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Data inserimento in rete: venerdì, giugno 14, 2002
IIC Tirana - Agenzia del 14/06/02

All’IIC di Tirana il libro di Ferdinando Salleo
La storia dell'impero tedesco in Albania raccontata da un italiano

Tirana – L'istituto Italiano di Cultura di Tirana ha presentato ieri il volume ''Albania, un regno di sei mesi'', che spiega il brevissimo impero messo in piedi in Albania dal principe tedesco Gugliemo di Wied su delega delle Potenze internazionali all'inizio del secolo e durato, per l'appunto, solo sei mesi.
Autore del libro, l'ambasciatore italiano Ferdinando Salleo, che vedrà il suo volume tradotto anche in albanese dalla 'Casa del libro e della comunicazione'' di Tirana in collaborazione con l'Istituto italiano di cultura.
Alla presentazione hanno partecipato anche le autorità locali, ma anche l'ambasciatore a Tirana Mario Bova, e l'editore del libro Enzo Sellerio. Salleo ha spiegato nella sua presentazione i mesi di impero tedesco nel Paese delle aquile, alla vigilia della Prima guerra mondiale, riportando indietro di un secolo gli spettatori. Tornando all'attualità, l'autore ha dato rilievo al ruolo attuale che ricopre l'Albania nel processo di stabilizzazione dei Balcani. Presente anche Aurel Plasari, direttore della biblioteca nazionale albanese, che ha apprezzato il valore storico realizzato da un italiano sulla storia albanese.
Il volume conta anche su prezioso materiale fotografico che ha costituito l'ispirazione dell'intera opera. News ITALIA PRESS


- Agenzia del 14/06/02

XIV LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI
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DISEGNO DI LEGGE N. 2788

presentato dal presidente del consiglio dei ministri
e, ad interim, ministro degli affari esteri
(BERLUSCONI)

di concerto con il ministro per la funzione pubblica
(FRATTINI)

e con il ministro dell'economia e delle finanze
(TREMONTI)

Modifiche ed integrazioni al decreto del Presidente della
Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, recante ordinamento del
Ministero degli affari esteri


Presentato il 27 maggio 2002

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Onorevoli Deputati! - A) Origini e finalità del provvedimento.- 1. Dopo l'intensa stagione riformatrice che ha prodotto, in questi ultimi anni, un incisivo riassetto dell'Amministrazione centrale degli affari esteri ed il riordino della carriera diplomatica e delle altre categorie di personale, si avverte ora l'esigenza di porre mano, anche sulla scorta dell'esperienza della prima fase susseguente il varo della riforma, ad alcuni ritocchi, integrazioni e modifiche della normativa su cui si basa l'ordinamento dell'Amministrazione degli affari esteri, e cioè il decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni.
Si è pertanto predisposto, con il presente disegno di legge, un limitato pacchetto di misure volte, da un lato, ad adeguare la normativa in parola a talune disposizioni concernenti la pubblica amministrazione ed, in particolare, il pubblico impiego, che hanno nel frattempo visto la luce e che con essa in qualche modo interferiscono; dall'altro, a dare risposta ad ulteriori esigenze che si sono recentemente manifestate e che non possono essere soddisfatte nell'ambito delle disposizioni vigenti.
2. L'intervento del legislatore è reso necessario dalla natura di norme primarie che è propria delle norme del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, le quali discendono in effetti da un provvedimento di delega al Governo (la legge 25 luglio 1966, n. 586) emanata in vista di una riforma dell'Amministrazione degli affari esteri che vide dopo qualche mese la luce. Anche i successivi interventi normativi che hanno inciso sulle disposizioni del citato decreto del Presidente della Repubblica, eccettuate quelle concernenti materie nel frattempo oggetto di delegificazione, hanno rivestito necessariamente la forma del provvedimento di legge.
3. L'impianto del disegno di legge in oggetto segue passo dopo passo, con il ricorso allo strumento della "novella", le norme del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 che si intende modificare, e riguardano sia aspetti del funzionamento dell'Amministrazione degli affari esteri nelle sue componenti interne ed estere, sia l'ordinamento speciale della carriera diplomatica, nelle parti, beninteso, che sono tuttora affidate alla normativa unilaterale, ed alcune disposizioni sul servizio all'estero che permangono comuni sia alla predetta carriera che alle altre categorie di personale dell'Amministrazione.

B) Illustrazione analitica del disegno di legge.

