proprio dall’Istituto di Cultura. Il Globo-News ITALIA PRESS


CORSI E RICORSI

Urbani, Pera e Sgarbi: ora gli «umiliati d’Oltralpe» si vendicano
di Maria Latella

Corriere della Sera
ROMA - Beccatevi questa. Metaforicamente parlando, si capisce, è come se un pezzo di Italia, forse non solo berlusconiana, si fosse svegliata ieri mattina facendo il gesto dell’ombrello. Tiè, ai cugini francesi che per mesi hanno lanciato allarmi sull’Italia a rischio di fascismo. Tiè, agli intellettuali italiani di nuovo costretti a riparare a Roma o a Milano, troncando bruscamente l’esilio parigino. «Per la soddisfazione», Vittorio Sgarbi ieri mattina è arrivato tardi a tutti gli appuntamenti: benché sia abituato a tirar tardi, tardissimo ha tirato domenica notte, «ho visto tutto, dagli exit poll ai dibattiti». Tutto, pur di non perdersi la faccia disfatta di Jospin, la faccia sorpresa di Chirac. «Per la soddisfazione», il ministro Giuliano Urbani, sempre ieri mattina, reprimeva a fatica quella che a Roma chiamano ridarella. Ogni tanto, si voltava verso qualche collaboratore: «Che dici, dovremo offrire asilo politico agli intellettuali francesi?». «Per la soddisfazione», ieri mattina, persino nelle austere stanze del Senato si percepiva un accenno di «hi,hi,hi», segno discreto di un Marcello Pera in grande buonumore. Riunito con i suoi collaboratori, il presidente del Senato ha citato, all’apparenza distrattamente, quel monsieur Forni presidente dell’Assemblea francese che, nell’autunno scorso, preso da antiberlusconismo, cancellò a lui, presidente del Senato, una compunta visita ufficiale, per di più dandone notizia prima all’Ansa di Parigi che a palazzo Madama. Dolce, davvero dolce, dev’essere stato ieri il risveglio di quelli che, al governo e attorno al Salon du Livre, si sono sentiti umiliati e offesi dai francesi. E poiché è nel momento della rivalsa, della revanche direbbe Le Pen, che si colgono le più profonde affinità degli uomini, mentre il sottosegretario Sgarbi rivolgeva il primo, affettuoso pensiero agli intellettuali di casa nostra («Come mi dispiace, Camilleri e Tabucchi non potranno più fare Radio Londra da Parigi. A loro non rimane che il Belgio»), il ministro Giuliano Urbani vendicava i suoi colleghi politologi di Francia: «Roba da matti. E’ evidente che né Chirac né, soprattutto Jospin, hanno letto un testo di politologia nell’ultimo anno. I politologi avevano previsto tutto, loro niente. E’ il più clamoroso suicidio politico di questi anni, frutto dell’incultura». Urbani assapora con lentezza quel vocabolo, lo ripete dolcemente «in-cul-tu-ra». Non era stato il ministro della Cultura Catherine Tasca a dire che Berlusconi non c’entrava niente col Salone del Libro, del tutto privo di cultura com’è? Ebbene: «E’ un suicidio per incultura, sì - scandisce il ministro Urbani -. I politici francesi non hanno capito niente. Una disfatta di queste proporzioni non è frutto di tecnicalità. Bisognerebbe fargli dei corsi di politologia». Alla notizia della vittoria di Le Pen, Urbani ha forse assaggiato il frutto proibito della soddisfazione? Risatina: «Beh, quello proprio no. Con Le Pen prevale la preoccupazione. Ma se avesse vinto il mio amico Madelin...».
Nessun brindisi al Senato, si capisce, però il presidente Marcello Pera ha la memoria lunga e ieri, nel chiuso delle stanze, ha rievocato quell’appuntamento cancellato di colpo, a Parigi, dal presidente dell’Assemblea francese, Forni. Colpa di Berlusconi, che a Berlino aveva parlato della superiorità dell’Occidente. Ieri il presidente del Senato ha ripensato alla lettera riservata inviata a Forni qualche giorno dopo l’incidente diplomatico. Da professore, Marcello Pera citava la Francia, culla della nota divisione dei poteri, esecutivo, legislativo, giudiziario, suggerendo a Forni un’attenta rilettura di Montesquieu e del suo Esprit des lois . Non aveva forse fatto confusione tra poteri, prendendosela col presidente del Senato italiano per una frase pronunciata dal premier?
Larghi sorrisi, insomma, ieri, dalle parti del governo. Ma ride bene chi ride ultimo, meditano «quelli di Radio Londra». Forse presto anche Tabucchi potrà rifare i bagagli. Sulla base dei testi di politologia consigliati da Urbani, a giugno in Francia rivincerà la sinistra, e allora si ricomincerà. Tutto daccapo.


