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Data inserimento in rete: sabato, giugno 01, 2002
IIC Istituti italiani di cultura

“Sulla promozione della cultura italiana all’estero”
di Edoardo Crisafulli***

Mondoperaio, maggio-giugno 2002, n.3, pp. 51-56
Diversi articoli apparsi di recente sulla stampa italiana hanno discusso le politiche di promozione culturale dell’Italia all’estero. Purtroppo, lo hanno fatto in maniera polemica e non sempre obiettiva. Prima di entrare nel vivo della questione, bisogna dire che l’Italia dispone di 93 Istituti di cultura che sono dislocati nella capitali estere più importanti. Il loro compito è promuovere la cultura italiana intesa in una accezione ampia (non solo le radici storiche e classiche, ma anche gli sviluppi contemporanei, la scienza, la tecnologia e le arti cosiddette ‘minori’). Gli Istituti organizzano manifestazioni culturali di ogni genere (mostre, rassegne cinematografiche, concerti, spettacoli teatrali ecc); entrano in contatto con istituzioni e personalità del mondo culturale del Paese in cui operano; creano i presupposti per una collaborazione culturale e scientifica con ambienti accademici stranieri; promuovono lo studio della lingua italiana; assistono studiosi e italianisti; forniscono informazioni sulla vita culturale italiana ecc. Gli Istituti sono collegati organicamente alle rappresentanze diplomatiche in quanto appartengono all’amministrazione degli Affari Esteri. L’attività degli Istituti è regolata da una legge ad hoc, la 401 del 1990, la quale stabilisce due principi: (1) il Ministero degli Esteri definisce gli obiettivi e gli indirizzi generali di politica culturale; (2) a tal fine, il Ministero s’ispira alle proposte della Commissione Nazionale per la promozione della cultura italiana all’estero. La Commissione è presieduta dal Ministro degli Esteri o da un suo delegato, ma gode di ampia autonomia: i suoi membri sono in gran parte designati da Istituzioni prestigiose quali, ad esempio, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, la Società Dante Alighieri, l’Accademia dei Lincei, il Consiglio Universitario Nazionale ecc. Sarebbe utile collegarsi al sito del Ministero degli Esteri (www.esteri.it – promozione culturale) per avere un quadro preciso dell’ampio spettro di idee suggerite dalla Commissione. Tra queste ci sono, ad esempio, la promozione della cultura italiana contemporanea (arti visive, teatro, danza, musica letteratura e cinema), la valorizzazione della scienza e tecnologia italiane, il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana all’estero, il finanziamento di cattedre di italianistica nelle università straniere e la diffusione della conoscenza del patrimonio artistico-archeologico del nostro Paese.
Una delle raccomandazioni più originali, e purtroppo anche la più fraintesa nel dibattito attuale, è quella che invita a creare un collegamento tra promozione culturale e sostegno al “Sistema Italia”. La Commissione, cioè, e qui cito testualmente, dà impulso ad una politica di “raccordo con il mondo imprenditoriale italiano per favorire l’espansione di quei fenomeni che, pur costituendo importanti attività produttive e commerciali, sono allo stesso tempo espressioni culturali: moda, editoria, cinema, attività musicali, design e design industriale, tecnologia, oreficeria, arti decorative, gastronomia, ecc.”.
Un articolo apparso sull’Unità (17.03-2002) titola, sarcasticamente, “A.A.A. Istituti di cultura vendonsi.” L’occhiello aggiunge: “via i Direttori di chiara fama. Sfilate di coiffeur e biancheria. Succede nelle nostre rappresentanze culturali all’estero.” L’articolo ironizza sugli eventi culturali presso alcuni Istituti all’estero, che sarebbero colpevoli di aver creduto nella sinergia tra cultura italiana e realtà del ‘made in Italy’. Non capisco tanta ironia: qualsiasi attività promozionale può essere di alto o basso profilo, ovvero può essere fatta con la testa o con i piedi. Tutto dipende dalla statura intellettuale di chi la promuove, e dal modo in cui viene concepita e realizzata. Un forte legame tra la sfera economico-produttiva e quella artistica, d’altra parte, è sempre esistito in Italia. Non è un caso che l’Italia vanti un prodigioso patrimonio artistico e architettonico e abbia, al tempo stesso, una solidissima reputazione internazionale nel campo della moda, del design industriale, dell’arredamento, dell’architettura e così via.
Nessuno, inoltre, sostiene che i Direttori non possano dar vita a manifestazioni culturali a tutto tondo, e sui temi più disparati. Essi però devono tenere conto degli indirizzi generali di politica estera definiti dal Ministero e dalla Commissione. In altre parole, sono tenuti, pur nel rispetto di una certa autonomia operativa e progettuale (peraltro espressamente prevista dalla legge 401/1990), a farsi interpreti della volontà politico-culturale dell’Amministrazione cui appartengono. In questo non vedo nulla di male: mi sembra, semplicemente, senso dello Stato. È ovvio che gli Istituti italiani di cultura non debbano trasformarsi in una cinghia di trasmissione del Governo: anzi, è essenziale che svolgano in autonomia il loro compito di promozione della cultura e lingua italiana.
Ma il vero casus belli riguarda la sorte dei cosiddetti Direttori di ‘chiara fama’ (la 401/1990 prevede un contingente di dieci intellettuali di spicco, da inviare nelle sedi estere più importanti). Un vero e proprio “caso internazionale” è scoppiato intorno all’attuale direttore dell’Istituto italiano di cultura di Londra, Mario Fortunato. Ecco i fatti: poiché il contratto biennale di Fortunato sta per scadere e sulla stampa italiana è circolata l’ipotesi che non venga rinnovato, un gruppo di intellettuali britannici (tra cui Colin Firth, Salman Rushdie e Doris Lessing) ha firmato una lettera aperta, indirizzata a Silvio Berlusconi, chiedendone la riconferma. Fin qui nulla (o quasi) di male. È legittimo lodare pubblicamente l’azione di Mario Fortunato, il quale, non ne dubito, ha svolto egregiamente le sue funzioni. Meno legittimo – anzi, direi proprio scorretto – è far scoppiare un caso politico pescando nel torbido. Il clima che ha accompagnato la lettera aperta, infatti, è di pura e semplice strumentalizzazione politica. Un articolo di Geraldine Bedell, apparso sull’Observer il 24/02/2002, accredita accuse infondate e illazioni francamente ridicole: il Mario Fortunato sarebbe la vittima sacrificale di un complotto ordito dal nuovo Governo di Centrodestra (una sorta di purga voluta da Silvio Berlusconi in persona!) per eliminare gli intellettuali di Sinistra e dichiaratamente ‘gay’ dalla Direzione degli Istituti italiani di cultura. Che ci sia un intento politico (derivante da un’ostilità preconcetta verso l’attuale Governo italiano, radicata in alcuni ambienti giornalistici e intellettuali britannici) è ovvio: Colin Firth, uno dei promotori dell’iniziativa a sostegno di Fortunato, avrebbe dichiarato all’Observer: “non oso pensare chi metterebbero al posto di Mario Fortunato. L’idea di un Istituto di Cultura sotto la supervisione di Berlusconi è quasi una contraddizione”.