L'articolo 1 modifica, aggiornandola alla realtà odierna, la norma sulla composizione dell'Amministrazione degli affari esteri. Viene così sottolineato, nella nuova disposizione, che la predetta Amministrazione è costituita dagli uffici centrali del Ministero, dalle rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura.
Rispetto alla formula originaria non vengono più ricompresi nell'Amministrazione l'Istituto diplomatico (perché esso, a seguito del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 maggio 1999, n. 267, è ormai da considerare un ufficio dirigenziale generale ed è quindi già contemplato nella più generale dizione di "uffici centrali del Ministero") e gli ispettorati di frontiera per gli italiani all'estero (uffici periferici virtualmente deputati all'assistenza agli emigranti che non funzionano peraltro più da circa vent'anni, con il venire meno, cioè, dei flussi migratori in partenza dal nostro Paese, e che vengono soppressi dal presente disegno di legge).
Sono invece considerati come facenti parte dell'Amministrazione degli affari esteri gli istituti italiani di cultura precedentemente identificabili con gli "istituti culturali (....) all'estero" e che la norma classificava come "dipendenti" dall'Amministrazione. In verità l'evoluzione normativa riguardante gli istituti italiani di cultura (la legge 22 dicembre 1990, n. 401, che ne ha riformato struttura ed attività) con l'inclusione, in particolare, del personale degli istituti stessi nel novero del personale dell'Amministrazione degli affari esteri, già aveva, di fatto, trasformato gli istituti in organi dell'Amministrazione degli affari esteri, facendo venir meno ogni residuo di "alterità" dei medesimi nei confronti dell'Amministrazione stessa.
L'articolo 2 modifica l'articolo 16, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, consentendo che le funzioni di vice capo servizio e di vice direttore dell'Istituto diplomatico siano conferite a funzionari diplomatici che rivestano il grado di consigliere di legazione (oltre che quello, normativamente già previsto, di consigliere d'ambasciata). In un'ottica di valorizzazione del personale più giovane e meritevole, si ipotizza pertanto un affidamento delle predette funzioni anche ai consiglieri di legazione, in analogia con altre disposizioni sul conferimento di funzioni, su una base temporanea e per esigenze di servizio.
Non è apparso invece opportuno prevedere la possibilità di conferire ai consiglieri di legazione, sia pure nei limiti anzidetti, le funzioni di vice capo di gabinetto - contemplate dalla stessa norma del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 che si intende modificare - le quali restano quindi tassativamente riservate ai funzionari che rivestono un grado non inferiore a quello di consigliere di ambasciata.
L'articolo 3 modifica l'articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967.
La nuova disposizione integra dapprima la composizione del Consiglio di amministrazione (primo comma del citato articolo 26) estendendola ai capi servizio ed al direttore dell'Istituto diplomatico, precedentemente esclusi. In verità, con le riforme di questi ultimi anni, tutti i titolari di uffici dirigenziali generali (quali sono anche i capi servizio ed il direttore dell'Istituto diplomatico) hanno pari rango ed identiche responsabilità gestionali: non si giustificherebbe più, quindi, una composizione del Consiglio limitata solo ad alcuni di essi.
La nuova disposizione stabilisce poi, sostituendo integralmente il quarto comma del citato articolo 26, quali siano i soggetti abilitati a sostituire i componenti del Consiglio di amministrazione in caso di assenza o di impedimento, individuandoli nei loro vicari.
Viene infine stabilito dalla norma che il Vice Segretario generale partecipa ai lavori del Consiglio quando quest'ultimo tratta materie che sono oggetto di delega di funzioni a lui conferita dal Segretario generale.
L'articolo 4 modifica la rubrica del titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 per adeguarla all'inserimento degli istituti italiani di cultura nella compagine dell'Amministrazione degli affari esteri, così come disposto dall'articolo 1, e distinguere i predetti dagli "istituti scolastici ed educativi all'estero". Nel contempo viene espunto il riferimento agli "ispettorati di frontiera" che, non facendo più parte dell'Amministrazione degli affari esteri, anzi venendo soppressi (vedasi l'articolo 27 del presente disegno di legge) non sono evidentemente più retti dal titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967.
L'articolo 5, nello stesso ordine di idee di cui all'articolo 4, ricomprende ora gli istituti italiani di cultura nel novero degli "uffici all'estero", modificando l'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 che configurava in questi ultimi solo le rappresentanze diplomatiche e gli uffici consolari. Essendo ormai divenuti gli istituti organi dell'Amministrazione ed essendo essi chiamati a svolgere la loro attività all'estero non possono che essere "uffici" periferici, "all'estero" appunto, della medesima.
Viene peraltro specificato, con l'introduzione di due nuovi commi nello stesso articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, che gli istituti sono interamente regolati da un'apposita disciplina (la ricordata legge n. 401 del 1990, e successive modificazioni) applicandosi ad essi, per quanto ivi non previsto, la normativa del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 nei limiti di quanto possano consentire la loro particolare natura e le specifiche finalità da essi perseguite, e dipendendo essi dalle Missioni diplomatiche e dagli uffici consolari secondo quanto stabilito dalla legge.