Cultura di destra sconosciuta
alla biblioteca di Montagnana

ro.mor.

Il Mattino di Padova, 23 aprile 2002
MONTAGNANA. Nella Biblioteca Comunale di Montagnana mancano i libri dei grandi scrittori di destra del Novecento. Lo hanno scoperto gli studenti aderenti ad Azione giovane di An, che dopo aver letto l'articolo di Giovanni Raboni sulla pagina culturale del Corsera (titolo: «I grandi scrittori del Novecento sono tutti di destra»), si sono recati alla Biblioteca comunale per recuperare qualche testo. «Invece, con grande sorpresa - spiega Paolo Rodighiero, consigliere comunale di An - abbiamo scoperto che, mentre non mancano i testi di Che Guevara e il libretto rosso di Mao, non c'è traccia di scrittori di destra quali il premio Nobel per la letteratura Knut Hamsun, di E.M. Forster, di Cioran, Drieu La Rochelle, Barrès, Benne, Maurras o Montherlant, per non parlare dei dissidenti russi. Non solo - insiste Rodighiero - ma incredibilmente non è nemmeno possibile trovare qualche libro del padre del futurismo Filippo T. Martinetti o di Giovanni Papini... Per questo, al fine di sostenere una cultura libera e pluralista, e di colmare questa vergognosa lacuna, gli studenti di Azione giovani di Montagnana hanno organizzato una raccolta di fondi per acquistare i libri della "cultura negata" e poi donarli alla Biblioteca comunale».
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REPLICHE Politica e letteratura nel ’900

I grandi scrittori di destra fanno ancora scandalo
di Giovanni Raboni

Corriere della Sera, 23 marzo 2002
Non amo, in genere, le repliche. Faccio un’eccezione a proposito del mio articolo sugli «scrittori di destra» ( Corriere del 27 marzo) perché ho l’impressione che buona parte di quanti ne hanno parlato ne abbiano parlato per sentito dire o, al massimo, sulla base del titolo (pratica, temo, abbastanza corrente). Più che letto male, insomma, mi sono sentito non letto; e per questo mi sembra il caso di tornare, per ribadirli, su alcuni punti del ragionamento. 1) Non ho mai detto, ovviamente, che tutti i grandi scrittori del 900 sono di destra. Ho cercato solo di sfatare il luogo comune opposto, tanto diffuso quanto, secondo me, nocivo. Perché nocivo? Perché determina (mi cito) «l’atteggiamento di estraneità se non di malanimo ravvisabile in larghi strati dell’opinione pubblica piccolo borghese» nei confronti dell’intera categoria; e Dio sa quanto bisogno avrebbe la nostra maggioranza ex silenziosa di avere un po’ meno paura, di diffidare un po’ meno degli «intellettuali»...
2) Qualcuno (ultimo, non certo per autorità e prestigio, Eugenio Scalfari su L’Espresso ) mi rimprovera d’aver messo insieme alla rinfusa scrittori - e destre - di tutti i tipi. Sono costretto a citarmi di nuovo: i nomi elencati, scrivevo, «appartengono o sono collegabili a una delle diverse culture di destra - dalla più illuminata alla più retriva, dalla più conservatrice alla più eversiva, dalla più perbenistica alla più canagliesca - coesistite nel corso del ventesimo secolo». Il mio scopo principale era, ripeto, dimostrare che si può essere grandi scrittori anche se si è, in un modo o nell’altro, di destra.
3) In parecchi mi hanno fatto notare che gli scrittori veri non sono, in quanto tali, né di destra né di sinistra. Se avessero letto l’articolo, si sarebbero accorti che l’avevo già detto io: «ancora più importante (...) sarebbe prendere spunto da questo sommario censimento per cercare di liberarsi da un altro e ancora più insidioso pregiudizio, quello secondo il quale una persona di sinistra che scrive libri è ipso facto uno scrittore di sinistra e una persona di destra che scrive libri è ipso facto uno scrittore di destra. Non è così: il senso di un’opera letteraria decidendosi e manifestandosi altrove, su un piano totalmente diverso da quello delle scelte di carattere ideologico e dei comportamenti di carattere politico».
4) Occorre, a questo punto, che io dica quanto sono d’accordo con chi ha voluto ricordarmi che esistono anche grandi scrittori di sinistra? Per dimostrarlo, mi limito ad elencare, accanto ai soliti Brecht, Neruda e Sartre, alcuni dei poeti del ’900 che più ammiro e venero: Machado, Joszef, Vallejo, Hérnandez, Char, Arghezi, Lowell, Sereni... Mi sentirò più tranquillo quando potrò credere che chi si sente «di destra» riuscirà ad amarli quanto io, che da sempre mi sento «di sinistra», amo (da sempre) D’Annunzio e Yeats, Benn e Claudel, Eliot e Pound.
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Lettere al Corriere
Così si rompe un tabù: di destra i grandi scrittori