Ma cerchiamo di far chiarezza su questa vicenda. Innanzitutto, non c’è nessuna caccia alla streghe di stampo maccartista al Ministero degli Affari Esteri. Lo dichiaro senza tema di smentite: sono iscritto ai Democratici di Sinistra e, pur avendo sempre espresso liberamente le mie idee, non ho subito alcuna discriminazione politica da quando sono alla Farnesina. Alcuni miei colleghi hanno un orientamento manifestamente progressista e sono iscritti nella CGIL senza subire censure o ritorsioni di alcun tipo. Il caso Mario Fortunato, tuttavia, potrebbe apparire diverso in quanto egli non appartiene ai ruoli del Ministero degli Esteri. Qui, in effetti, la situazione si aggroviglia. O le nomine dei cosiddetti ‘chiara fama’, figure estranee all’Amministrazione degli Esteri, sono avvenute sempre sulla base del merito dei candidati, e allora non sussiste alcun problema (se il sistema ha funzionato finora non vedo perché dovrebbe incepparsi solo ora che Berlusconi è al potere; dunque tutti gli attuali chiara fama verranno sostituiti con persone più che degne e all’altezza del compito), oppure quelle dei ‘chiara fama’ sono state nomine politiche, e anche in questo caso si fa ‘tanto rumore per nulla’ in quanto essi, secondo questa seconda ipotesi, avrebbero beneficiato di un sistema che non si basa sul merito, ma sull’affiliazione politica. Un sistema, detto per inciso, che nessuno ha contestato finora (ma ora, guarda caso, si invoca il principio della meritocrazia!).
Il cuore del problema, in realtà, è questo: la Direzione di un Istituto italiano di cultura è compito delicatissimo, e non può essere affidato a persone che non abbiano una preparazione ed esperienza specifiche, nonché una conoscenza approfondita dei meccanismi istituzionali e amministrativi di quella complessa macchina che è la Farnesina. Intendiamoci: il ruolo degli intellettuali di chiara fama agli Esteri è essenziale – basti pensare alla levatura intellettuale e alle capacità manageriali di Furio Colombo, attuale Direttore dell’Unità (che ha diretto la sede di New York), e Paolo Fabbri (il semiologo della scuola di Umberto Eco, Direttore dell’Istituto di Parigi). Tuttavia, senza nulla togliere a chi si è brillantemente distinto sul campo, alcuni pensano che sarebbe utile riformare il sistema attuale. Si potrebbe prevedere che i chiara fama si occupino di progetti specifici, sotto la supervisione di un Direttore proveniente dai ruoli degli Esteri il quale, a sua volta, risponda al Capo della Rappresentanza diplomatica territorialmente competente.
Ma queste considerazioni non sfiorano neppure gli intellettuali di Sinistra italiani. I quali, paventando una manovra politica del Centrodestra in campo culturale, si sono schierati compatti a difesa di Mario Fortunato e dei ‘chiara fama’ in generale, senza approfondire più di tanto la questione. L’intervento più eclatante in tal senso è l’articolo di Claudio Magris apparso sul Corriere della Sera il 10-03-2002. Stupisce la solerzia di chi si autoproclama (chissà perché tardivamente) difensore della libertà democratica: l’attuale modello, così vituperato, è sancito da una legge dello Stato (la 401/1990), su cui nessun progressista aveva trovato alcunché da obiettare. Finché, naturalmente, al Governo c’era il Centrosinistra (il quale, evidentemente, è ontologicamente incapace di tentazioni totalitarie e conosce, per iniziazione gnostica, l’unico significato autentico della parola ‘cultura’).
La presunta ingerenza politica del Centrodestra nelle nomine dei Direttori degli Istituti italiani di cultura va calata in un contesto più ampio. Poiché il Ministero degli Esteri ha la responsabilità istituzionale in materia di promozione culturale, ed essendo gli Istituti collegati alle rappresentanze diplomatiche, un Direttore del tutto indipendente, sciolto da ogni legame e vincolo, sarebbe una figura anomala nel contesto attuale. Ma, naturalmente, questa è solo la mia opinione. Altri non la pensano così. Claudio Magris sostiene una tesi diametralmente opposta (Corriere della Sera 10-03-2002). Magris rivendica l’assoluta autonomia degli Istituti italiani di cultura, i quali, a suo avviso, dovrebbero seguire le orme dei loro omologhi tedeschi del Goethe-Institut. L’Istituto di cultura dovrebbe essere totalmente indipendente “dallo Stato, dai suoi organi di governo, dalle sue rappresentanze diplomatiche (sic)”. Che l’indipendenza dall’Ambasciata italiana sia sempre un bene, è tutto da dimostrare. Più avanti chiarirò la mia obiezione di fondo a questa tesi. Per ora mi limito a dire che la Germania ha la sua storia, e noi abbiamo la nostra. In Germania c’è la tradizione del Goethe-Institut; in Italia c’è l’esperienza della lottizzazione politica, del nepotismo, delle clientele baronali. Proprio questo dovrebbe indurre gli intellettuali sinceramente progressisti a sostenere i funzionari di ruolo della promozione culturale (che sono vincitori di pubblico concorso) salvaguardandone l’autonomia manageriale e la professionalità, e non già coloro che potrebbero essere chiamati a ricoprire cariche direttive per meriti politici o grazie ad amicizie o cordate trasversali. Ma, naturalmente, è lecito dissentire da questa opinione. È sorprendente, invece, che un intellettuale autorevole e degno di stima qual è Claudio Magris abbia difficoltà a confrontarsi con le idee altrui.
Magris chiama in causa addirittura il Ministro della propaganda nazista Goebbels per imprimere nella mente del lettore un curioso teorema: il Governo, tramite la promozione di una politica culturale all’estero, avrebbe come mira l’assoggettamento della cultura “al potere, al Partito, allo Stato, allo Stato-Partito (sic)”. Tracciare le linee generali di politica culturale, secondo l’argomentazione di Magris, equivale ad affermare un asfissiante controllo politico sulla cultura, proprio come quello che c’era in Unione Sovietica. Magris ha il sacrosanto diritto di argomentare le sue tesi come meglio crede, ma pecca di presunzione allorché denigra le idee che non gli vanno a genio. La visione apocalittica di Magris è alquanto bizzarra: la Commissione nazionale costituita ai sensi della 401/1990 (di cui fanno parte intellettuali non meno liberi e autorevoli di lui) ha semplicemente suggerito l’idea di “Anni tematici” – incentrati, per esempio, sulla moda, il design, l’architettura italiane, le tradizioni e le culture regionali ecc. – dando così vita a un quadro di riferimento unitario per l’azione degli Istituti all’estero. Come si può ragionevolmente ravvisare in questa idea della Commissione un diktat governativo o una politica di dirigismo illiberale? Si vuole forse affermare che l’unica ‘Cultura’ degna di essere promossa dev’essere aristocratica, elitaria, aulica e vacuamente accademica? Perché mai se un Governo in carica, democraticamente eletto, vuole suggerire (non scrivo ‘dettare’ perché c’è sempre la mediazione della Commissione nazionale, che non è un organo politico in senso stretto) le linee programmatiche di politica culturale all’estero – non in Italia, dunque, ma in un contesto internazionale in cui ci sono in gioco formidabili interessi economico-finanziari – deve esser tacciato di totalitarismo?
Ma gli artisti e scrittori, sentenzia Magris, non possono prendere ordini dal “Partito padrone (sic)”! Qui, a mio avviso, c’è un grosso equivoco: si confonde la condizione dello scrittore o dell’accademico, che dev’essere di assoluta libertà, con quella del Direttore di un Istituto di cultura, il quale non può agire unicamente per propria “scelta e ispirazione”, ma ha dei doveri precisi verso l’Amministrazione da cui dipende, almeno finché rimarrà in vigore la legislazione attuale. Non si può certo limitare la libertà di indagine di un Professore universitario, mentre è giusto circoscrivere il campo d’azione dell’addetto culturale, che non è stipendiato per svolgere ricerche disinteressate (o, peggio ancora, per promuovere la propria personale agenda politico-culturale). Questo vale per la diplomazia politica, non vedo perché non debba valere anche per la ‘diplomazia culturale’.