Corriere della Sera, Lunedi' 8 Aprile 2002
Fossi in una giuria che ha il compito di assegnare un unico premio per il migliore articolo che sia apparso su un giornale, non avrei dubbi e la mia scelta cadrebbe su quello scritto da Giovanni Raboni e pubblicato una settimana fa dal Corriere con il titolo: «I grandi scrittori? Tutti di destra». Titolo provocatorio, me ne rendo conto: ma forse ci voleva quel pugno nello stomaco per sfatare il luogo comune secondo il quale un bravo scrittore non può che essere di sinistra. Il merito di Raboni è amplificato per il fatto che lui notoriamente è proprio uno scrittore di sinistra, ragion per cui, scritte da lui, quelle cose valgono il doppio.

Franca Darena , Roma ,
Cara signora Darena, se posso permettermi di aggiungere un altro merito che va riconosciuto a quell’articolo di Giovanni Raboni, gli si deve dare atto di non aver scelto la via delle quattro chiacchiere sul tema, bensì quella più impegnativa di un preciso elenco degli scrittori «di destra»: Barrès, Benn, Bloy, Borges, Céline, Cioran, Claudel, Croce, D’Annunzio, Drieu La Rochelle, Thomas Stearns Eliot, Edward Morgan Forster, Carlo Emilio Gadda, Hamsun, Hesse, Ionesco, Jouhandeau, Jünger, Landolfi, Thomas Mann, Marinetti, Mauriac, Maurras, Montale, Montherlant, Nabokov, Palazzeschi, Papini, Pirandello, Pound, Prezzolini, Tomasi di Lampedusa, William Butler Yeats. A cui ha aggregato altre due categorie. Quelli che sono stati «folgorati, a un certo punto della vita, dalla rivelazione dei disastri e dei crimini del comunismo storico e che per questo hanno finito con l’attestarsi su posizioni sostanzialmente liberali»: Auden, Gide, Hemingway, Koestler, Malraux, Orwell, Silone, Vittorini. E quei perseguitati da Stalin di cui è pressoché impossibile immaginare «quali sarebbero state le loro convinzioni se il destino li avesse fatti vivere altrove»: Babel, Brodskij, Bulgakov, Cvetaeva, Mandel’stam, Pasternak, Solzenicyn.
Mi ha sorpreso che i giornali di sinistra abbiano fatto finta di non averlo visto quell’articolo. Sul quotidiano cattolico, Avvenire , Cesare Cavalieri lo ha salutato invece come un evento molto importante. E sul Giornale Stenio Solinas ha aggiunto a quei nomi quello di Joseph Conrad che morì nel 1924 ma fece in tempo ad ammirare Benito Mussolini. Tant’è che le ultime lettere dell’autore di «Cuore di tenebra» si chiudevano con queste parole: «A tutti gli americani, saluti! Con il braccio destro teso "à la fascisti"».
Lei, signora Darena, si stupisce - in positivo, certo - che sia stato uno scrittore di sinistra a sollevare il caso. Fu lo stesso vent’anni fa allorché l’editore Guanda pubblicò «Bagatelle per un massacro» di Louis-Ferdinand Céline, un testo esplicitamente antisemita. Céline è oggi uno degli autori a cui Raboni fa riferimento con assoluta tranquillità. Ma allora... Enrico Filippini salutò quell’edizione di «Bagatelle» dicendo che gli dava «il vomito». Alberto Moravia che era «scadente». Natalia Ginzburg che era «orribile». E concluse: «Un libro razzista non può essere che brutto». A rompere il coro intervenne il direttore di Quaderni Piacentini, la più importante rivista della sinistra extraparlamentare, Piergiorgio Bellocchio: «Posso capire chi non è disposto a perdonare i peccati di Céline - scrisse-. Trovo invece disonesto che, per cavarsi d’impaccio, si faccia passare per brutto, mancato, scadente, vomitevole un libro di tale importanza artistica e culturale». Bellocchio disse in modo esplicito quel che tra gli addetti si riconosceva da tempo. Fu la rottura di un tabù. Com’è stato oggi con l’articolo di Raboni.


- Articolo del 23/04/02

LA RIFORMA DELLA FARNESINA SENZA SCORCIATOIE
Diplomazia non è business

di Boris Biancheri

LA STAMPA 23.04.2002
Sono passati più di tre mesi da quando il Presidente del Consiglio, sulla ingombrante traccia delle dimissioni di Ruggiero, ha preso la via della Farnesina, ne ha assunto l’interim, e ha annunciato l’intenzione di riformare il ministero degli Esteri orientandolo alla tutela degli interessi economici e commerciali del paese.
Molti si chiedono perché Berlusconi mantenga così a lungo la titolarità di un ministero che offre più visibilità che gloria. In effetti, non è dedicando alla diplomazia un giorno di lavoro e un viaggio alla settimana tra le tante pressanti cure di un Presidente del Consiglio, che si può svolgere a lungo l’azione necessaria all’Italia in un momento in cui il Medio Oriente è in guerra, l’Unione Europea costruisce le proprie istituzioni, gli Stati Uniti e l’Europa sono separati da dissensi, e occorre gestire l’ordinario, cioè gli interessi quotidiani del paese e degli italiani verso l’estero e la guida di 250 tra ambasciate e consolati e di una burocrazia di buona qualità, consapevole di esserlo, e quindi insofferente di vaghezze e approssimazioni.
Il Presidente del Consiglio, cui non manca l’intuito e al quale va riconosciuto di aver messo a segno giorni fa un colpo felice con la firma in Italia di un accordo-quadro tra la Russia e la Nato, avrà le sue ragioni per prolungare il soggiorno agli Esteri. Una almeno mi sembra evidente: essendosi assunto il compito di una riforma della Farnesina non può lasciare l’incarico senza averla quantomeno impostata.
Una riforma del ministero degli Esteri richiede correzioni e non stravolgimenti della struttura attuale. E’ giusto potenziarne la cultura e la vocazione economica inserendo per esempio una maggiore preparazione specifica post-laurea tra le condizioni di accesso o accrescendo il peso dell’economia nella formazione interna.
Si possono spalancare le porte delle ambasciate alla collaborazione di esperti, reclutandoli nel privato su base strettamente temporanea come fanno d’altronde i nostri partners europei. Si potrebbe far confluire negli Esteri il personale dell’ex ministero Commercio Estero e quello dell’Ice, evitando doppi impieghi e accrescendo il peso della componente economica nella struttura generale. Si può rivedere in senso più moderno il sistema di valutazione negli avanzamenti. E così via.
Ciò che non si può fare - sia pure nel lodevole intento di dare maggiore assistenza alle nostre imprese - è di stravolgere una professione che ha un suo preciso compito di rappresentanza e di coordinamento prendendo come base ciò che i piccoli imprenditori dicono al caffè quando parlano di diplomazia. Il lavoro diplomatico è un lungo, quotidiano, paziente lavoro di contatti che ha come bussola l’interesse del paese e non quello di singoli individui o singole categorie.
Oltre alla politica e all’economia, copre aree diversissime che vanno dalla cooperazione allo sviluppo, alla tutela dei diritti umani, all’assistenza alle collettività all’estero, alla promozione culturale, a infinite questioni specialistiche gestite dalla Commissione Europea e da una moltitudine di organizzazioni internazionali. E’ un lavoro di professionisti che non si presta a scorciatoie e che non si migliora inserendovi a caso manager pubblici o politici senza impiego. Preservarlo da lottizzazioni e interessi di parte dovrebbe essere il presupposto di ogni riforma.