Come l’espressione ‘governo di tecnici’ è una contraddizione in termini, così l’idea di una politica culturale ‘neutra’ è un’assurdità. Senza un indirizzo politico generale, e privi di un coordinamento, gli Istituti di cultura perseguirebbero, semplicemente, tante politiche culturali quanti sono i Direttori. Forse non c’è nulla di male in questo. Ma non si può dire apoditticamente che questo sia il ‘Modello’ per eccellenza, la quintessenza della libertà e della democrazia, e quello attuale, di contro, il modello autoritario del dirigismo burocratico che evoca lo spettro inquietante del “Partito padrone” e dello Stato autoritario.
Ma, naturalmente, la questione è molto più complessa. E, proprio per questo, andrebbe affrontata sine ira et studio. A mio avviso, ogni politica culturale intesa in senso lato non è la ricerca astratta della ‘Verità’, né muove da un concetto metafisico e totalizzante di ‘Cultura’. Le politiche delle case editrici, dei giornali, dei partiti e delle organizzazioni sindacali si ispirano ad una tra le tante verità o ideologie, e mirano a realizzare un progetto (politico-editoriale, politico-culturale ecc.) nella società civile. Altra cosa è la ricerca accademica e la speculazione filosofica. C’è dunque una differenza sostanziale tra libertà di ricerca, che è disinteressata e fine a se stessa, e politica culturale, che ha sempre una finalità. Gli Editori Riuniti pubblicherebbero forse un libro che contraddice il loro progetto politico-editoriale? Credo proprio di no. Eppure nessuno pensa che gli Editori Riuniti siano una casa editrice illiberale. Nel catalogo dell’Adelphi è più probabile trovare le opere di Nietzsche che non quelle di Gramsci. Ma questo non vuol certo dire che l’Adelphi abbia una visione totalitaria della cultura. Ma si dirà: queste analogie non reggono; qui si tratta di promozione dell’immagine dell’Italia all’estero, compito molto più ecumenico di qualsivoglia politica editoriale. C’è del vero in questa obiezione. Ma ciò non toglie che la promozione culturale abbia una dimensione politica, sia pure in senso lato (e non meramente propagandistico o partitico). Negare la politicità delle scelte in campo culturale, è come mettere la testa sotto la sabbia. Si può essere apolitici nel presentare alcuni momenti della cultura contemporanea quali il dibattito storiografico sul Fascismo e sulla Resistenza (o fu guerra civile?) o le interpretazioni della storia italiana dal dopoguerra fino ad oggi, inclusa la lettura di quella controversa stagione che è stata ‘Manipulite’? Credo di no. Ma occorre comunque sforzarsi di essere intellettualmente onesti, anche se non è facile. D’altra parte, anche la scelta di film apparentemente innocui per una rassegna cinematografica può dar adito a polemiche. Un film come il “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli non ha lo stesso impatto politico-culturale (e la stessa cerchia di estimatori) di quel capolavoro di Bernardo Bertolucci che è “Novecento”. Mi sembra ovvio che i Direttori degli Istituti debbano muoversi con grande libertà, a condizione naturalmente che favoriscano una sorta di ‘par condicio’ culturale: occorre dar visibilità e pari dignità a tutte le manifestazioni artistiche e di pensiero – socialiste, democratiche, liberali e cattoliche – della cultura italiana.
Ma queste considerazioni non possono essere finali: la questione va sviscerata ulteriormente. Quali politiche culturali sono praticabili a Cuba, in Cina, in India, in Iran e nei Paesi arabi? Il dibattito attuale non tiene conto del fatto che la massima parte degli Istituti di Cultura opera al di fuori dell’Occidente industrializzato e democratico. Siamo proprio sicuri che ovunque il Direttore dell’Istituto di cultura possa agire con la massima autonomia, in nome di un concetto disinteressato e astratto di cultura? A dire il vero, a me pare essenziale un collegamento organico con il Capo della rappresentanza diplomatica, il quale, in genere, ha una profonda conoscenza della realtà politica locale.
Quand’ero all’Università di Gedda (Arabia Saudita) elaborai il programma del corso di laurea in letteratura italiana nel Dipartimento di Lingue Europee. La Commedia di Dante apparve subito un problema spinoso, e quasi insormontabile. I miei colleghi, anche quelli di mentalità più aperta, non potevano digerire la terribile punizione inflitta da Dante al Profeta Maometto (Inferno, XXVIII. 21-33), gettato all’inferno quale “seminator di scandalo e di scisma”. L’Arabia Saudita è tutt’altro che un esempio irrilevante: i musulmani sciiti accetterebbero forse la grottesca sorte riservata ad Alì, genero di Maometto e fondatore della setta sciita che produsse una frattura all’interno dell’islamismo? Si considerino i versi: “Dinanzi a me sen va piangendo Alì,/fesso nel volto dal mento al ciuffetto”. (Inf., XXVIII. 32-33) Nella cultura arabo-musulmana, compresa quella più o meno laica, ogni riferimento offensivo al Profeta Maometto è semplicemente inconcepibile, anche in un testo letterario del Trecento. La celebre traduzione della Commedia dell’egiziano Hasan Osman (1909-1973), pubblicata negli anni 1959-1969, espunge la descrizione offensiva del contrappasso cui è sottoposto Maometto, e in tal modo rende il testo arabo accettabile nella cultura di arrivo. Cosa farebbe Claudio Magris in questo caso: criticherebbe pubblicamente la traduzione di Hasan Osman in nome di un principio astratto di fedeltà o verità testuale? Anche se mettiamo da parte battute polemiche, dobbiamo comunque domandarci quali siano i limiti della libertà di promozione culturale in un contesto del genere. Forse non si può chiedere una direttiva al Ministero degli Esteri che è, in questi casi, una realtà troppo lontana dai mille problemi quotidiani di un Istituto di Cultura. Ma la rappresentanza diplomatica è vicina, e può essere di grandissimo aiuto.
Senza voler insegnare nulla a nessuno, concludo raccontando come decisi di agire all’Università Gedda: sostenni ad oltranza la causa degli studi danteschi nel mondo arabo-musulmano, motivandola proprio con l’esistenza della versione egiziana e, al tempo stesso, diedi risalto al filone di studi incentrati sul rapporto ‘Dante e cultura islamica’ (avviati dall’ormai classico studio di Miguel Asin Palacios, Dante e l’Islam). Avevo anche in mente di preparare un seminario su questo tema, e devo dire che trovai immediata disponibilità e autentico interesse in alcuni intellettuali sauditi. Per ironia della sorte, proprio in quel periodo presentai una relazione ad un convegno all’Università di East Anglia (Norwich, Gran Bretagna), il cui titolo era: “La puttana sciolta in Dante: immagini erotiche e sessuali nelle traduzioni angloamericane della Commedia”. Questa relazione, ne sono certo, sarebbe stata accolta come una provocazione nel contesto accademico saudita, mentre in Gran Bretagna andò benissimo. D’altra parte, il Convegno stesso – che s’intitolava “Translation and Gender” (La traduzione e le prospettive di genere) – sarebbe stato inconcepibile in molte culture non occidentali: la maggior parte degli interventi s’ispiravano a teorie ermeneutiche femministe e addirittura ‘gay’! Nel contesto britannico ero totalmente libero di proporre qualunque tesi interpretativa, e il mio fine era discutere la validità della critica letteraria femminista; in Arabia Saudita il mio scopo e la mai azione erano diversissimi: volevo che i miei colleghi all’Università si accostassero a Dante e ne capissero la grandezza, quale che fosse l’approccio accademico o ideologico da essi preferito. Non credo che questa decisione di politica culturale avesse a che fare con la ricerca della verità; il mio unico fine era far breccia nelle menti e nei cuori dei miei colleghi sauditi per riuscire nel difficile compito di promuovere la cultura italiana in un mondo totalmente diverso dal nostro.