Data inserimento in rete: lunedì, aprile 22, 2002
IIC Bruxelles - Agenzia del 22/04/02

SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CULTURA CHIUSA A BRUXELLES
Ultimo evento in programma stasera con la presenza di Erri de Luca

(News ITALIA PRESS)
Bruxelles – Si concludono a Bruxelles questa sera gli eventi organizzati in occasione della settimana internazionale della cultura dall’Istituto italiano di cultura della capitale belga, in collaborazione con il Festival du Printemps Baroque du Sablon.
“Follie all’italiana” è stato l’evento musicale proposto sabato scorso, con le musiche di Falconiero, Vitali, Corelli e Vivaldi, proposte da I Sonatori della Gioiosa Marca.

La lettura di poesie in italiano e l’incontro con il poeta Paolo Ruffilli l’evento letterario che è stato organizzato per il pomeriggio di domenica, riscuotendo grande successo di pubblico.
Oggi la serata conclusiva: lo scrittore napoletano Erri De Luca interverrà nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura per presentare il suo libro dal titolo“Montedidio” (ed. Feltrinelli) e la raccolta di poesie “Opera sull’acqua” (ed. Seghers, Parigi).
Scrittore e giornalista, De luca presenta per la prima volta in Belgio il libro, uscito nel 2001, che lo ha confermato come scrittore autobiografico, narrando la storia di un quartiere collinare di Napoli, vissuta da un giovane protagonista: storie di tutti i giorni che ci portano ad aspetti sconosciuti della nostra personalità. News ITALIA PRESS


IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 22/04/02

BENI CULTURALI/ IL MINISTRO URBANI TIRA LE SOMME: ‘GRANDE SUCCESSO DELLA VI SETTIMANA DELLA CULTURA’ - AUMENTO DEI VISITATORI DEL 18%

ROMA\ aise\ - Si è chiusa la IV Settimana per la cultura ed è già tempo di bilanci. Sette giorni dedicati all'arte, alla storia, all'architettura, al cinema e allo spettacolo e secondo una prima stima i visitatori durante questi giorni sono aumentati del 18%. Oltre mille gli eventi in tutto il territorio nazionale e per la prima volta anche all'estero (attraverso gli istituti italiani di cultura) nelle città di Beirut, Buenos Aires, Cordoba, San Francisco, Strasburgo, Tripoli e Vancouver. Da non dimenticare che al cinema si è potuto andare con soli 4,5 Euro grazie una promozione voluta dall'associazione nazionale esercenti cinematografici. (aise)



IIC Strasburgo - Agenzia del 22/04/02

L’INTERAZIONE UOMO- MACCHINA NELLA PERFORMANCE MUSICALE E ARTISTICA / IL 26 APRILE ALL’AUDITORIUM DEL MUSEO D’ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA DI STRASBURGO

STASBURGO \ aise \ Per il ciclo Cultura e scienze in Italia, l’Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo, in collaborazione con il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, propone un concerto di musiche elettroacustiche, il 25 aprile 2002, e un incontro sul tema l’interazione uomo/macchina nella performance musicale ed artistica, il 26 aprile 2002. Il concerto proporrà musiche per strumenti ed elettronica di Riccardo Vaglini, Andrea Nicoli, Nicola Sani, Fausto Sebastiani e Emanuele Casale. Nati tra il 1960 e il 1965, questi compositori affiancano a una formazione più tradizionale studi specifici d’informatica musicale, musica elettronica ed elettroacustica. Vincitori di numerosi premi internazionali, tutti insegnano composizione nei Conservatori italiani; N. Sani è direttore artistico del Progetto Sonora della Fondazione Cemat. (aise)



Data inserimento in rete: domenica, aprile 21, 2002
IIC Istituti italiani di cultura - Articolo del 21/04/02

L’INTERVENTO Sugli Istituti di cultura
La sfida dell’Italia si vince all’estero

di FRANCESCO ALOISI DE LARDEREL*

Corriere della Sera, 21 aprile 2002
Qualche recente polemica ha acceso l’attenzione dei mezzi di informazione sugli Istituti italiani di cultura all’estero e, più in generale, sulla politica di promozione della cultura e della lingua italiane nel mondo. Dato che alcuni degli interventi sembravano dare per scontato che la cultura italiana sia generalmente rappresentata in maniera insoddisfacente, sento il bisogno di fornire alcune informazioni e considerazioni «dal terreno». L’Italia ha all’estero 93 Istituti di cultura (di cui 88 operativi). Si tratta di una rete largamente inferiore a quella di Gran Bretagna, Francia e Germania, ma che le consente comunque di essere presente in tutti i principali centri dei Paesi per noi più importanti.
Per dare una idea della loro attività, questi Istituti hanno quest’anno in programma oltre 1.500 manifestazioni (mostre di arte figurativa, mostre di archeologia, manifestazioni teatrali, musicali, di balletto, eventi letterari, ma anche manifestazioni di moda, di design italiano, di architettura). Nello stesso tempo insegnano l’italiano a 55.000 adulti, facendo fronte ad una domanda in netta crescita.
Una attività così articolata e diffusa può certamente avere dei punti di debolezza. Ma, nel complesso, si riesce a valorizzare sia il grande retaggio culturale del nostro Paese sia la cultura italiana contemporanea, in tutti i suoi aspetti, ed il contributo che l’Italia dà anche oggi - in tempi di globalizzazione - allo sviluppo della cultura mondiale. Direi anche che, tenuto conto dei mezzi impiegati (15 milioni di euro, pari a 29 miliardi di lire) i risultati raggiunti sono davvero notevoli e dimostrano la spiccata capacità di autofinanziamento dei nostri Istituti, i quali riescono a svolgere gran parte della loro attività ricorrendo a risorse esterne: i proventi dei corsi di italiano, sponsorizzazioni locali o italiane, partecipazioni di enti esterni alle loro attività. La presenza di tante sponsorizzazioni e collaborazioni di organismi esterni mi sembra, di per sé, un riconoscimento dell’utilità del lavoro che gli Istituti fanno, se non anche della sua qualità.
A questo proposito ritengo che tutti i direttori degli Istituti meritino una parola di sincero apprezzamento per i risultati che raggiungono, con mezzi limitatissimi. Se questa è la base esistente, mi sembra utile fare qualche riflessione sulla utilità per un Paese come l’Italia di svolgere all’estero una attività di promozione della nostra cultura, proprio oggi che l’esplosione dei mezzi di comunicazione - trattisi della televisione o di Internet - ha messo tutte le culture in contatto diretto e continuato.