*** Edoardo Crisafulli, BRITISH PROTEST OVER ITALIAN CULTURAL ENVOY IS UNFAIR , Arts Journal


La paura di Camilleri nell'Italia che cambia
«Regole in pericolo»
«La democrazia non è a rischio, ma c'è troppa tensione: bisognerebbe abbassare i toni»
di Daniela Paba

La Nuova Sardegna, 1 giugno 2002
Mi piace trovarmi qui a parlare dei miei libri», esordisce Andrea Camilleri nella sala Cosseddu dell'Ersu di Cagliari. Prima di partire per Nuoro, ha davanti un programma intenso: pranzo alla mensa universitaria e quindi l'incontro con gli studenti durante il quale, con Giuseppe Marci, s'indaga «La Paura di Montalbano» e «Il re di Girgenti», ultimi libri pubblicati del commissario di Vigàta e dei romanzi storici. Andrea Camilleri è alto, elegante e un po' stanco. Si anima di un largo sorriso quando parla del suo lavoro, forse perché lo scrittore è un uomo libero. «Rinuncio ormai per limiti anagrafici, per stanchezza e noia agli incontri ai saloni, alle domande inutili. Tutto quello che faccio è per puro piacere personale. Qui ho la sensazione di essere tra persone che mi conoscono, non tra estranei».
- Come altri rappresentanti della cultura, lei denuncia il rischio di omologazione, lo spettro della censura, la cultura ridotta a spettacolo deprimente. L'urlo degli intellettuali è "resistere". Come si fa?
«In un solo modo: facendo ciascuno seriamente il proprio lavoro, che è la cosa migliore. Cioè a dire, io penso che se ognuno non invadesse il campo dell'altro, minimamente, riacquisteremmo un senso di dignità di ciascuno di noi, che comporta automaticamente il senso della resistenza. È compreso nel prezzo, come si dice. Compri uno, "dignità" e acquisti resistenza, rifiuto dell'omologazione, una quantità di cose».
- Anche se poi è difficile in un momento in cui lei stesso è costretto a spiegare una cosa elementare, e cioé che la Mondadori trae profitti dai suoi libri.
«Purtroppo lo devo spiegare a chi in malafede lo dice. Non c'è il minimo dubbio che è in malafede chi scrive, come è stato scritto su "Libero", che "Berlusconi paga Camilleri". Berlusconi non mi paga, paga i suoi giornalisti, i suoi funzionari. Io sono un signore che riceve soldi, e molti, perché i lettori mi comprano, passano i soldi dei libri alla Sellerio, alla Rizzoli o alla Mondadori e la Mondadori mi dà il quindici per cento di quello che guadagna, la Rizzoli mi dà il quindici e la Sellerio mi dà il dieci. Perché, poveraccia, quella vende i libri a basso costo e quindi fa benissimo a darmi il dieci».
- Però lei l'ha lasciata, la Sellerio.
«Ma no, ci torno l'anno prossimo. Posso avere piccole infedeltà coniugali ma il matrimonio, in sé, è un'altra cosa».
- È qui per il premio Deledda. Che ne dice di un Montalbano in Sardegna?
«Montalbano in Sardegna non si farebbe trasferire neanche a cannonate. Una volta essere trasferiti in Sardegna era una punizione».
- Sa, coi tempi che corrono...
«No. Non si farebbe trasferire perché i sardi sono così... Per tanti punti simili e per tanti punti, così stellarmente diversi dai siciliani che Montalbano si troverebbe completamente privo di codici di riferimento. Mandiamolo da turista, in Sardegna».