Molti temono istintivamente la globalizzazione, dando per scontato che le nostre specificità culturali (così accentuate anche all’interno della stessa Europa) siano destinate ad affievolirsi ed a sparire a favore, per lo più, della cultura anglosassone. In realtà chi rappresenta l’Italia all’estero (ma anche tanti italiani che all’estero vivono e lavorano) sa quanto sia forte e come aumenti la domanda di cultura italiana negli altri Paesi.
I dati di una recente ricerca della Università La Sapienza ci dicono che - pur essendo gli italiani solamente il 19° gruppo linguistico nel mondo - la nostra lingua sia costantemente al 4° o al 5° posto come numero di studenti stranieri e che la domanda di insegnamento di italiano presso i nostri Istituti sia aumentata del 38% negli ultimi cinque anni. D’altronde, ogni volta che organizziamo una esposizione, un concerto, una rappresentazione teatrale, una mostra di design, le sale sono sempre piene e la stampa locale densa di rassegne. Lungi dal trovarci a dover convincere pubblici distratti, o monopolizzati dal richiamo di altre culture, constatiamo che le opinioni pubbliche di altri Paesi si aspettano, e ci chiedono, che l’Italia metta a loro disposizione i frutti della sua lunga e ricca storia culturale.
Non per niente i nostri musei e le nostre città d’arte straboccano di visitatori stranieri, il nostro libro conosce grandi successi all’estero, l’opera italiana gode in molti Paesi esteri di una perenne gioventù, moda e design italiani sono da anni di gran moda, per non parlare dei vini e della gastronomia.
Ma l’Italia non è solo cultura, anche se la sua propria cultura la caratterizza così profondamente. È un Paese che svolge un ruolo politico importante sulla scena internazionale (ad esempio è membro del G8). È un Paese molto avanzato che, come ottavo esportatore mondiale, ha forti interessi all’estero. È anche un Paese che ha dei doveri verso i quattro milioni di concittadini all’estero ed i circa trenta milioni di discendenti dei nostri emigrati nei cinque continenti. L’Italia è quindi un Paese molto internazionalizzato, il cui benessere dipende in larga misura da una fitta serie di rapporti internazionali, ma che ha all’estero dei suoi specifici punti di forza ai quali connettersi utilizzando anche gli strumenti della propria cultura.
Ciò significa che, se davvero la cultura italiana si trova a far fronte alla sfida della globalizzazione, tale sfida non va fronteggiata solo in Italia ed in modo difensivo, ma soprattutto all’estero, con una fiducia in noi stessi che ci viene da un interesse per la nostra cultura e la nostra lingua già largamente diffuso e verificato. Non ci troviamo a dover lavorare per far nascere e sviluppare una domanda di cultura italiana: ci troviamo piuttosto a dover soddisfare una forte domanda già esistente, e ciò è già di per sé una sfida non da poco. Questi mi sembrano essere i dati di partenza per un concreto e costruttivo esame delle possibilità e della opportunità di ampliare e migliorare la promozione della nostra cultura e della nostra lingua all’estero, come componente strutturale della nostra politica estera.
(*) Direttore generale della Promozione e della cooperazione culturale del ministero degli Affari esteri