- Articolo del 01/06/02

Il settimanale inglese ironizza sulle gaffes del premier durante il vertice Nato: crede che la sua abilità di venditore gli assicuri una reputazione nel mondo
The Economist: Berlusconi? Si diverte
di Alfio Bernabei

L'Unità, 1 giugno 2002
LONDRA Ma quante risate alle spalle dell'Italia. C'è un clown come primo ministro. Il clown si è dato anche l'incarica di ministro degli esteri - cioè due clown al posto di uno, tanto di allegria ce n'è vendere. Silvio Berlusconi ride. Crede di divertire anche gli altri. Tratta un vertice politico, scrive l'Economist, come se fosse la sua festa privata. Alla fine della Festa, tra una gaffe e l'altra, saluta gli ospiti e dice: "E' stata una delle più belle giornate della mia vita. Ed è tutto merito nostro". L'articolo intitolato "Enjoying himself" - si diverte - è uscito nello stesso giorno in cui sono apparse altre notizie sull'Italia. L'Independent titola: "Il tribunale respinge l'istanza di trasferimento del processo Berlusconi sulle tangenti ai giudici" e il Times tratta la questione delle impronte digitali ai clandestini.
Sulla "festa" dei premier con l'abbronzatura permanente l'Economist scrive: "Berlusconi crede che le sue qualità di charme e abilità di venditore che lo aiutarono a diventare l'uomo più ricco del paese gli consentiranno di acquistare della reputazione sul palcosecnico mondiale. Quando a gennaio, dopo le dimissioni di Ruggiero decise di diventare il ministro degli esteri di se stesso molti commentatori in casa e all'estero dubitarono che potesse svolgere entrambi i lavori. Adesso malgrado una serie di gaffe, il magnate diventato politico sembra confonderli... Questa settimana si è crogiolato sotto il sole globale del venire tra i leader della Nato in mezzo ai presidenti dell'America e della Russia". E come ne è uscito? "Ha gioiosamente chiamato uno degli ospiti d'onore, il presidente Bush "George Dubya", ha suonato il pianoforte, ha raccontato la storia della fondazione di Roma, facendo confusione, in maniera gioviale, sui nomi degli stessi fondatori e si è congratulato con Lord Robertson sul colore della sua cravatta blu». Ancora prima di diventare segretario generale della Nato, Lord George Robertson acquistò fama mondiale come ministro della Difesa britannico durante la crisi nell'ex Yugoslavia. Berlusconi lo ha chiamato col nome sbagliato: "Robinson". Forse perché gli è venuto in mente Le avventure di Robinson Crusoe. Oppure avrà pensato al nome della signora Robinson, quella che si toglie le calze davanti allo studente nei film Il laureato. E poi c'è anche la canzone "Misses Robinson". L'Economist non specula. Ma si "diverte" e ride, insieme ai lettori. Precisa anche che Berlusconi, in attesa degli ospiti, si è personalmente preoccupato di "abbellire una base aerea". Ha persino detto ai fotografi come dovevano fare il loro lavoro. Alla fine è rimasto così contento che ha suggerito la Sicilia come possibile luogo per un altro vertice sul Medio Oriente. Punto delicato. "La Sicilia, ricorda l'Economist, è il poste dove lo scorso anno i1 partito Forza Italia e i suoi alleati hanno vinto tutti i seggi, un vero record".
Da parte sua, occupandosi sul caso delle "Dirty Gowns» (toghe sporche) L'Independent scrive che Berlusconi rimane implicato in un processo concernente la corruzione di giudici e il suo "amico" Cesare Previti, in tre. E conclude: Anche se la decisione dei giudici di far proseguire il processo a Milano è un colpo per Berlusconi, è improbabile che questo influenzi la sua reputazione agli occhi degli italiani. In maggioranza mostrano poco interesse nelle sue tribolazioni con la legge". Roba da ridere.


Data inserimento in rete: venerdì, maggio 31, 2002
IIC Tirana - Agenzia del 31/05/02

Tirana – I vetri di Murano lavorati da illustri maestri italiani del 20esimo secolo, sono esposti in questi giorni all'Istituto italiano di Cultura di Tirana.
L'esposizione della pregiata produzione tipica veneta è stata possibile nella capitale albanese grazie alla collaborazione con il museo Storico nazionale di Tirana e porta per la prima volta in Albania questa forma d'arte italiana.
La mostra sarà a Tirana fino al 4 giugno per spostarsi poi a Scutari e a Valona. Alla cerimonia di apertura hanno partecipato il ministro albanese della Cultura, Agron Tato, e l'ambasciatore italiano in Albania Mario Bova. Sono 74 le opere esposte: forme e colori su vetro che rappresentano un periodo di circa 70 anni per lavorazioni che hanno reso nota Murano a livello mondiale nel secolo scorso.
Uno dei nomi illustri presenti è quello di Angelo Rinaldi. News ITALIA PRESS


- Articolo del 31/05/02

Berlusconi passa all'incasso
La politica estera e il risultato delle elezioni amministrative premiano il Cavaliere e i suoi partner di governo. E la coalizione si rafforza.
di BRUNO VESPA

Panorama, 31/5/2002
«Ancora un momento: sto cercando di salvare Blu..» si scusò Maurizio Gasparri con i redattori di Porta a porta che cercavano di trascinarlo in studio. Marco Follini, presidente del Ccd, era già seduto, pago del buon risultato dei centristi. Renato Schifani, capo dei senatori di Forza Italia, aveva sulle ginocchia i dati che dimostravano la tenuta del suo partito rispetto alle comunali precedenti, ben sapendo che Gavino Angius, suo omologo dei Democratici di sinistra, avrebbe fatto il raffronto con le politiche.
Dario Franceschini, coordinatore della Margherita, si sarebbe ben guardato dal regolare in pubblico i conti con i fratelli-coltelli della sinistra, mentre Fausto Bertinotti era pronto a dire che l'unità a sinistra porta frutti, ma nessuno immaginasse una replica del governo Prodi per il 2006.
Alla stessa ora, le 9 della sera di lunedì 27 maggio, Silvio Berlusconi stava cenando a Villa Madama con George Bush. Michele Persichini, il cuoco di casa, aspettava il momento in cui avrebbe servito al presidente americano il suo famoso gelato al pistacchio e il presidente del Consiglio si godeva la vigilia del memorabile vertice Nato-Russia. Non erano passati cinque mesi dalle dimissioni di Renato Ruggiero dalla Farnesina e dal de profundis in memoria dell'ormai violentata e defunta politica estera italiana intonato dai tenori del centrosinistra e in sottotono anche da qualche baritono della maggioranza. Era immaginabile che il Cavaliere di Arcore chiamasse George, Tony, Vladimir, i grandi della Terra riuniti a Roma il 28 maggio 2002 per la firma di un patto d'importanza storica perfino maggiore del Trattato di Roma sottoscritto nel '57 da De Gasperi, Adenauer e Schumann per il primo nucleo di unità europea? Certo, nel pomeriggio c'era scappata una telefonata con Roberto Antonione, coordinatore di Forza Italia, che l'aveva tranquillizzato.Ma altre erano le carte che Berlusconi aveva sui tavoli del suo studio al Plebiscito, altri i discorsi da preparare, le scenografie da controllare, i regali da far confezionare per gli ospiti. Quanta solennità mediatica, pensava il Cavaliere, avrebbe dato a un avvenimento del genere Massimo D'Alema? Che cos'era il celebrato pranzo ulivista di Firenze con Clinton e Blair dinanzi a quello che il presidente del Consiglio stava preparando a Pratica di Mare?
Sempre alle 9 di lunedì sera, Gianfranco Fini aveva lasciato Palazzo Chigi, dopo avervi trascorso l'intero pomeriggio parlando soprattutto con Ignazio La Russa e una volta anche con Francesco Storace, volontaria testa di ponte nella Ciociaria postandreottiana. Il vicepresidente del Consiglio era rilassato, pago del risultato di Reggio Calabria dove un suo candidato sarebbe diventato sindaco al posto dello scomparso diessino Falcomatà.
Ed era rilassato anche per il buon andamento elettorale della Lega, garanzia di stabilità di governo. Umberto Bossi era infatti nervoso da mesi: il territorio è stato sempre la sua roccaforte, l'alleanza con Berlusconi lo aveva portato al governo in tutte le regioni del Nord e a partecipare con altri due importanti ministri alle riunioni di Palazzo Chigi. Ma se la base non avesse capito? Se il movimento di lotta non fosse stato premiato come partito di governo?
Per questo Bossi aveva passato l'intero pomeriggio del lunedì nella casa di Gemonio al telefono con Manuela Del Lago, candidato simbolo alla presidenza della Provincia di Vicenza (poi conquistata) e con Roberto Calderoli. E s'era fatto vivo in ufficio soltanto a tarda sera per festeggiare lo scampato pericolo. Perché alla fine, nella Casa delle libertà, tutti erano d'accordo su un punto. Nel centrosinistra non c'era partito che non gridasse d'aver vinto, ma i numeri sono numeri.
E in via dell'Umiltà i conti erano questi: prima delle elezioni, il centrodestra governava in 53 comuni e il centrosinistra in 97. Dopo il primo turno, la Casa delle libertà ne aveva conquistati 51 di cui 29 tolti al centrosinistra, l'Ulivo ne aveva visti confermati 35. Per di più, ciascuno degli alleati di Berlusconi aveva incassato qualcosa ripagando il governo in termini di stabilità.
All'opposizione era cominciata senza eccessivi clamori la resa dei conti tra i Ds e la Margherita, tra Rutelli e la sinistra dell'Ulivo, tra Fassino, Cofferati e gli uomini dei girotondi. Si riprendeva una lunga guerra di posizione destinata a durare prevedibilmente ancora quattro anni.
Ma il governo era uscito dalle elezioni senza lacerazioni interne e la politica estera, che per mesi era stata l'ariete dell'Ulivo contro la credibilità internazionale di Berlusconi, aveva segnato per intanto un formidabile punto a favore del Cavaliere.