- Servizio del 21/04/02

Una mostra a Sassari sulle vignette del grande pittore per il Popolo d'Italia e un ampio convegno con Sgarbi
Sironi, fascismo e modernità
Il rapporto complesso tra l'arte e il potere politico ieri e oggi
Sgarbi propone la differenza tra Stato e regime

La Nuova Sardegna, 21 aprile 2002
Sono 317 vignette satiriche per il «Popolo d'Italia», il giornale che fu l'organo - come si disse - più che del fascismo, dello stesso Mussolini. Testimoniano quella che Claudia Gian Ferrari ha definito, nel corso del convegno che ha preceduto (la mattina e il pomeriggio, all'aula magna dell'università di Sassari) «la convinta adesione di Sironi a un progetto di società moderna, quello fascista». Sironi illustratore per il giornale di Mussolini, dunque, sin dagli anni Venti, e poi «dirottato» sul meno visibile «Almanacco del Popolo d'Italia», quando nel regime prese il sopravvento l'ala guidata da Farinacci che considerava con estremo sospetto il carattere sociale del fascismo al quale il pittore (sassarese solo di nascita, ma che sempre avrebbe rivendicato questa origine dovuta al fatto che il padre era stato chiamato a progettare il Palazzo del Governo, o della Provincia) si ispirava.
Inevitabile che il convegno che ha preceduto l'inaugurazione della mostra finisse, nonostante il generico titolo di «Arte e potere», per ruotare intorno a tematiche legate a Sironi, alla sua monumentalità, al suo rapporto con il fascismo che - è stata ancora la Gian Ferrari a ricordarlo - l'arte sosteneva e sovvenzionava impegnandovi risorse assai maggiori di quanto non avrebbe fatto successivamente la Repubblica.
Nutrita la schiera dei relatori: il convegno e la mostra, inscritti nella Settimana della cultura ma promossi e organizzati dall'Associazione degli antiquari sardi, rientrano in quel «contenitore» (così lo ha definito il soprintendente Paolo Scarpellini nella sua sobria esposizione dello stato degli spazi espositivi sassaresi) costituito da questa occasione annuale. Un'iniziativa privata, dunque, che arriva opportunamente ad arricchire il panorama dell'offerta culturale in città.
Così, oltre all'architetto Scarpellini e alla già citata Gian Ferrari, il palco dei relatori vedeva, al mattino, dopo i saluti del rettore dell'università di Sassari Alessandro Maida e del sindaco (costretto da impegni a raggiungere solo a lavori iniziati la sede del convegno all'aula magna dell'università), l'assessore alla cultura del Comune di Cagliari, oltre che storico e critico dell'arte, Giorgio Pellegrini, e il giornalista, vice direttore di «Panorama», Pasquale Chessa. Il pomeriggio, dopo due brevi interventi per precisazioni della Gian Ferrari e di Chessa, gli interventi del regista Filippo Martinez e del sottosegretario ai beni culturali Vittorio Sgarbi.
Certo, Sironi. Ma anche la cultura nel territorio, tema in primo piano per la Gian Ferrari (gallerista, oltre che storica e sociologa della critica d'arte) e Pellegrini nella duplice veste di studioso e amministratore. Con un sovrappiù di indagine critica: le relazioni tra un potere come quello fascista e artisti, non solo Sironi, ma anche Biasi, a proposito del quale Pellegrini ha citato un vecchio verbale dell'assemblea del Consiglio regionale (1956) nel quale Sebastiano Dessanay si opponeva all'acquisto della Collezione Biasi criticando il manierismo decorativo del pittore. Critiche, ha poi rilevato Pasquale Chessa, che non erano poi diverse da quelle che a Biasi rivolgevano gli stessi avversari fascisti del pittore sassarese. In definitiva, tenere lo spazio dell'arte separato da quella della politica come punto di non ritorno.
Dopo Filippo Martinez, che ha affrontato da un personalissimo punto di vista la «Liberalizzazione del concetto di poesia» e l'affermazione di potere («Sono morto il 20 luglio 2001, giorno del mio compleanno. Ora sono postumo»), Sgarbi ha parlato della differenza tra arte di regime e arte di Stato, indicando nella prima un atteggiamento servile e nella seconda la rappresentazione di un potere stabilito. Con digressioni dedicate all'arte d'opposizione («Abbiamo fatto il sacrificio di andare al potere perché il cinema potesse andare all'opposizione, e ora Moretti si è realizzato»), a Tangentopoli («Mani pulite ha rispettato forse una legalità formale, ma andava contro quella che era ormai una legalità sostanziale») a destra e sinistra («Tutti i grandi scrittori, sono di destra», affermazione estesa ai pittori) alla provocazione delle avanguardie («Se Duchamp poteva dipingere i baffi alla Gioconda, perché prendersela con il ragazzino che buca il quadro di Matisse?») tra arte e vita reale.
La mostra «Mario Sironi, illustrazioni per il Popolo d'Italia edite e inedite» è fino al 19 maggio del Canopoleno in via Santa Caterina a Sassari. Nel catalogo, a cura di Claudia Gian Ferrari con la collaborazione di Ada Masoero, anche un'intervista a Forattini.