- Articolo del 31/05/02

IL RETROSCENA
Berlusconi: da quel giudizio è impossibile che venga fuori qualcosa contro di me

La giornata del premier, tra Palazzo Grazioli e la Farnesina. «La vicenda? Non l’ho nemmeno seguita»
di Paola Di Caro

Correire della Sera, 31 maggio 2002
ROMA - Ha passato la mattinata a palazzo Grazioli e il pomeriggio alla Farnesina, perché «sono o non sono un ministro degli Esteri? Ho tanto da fare, molto da lavorare». Ha scherzato sul suo doppio ruolo: «Se me ne andrò presto da qui? No, piuttosto mi dimetterò da primo ministro e verrò a lavorare alla Farnesina...». Ha parlato di immigrazione e di articolo 18, spandendo ottimismo. Insomma, Silvio Berlusconi ha voluto dare il segno della normalità a una giornata per lui cruciale, come quella della decisione della Cassazione sulla rimessione dei processi Imi-Sir e Sme. E infatti, prima della decisione della Suprema Corte, a chi gli chiedeva cosa provasse, cosa si aspettasse, con che animo si preparasse alla sentenza, il presidente del Consiglio replicava ostentando serenità: «Questa vicenda non l’ho nemmeno seguita... Sono sereno, assolutamente sereno».
Dopo la sentenza, neanche a dirlo, in via del Plebiscito le bocche sono rimaste cucite, i commenti si sono ridotti a zero, ma la sensazione è che al Cavaliere vada bene, che l’istanza sollevata ieri dai suoi avvocati sia stata accolta e che la patata bollente del rimessione del processo sia finita nelle mani dei giudici della Consulta.
D’altra parte in un esito in qualche modo positivo lui ci sperava, anzi ne era convinto. In questi giorni e nelle ore che hanno preceduto la sentenza, con i suoi il premier ha parlato della vicenda. E ha ribadito la sua convinzione incrollabile: «Se non c’è legittima suspicione in questo processo, non si sa quando mai ci può essere la legittima suspicione...».
Sicuro di questo, si è tenuto in disparte, non ha polemizzato in pubblico contro i magistrati nè ha fatto pubbliche pressioni, si è tappato la bocca con i giornalisti. Ma con i suoi collaboratori ha sviluppato un ragionamento: «Io sono sempre stato tranquillo, perché da quel processo lì è impossibile che venga fuori qualcosa contro di me». Infatti, ha rivendicato «io voglio una medaglia per quello che ho fatto», ovvero per avere partecipato a una cordata con altri imprenditori per acquistare la Sme. Se l’ha fatto, ha ripetuto anche nei mesi scorsi, è stato «senza nessun interesse, ma per evitare la svendita di un bene dello Stato». Per questo, è la conclusione del suo ragionamento «la girino come vogliono, ma io da quel processo lì non posso avere nessun problema» .


Data inserimento in rete: giovedì, maggio 30, 2002
IIC Montreal - Agenzia del 30/05/02

Is. It. Cultura: le opere di Leonardo Da Vinci a Montreal

Montreal, 30 mag. (Adnkronos) - "I manoscritti e i disegni di Leonardo". E' questo il titolo della mostra allestita presso la nuova sede comunitaria "Centro Leonardo da Vinci" di Montreal che si concluderà il prossimo 30 giugno.
La mostra, realizzata dall'Istituto italiano di cultura di Montreal in occasione della Festa della Repubblica italiana del 2 giugno, propone riproduzioni fotografiche della collezione permanente di Leonardo, nell'ambito delle commemorazioni per il 550° anniversario della nascita del 'più grande genio di tutti i tempi'. Le opere sono state pubblicate nel 1952 dalla Commissione Vinciana sotto gli auspici dell'allora ministero della Pubblica Istruzione ed esposte presso la Libreria dello Stato di Roma.


IIC Parigi - Agenzia del 30/05/02

Eugenio Guglielminetti a Parigi
Presso l'Istituto Italiano di Cultura a Parigi l'esposizione di alcune sculture dell'artista


Parigi – L'istituto di cultura italiano a Parigi ha ospitato in questi giorni la mostra intitolata "I Legni" dell'artista astigiano Eugenio Guglielminetti.
Le opere risalgono agli anni '50, e fanno parte del periodo 'astratto informale' dell'autore, che ricava da legni non pregiati sculture 'autobiografiche', come un pannello pieno di rocchetti,dedicato alla nonna, o la "Fabbrica", luogo dove lavoravano i genitori dei suoi compagni di scuola.
"Guglielminetti - dice la critica Rossana Boscaglia, intervenuta alla presentazione della mostra - e' un inventore di spazi, di ambienti, di tensioni mentali e sentimentali, trasmette un senso di dolcezza della materia con singolare castità di effetti".
Guglielminetti è un artista 'a trecento sessanta gradi': lo conferna una vasta produzione scenografica per il teatro, soprattutto alfieriano e shakespeariano, per il balletto e la televisione. News ITALIA PRESS


Data inserimento in rete: mercoledì, maggio 29, 2002
IIC Atene - Agenzia del 29/05/02

Tele italiane sulle mura di Atene
Artista italiano al Museo Frissiras di Pittura Europea Contemporanea di Atene

Atene - Sulle mura di Atene le suggestive immagini di Andrea Martinelli, pittore originario di Prato, le cui opere sono state esposte di recente presso il Parlamento Europeo di Strasburgo.
Incisore e ritrattista, Martinelli ha ricevuto il "Premio Tito Conti" dall'Accademia delle Arti del Disegno di Firenze e il XXXVII Premio Suzzara.
Ora, fino al prossimo 16 giugno, i suoi quadri rimarranno esposti presso il Museo Frissiras di Pittura Europea Contemporanea di Atene, in una mostra organizzata dall'Istituto Italiano di Cultura di Atene, in collaborazione con l'Ambasciata d'Italia ad Atene.



IIC Copenaghen - Agenzia del 28/05/02


(ANSA) - Copenaghen, 28 mag - La capitale danese potrebbe diventare il trampolino di lancio dei prodotti italiani verso tutti i paesi scandinavi, nell'ambito della riforma del commercio estero che il governo si prepara a realizzare: lo ha detto oggi a Copenaghen l'onorevole Peppe Scalia, nel corso di una conferenza all'associazione commerciale italo-danese.
La conferenza ha concluso una missione ufficiale a Copenaghen, destinata a ''gettare un ponte'' in vista della visita che il ministro per il commercio estero Urso compira' in Danimarca in settembre.
Con questo obiettivo Scalia ha anche incontrato in mattinata, insieme con l'ambasciatore d'Italia Antonio Catalano di Melilli, il presidente della commissione per le politiche europee del parlamento danese, Klaus Larsen Nielsen, con il quale ha discusso le linee di una intensificata collaborazione italo-danese in tutti i settori.
A Nielsen, e successivamente ai membri dell'associazione italo-danese, Scalia ha spiegato che la riforma del commercio estero prevede lo sganciamento di questo settore da quello delle ''attivita' produttive'', e l'accorpamento con il ministero degli esteri, in modo da sviluppare una politica piu' ''aggressiva'' di penetrazione nei marcati esteri, anche
attraverso la creazione di agenzie private da affiancare agli organismi istutuzionali.
La conferenza di Scalia e' stata anche l'occasione per tracciare un bilancio del primo anno di attivita' del governo di centro-destra, e per ribadire che la politica europeista dell'Italia non e' in discussione, anche se e' in corso una ''riflessione'' sul percorso da seguire.
In un certo senso - ha detto - l' Italia sta facendo il percorso inverso della Danimarca. Se qui, dopo i ripetuti ''no'' all'Europa, ci si sta avviando inevitabilmente verso l'ingresso nella moneta unica, da noi dopo qualche ''si'' troppo facile, si e' avviata un riflessione ''nella consapevolezza che l'Europa non puo' essere solo mercato ma deve essere
anche sussidiarieta' tra i popoli in equilibrio tra di loro''.


Data inserimento in rete: martedì, maggio 28, 2002
IIC Toronto - Agenzia del 28/05/02

GLI ACQUERELLI DI GIULIANO DELLA CASA PER LA PRESENTAZIONE DEL PRIMO VOLUME SCIENCE IN THE KITCHEN

TORONTO\ aise\ - In concomitanza con la presentazione della serie Da Ponte Library, la galleria dell'Istituto Italiano di Cultura inaugurerà il prossimo 4 giugno (martedì) una mostra di acquerelli opera di Giuliano Della Casa, destinati a illustrarne il primo volume: Science in the Kitchen, traduzione in lingua inglese del classico manuale gastronomico di Pellegrino Artusi pubblicato di recente in Italia da Einaudi. L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 23 agosto.
La Presentazione della nuova collana Da Ponte Library, è promossa dal Ministero degli Affari Esteri, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dall'Associazione Cassamarca di Treviso, a cura di Luigi Ballerini e Massimo Ciavolella, University of California at Los Angeles, per i tipi della University of Toronto Press.
Tra i volumi già programmati, in versione inglese: La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, Breviario di estetica di Benedetto Croce, Quaderni di Serafino Gubbio, operatore di Luigi Pirandello e un'Antologia di poesia italiana dal Medioevo ai giorni d'oggi. (aise)

IIC Parigi - Agenzia del 28/05/02

TEATRO MUSICA E CINEMA GLI APPUNTAMENTI DELLA SETTIMANA

PARIGI\ aise\ - Teatro, musica, cinema questi i prossimi appuntamenti organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi per i prossimi giorni. Già in via di svolgimento la Tavola Rotonda, in programma a partire dal pomeriggio di oggi (martedì 28 maggio) sul tema L'eterna sfida di Don Giovanni. Il più ricco dei miti della cultura moderna, che dal Cinquecento dei Collegi gesuitici trascorre rapidamente al teatro regolare spagnolo, francese, italiano (Tirso de Molina, Molière, Cicognini), ma che trova tuttavia nelle compagnie dei comici dell'Arte fervidamente attive in tutta Europa, dalla Scandinavia alla Russia, i suoi più appassionati "reinventori", sino ad approdare alle vette sublimi della ri-creazione musicale mozartiana. Partecipanti all’incontro che comprende anche la proiezione di documenti filmati: Pierre Brunel, Joan De Sagarra e Ugo Volli. A presidere e moderare il dibatti in sala: Georges Banu. L’evento è stato organizzato dall’Istituto grazie alla collaborazione con il "Théatre des Italiens" e l'Ente Teatrale italiano.
Nelle serata di domani è in calendario, invece, un eccezionale appuntamento con la musica del Complesso Soli-Tutti.
Il complesso vocale Soli-Tutti è composto di sedici cantanti professionisti francesi che si consacrano al repertorio del XX° secolo e alla musica contemporanea. La sua particolarità di presentare a memoria tutte le opere a cappella come la maggior parte delle creazioni, spesso intervallate da opere del Rinascimento (età d'oro della musica polifonica), gli hanno permesso di prodursi su palcoscenici nazionali. Alla fine di una lunga "tournée" questo eccezionale complesso, a suo agio con la dinastia di Giovanni e Andrea Gabrieli, tra il cinque e seicento a Venezia, come con i compositori contemporanei (Eveline Andreani, Alessandor Solbiati, Michèle Reverdy, François Narboni, Maurice Ohana, Witold Lutoslawski, Régis Campo), ha accettato in via eccezionale di tenere un concerto in esclusiva per il colto pubblico dell'IIC parigino.
Cinema ed editoria fusi inscindibilmente nell’evento di giovedì (30 maggio). Alle 18.30 verrà infatti presentato il libro, La Storia del cinema mondiale (Einaudi ed.).
La Storia del cinema mondiale edita da Einaudi e diretta da Gian Piero Brunetta dell'Università di Padova è apparsa tra il 1999 e il 2002 in sei volumi di oltre settemila pagine. Essa riunisce un vasto gruppo di studiosi, capaci di offrire contributi rigorosi documentati e innovativi. Alla storia delle singole personalità artistiche, dei movimenti e delle poetiche si affianca quella delle tecniche, o dei fenomeni di massa, come il divismo, e degli aspetti sociali ed economico-produttivi, delle influenze delle altri arti. Il risultato è una grande opera di consultazione e studio, per un pubblico assai vasto, dallo specialista al semplice appassionato. Una miniera di informazioni e una messe di spunti per ricerche in nuove direzioni. (aise)


IIC Atene - Agenzia del 28/05/02

AD ATENE JAZZ E MUSICA NAPOLETANA

ATENE\ aise\ - Nell'ambito del 2o Festival Europeo di Jazz di Atene che si svolgerà dal 30 maggio al 2 giugno sotto l’attenta organizzazione dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene, in collaborazione con il Comune di Atene, il 2 giugno (ultima serata) si terrà un interessante concerto del Trio P.A.F., così chiamato prendendo spunto dalle iniziali dei componenti del gruppo Paolo Fresu – tromba; Antonello Salis - pianoforte, fisarmonica; Furio Di Castri – contrabbasso.
Il giorno dopo, invece, mercoledì 3 giugno l’appuntamento è alle 22 presso il Teatro di Dora Stratou
Lofos Filoppapou per lo Spettacolo di musiche e canzoni napoletane del complesso ‘LORO DI NAPOLI’. La rappresentazione, organizzata dall’IIC di Atene racconta le Atmosfere mutuate da secoli, nazioni e ambienti sociali diversi che spaziano dal mondo arabo a quello turco e greco per ritornare repentinamente nei vicoli della Napoli del '600. (aise)


IIC Helsinki - Agenzia del 28/05/02

DUE CONFERENZE NELLA BIBLIOTECA DELL’ISTITUTO

HELSINKI\ aise\ - Di elevato profilo culturale i due appuntamenti dell’Istituto Italiano di Cultura di Helsinki. Venerdì 31 maggio, ore 16, presso la Biblioteca dell'Istituto di Cultura, infatti, Prof. Carmelo Chiellino terrà un’interessante conferenza, organizzata in collaborazione con il Circolo degli Italiani in Finlandia sul tema "Vivere altrove e scrivere nella lingua del non ricordo".
E’ per giovedì 6 giugno, invece, sempre presso la Biblioteca dell'IIC e sempre con la collaborazione del Circolo degli Italiani in Finlandia, l’appuntamento con il Prof. Sergio Rossi parlerà su "Malattie e guarigioni miracolose nella pittura del Seicento". (aise)


Data inserimento in rete: lunedì, maggio 27, 2002
- Articolo del 27/05/02

Il ruolo di Roma e il vertice della Nato
Berlusconi: successo della nostra diplomazia


L'Unione Sarda, 27/05/02
ROMA Il governo e la diplomazia italiana si sono impegnati «a fondo, in modo costante e tenace» per una maggiore integrazione della Russia nella Nato ed è per questo che «Roma ospita questo avvenimento storico». È racchiusa in queste poche parole del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, l’essenza dell’importanza che assume per l’Italia il matrimonio tra Nato e Russia che sarà celebrato tra due giorni a Pratica di Mare, in una enorme base militare alle porte della capitale. Il vertice di Roma sancisce infatti, con il raggiungimento di un obiettivo ben identificato e visibile, la volontà dell’Italia di svolgere un ruolo da protagonista sulla scena internazionale. Un ruolo che ha avuto recentemente un altro significativo riscontro nel successo conseguito dal governo nella ricerca di una soluzione “europea” per la crisi della chiesa della Natività di Betlemme. Ma l’appuntamento di Pratica di Mare, dopo le polemiche seguite al G8 di Genova e davanti alle minacce di attacchi terroristici contro l’Occidente, assume anche il sapore della sfida. Una sfida che l’Italia si è preparata ad affrontare mettendo in campo tutto il necessario in termini di uomini e mezzi per dimostrare, domani, di essere in grado di poter garantire, anche in questo difficile momento, la sicurezza dei ”potenti” della terra.
Per l’Italia, comunque, i successi ed i riconoscimenti ottenuti sulla scena internazionale dovrebbero avere anche altri ritorni tangibili. Una prospettiva in cui Berlusconi, che da ormai cinque mesi svolge anche le funzioni di ministro degli esteri ad interim, mostra di credere fermamente. «La volontà di essere protagonisti, con una politica attiva e propositiva, sulla scena internazionale - ha osservato il premier in più occasioni - può favorire la nostra economia, valorizzare il “made in Italy” e facilitare l’attività delle imprese italiane all’estero; ritengo quindi che ci saranno riflessi assolutamente positivi sul Prodotto interno lordo». Con il pensiero rivolto agli imprenditori ha aggiunto: «guardate di più all’estero, ai mercati dei paesi dell’est europeo e del Mediterraneo, dove il ruolo e la nuova autorevolezza dell’Italia potranno sostenere i vostri sforzi». Un sostegno che crescerà anche grazie alla «nuova diplomazia» a cui sta lavorando Berlusconi nell’ambito della riforma della Farnesina. Nel presentare l’avvenimento di Pratica di Mare, il presidente del Consiglio ha anche ricordato come l’azione condotta dall’Italia abbia preso il via al G8 di Genova, quando il presidente russo, Vladimir Putin, gli espresse le sue preoccupazioni in relazione all’allargamento della Nato ai paesi Baltici e alla denuncia unilaterale, da parte statunitense, del Trattato Abm per la riduzione dei missili balistici atomici. Un percorso che, dopo ben due visite ufficiali di Berlusconi a Mosca, ha poi portato il premier ad annunciare a sorpresa, il 12 aprile scorso, il raggiungimento dell’intesa tra la Nato e la Russia per la creazione di un nuovo Consiglio a 20 per trattare insieme la maggior parte delle materie - dalla lotta al terrorismo alle crisi regionali - sulle quali l’Alleanza Atlantica del nuovo secolo è chiamata a pronunciarsi. La «dichiarazione di Roma» - che consentirà «praticamente», secondo le parole del presidente del Consiglio, di integrare la Russia nella Nato - sarà celebrata anche con un francobollo commemorativo predisposto in tempo record dall’Istituto poligrafico dello Stato sul quale sarà raffigurato il logo (un cerchio formato dalle bandiere dei 20 paesi che partecipano all’evento all’interno del quale è raffigurato anche l’arco di Costantino) del summit di Roma.