L'articolo 6 introduce nel decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 l'articolo 30-bis, recante "Sezioni distaccate delle rappresentanze diplomatiche". La ratio di tale norma sta nella necessità di provvedere espressamente, dettando contestualmente le relative disposizioni di carattere più generale, la possibilità per il Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, di istituire speciali "sezioni distaccate" di una rappresentanza diplomatica in Paesi per cui questa è territorialmente competente ma diversi da quello dove ha sede.
E' da ricordare, a tale proposito, che l'azione dell'Italia sul terreno diplomatico e consolare si svolge all'estero attraverso le rappresentanze diplomatiche e gli uffici consolari, regolati dagli articoli da 30 a 35 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 per quanto attiene alla loro istituzione, organizzazione e funzionamento. Un certo numero delle predette rappresentanze è territorialmente competente per più Paesi (quello di residenza più altri viciniori nei quali non è funzionante una nostra Missione diplomatica e che vengono quindi affidati alle sue cure). Le esigenze di maggiore proiezione internazionale del nostro Paese in tutti i settori di attività, coniugate con i condizionamenti imposti dalla finanza pubblica nonché con l'obiettivo di una più efficiente organizzazione della rete degli uffici del Ministero all'estero, determinano la necessità di prevedere, per i Paesi dove non è possibile istituire una rappresentanza diplomatica o un ufficio consolare di prima categoria, la possibilità di destinarvi stabilmente uno o più dipendenti formalmente in organico presso la rappresentanza diplomatica competente per territorio. Tali persone potrebbero pertanto, con una struttura "leggera" posta alle dipendenze gerarchico-funzionali della predetta Missione diplomatica ma con sufficiente margine di autonomia operativa, svolgere una limitata azione di fiancheggiamento in loco dell'azione diplomatica dell'Ambasciata, la cui responsabilità resterebbe affidata alla Missione stessa, e, a seconda dei casi, assolvere anche determinate funzioni consolari (passaporti, visti, eccetera). Tali "antenne" della Missione diplomatica nei Paesi di suo secondario accreditamento funzionano amministrativamente come "sezioni distaccate" della medesima. Esse possono essere collocate - previe intese bilaterali in tal senso - anche all'interno delle sedi, eventualmente esistenti in loco, degli uffici diplomatici e consolari di Paesi dell'Unione europea o della delegazione della Commissione europea, così come fanno già altri Paesi della stessa Unione, ad esempio la Francia e la Germania. Le spese necessarie perché tali "sezioni distaccate" siano ospitate nei locali di altri Paesi od enti sono liquidate direttamente dal Ministero degli affari esteri sotto forma di rimborso a quei Paesi e a quegli enti (è la formula impiegata, ad esempio, dalla Francia e dalla Germania) con evidente risparmio per l'Erario derivante dalle predette sinergie.
Da ultimo, si deve anche considerare che un rilevante risparmio sugli oneri finanziari derivanti dal mantenimento delle rappresentanze diplomatiche può essere realizzato nell'immediato futuro qualora si consideri l'opportunità di procedere alla progressiva riduzione di quelle esistenti in un'area geografica a forte concentrazione, nella quale cioè tutti i Paesi che vi appartengono siano sedi di Ambasciata. In tale ipotesi, mentre si manterrebbero in funzione una o due Ambasciate di maggior rilievo, le restanti rappresentanze diplomatiche verrebbero trasformate in sezioni distaccate, con l'effetto di ridurre fortemente le spese di personale e di funzionamento.
L'articolo 7 modifica le parole "di un ufficio all'estero" contenute nel secondo comma dell'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, sostituendole con "delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari". In effetti, ora che gli istituti di cultura sono "uffici all'estero" occorre non ricomprenderli espressamente nella disposizione in questione per tener conto della specifica normativa che li riguarda, la quale prevede altri casi - oltre a quelli indicati nella norma de qua - in cui persone estranee all'Amministrazione possono essere adibite al loro servizio.
L'articolo 8 è volto ad inserire, nell'indicazione delle principali funzioni degli uffici consolari, di cui all'articolo 45 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, quella di assicurare l'esercizio del diritto di voto nelle elezioni italiane da parte dei cittadini residenti all'estero. E' questa, come noto, una significativa misura introdotta di recente nell'ordinamento per consentire ai connazionali all'estero una più incisiva partecipazione alla vita politica del Paese. L'inserimento di tale funzione nella indicazione dei più tradizionali compiti affidati agli uffici consolari intende sottolineare il ruolo che questi ultimi sono chiamati d'ora in poi a rivestire nel garantire, secondo le competenze ad essi attribuite dalla normativa, le condizioni perché i cittadini italiani all'estero possano concretamente esercitare il diritto di voto.
L'articolo 9 modifica la rubrica del capo V del titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, enucleando gli istituti italiani di cultura dal testo originario, in quanto questi vengono ora ricompresi nel novero degli "uffici all'estero", cioè degli organi veri e propri dell'Amministrazione degli affari esteri.
L'articolo 10, per quanto riguarda le scuole italiane e le altre istituzioni educative all'estero, opera opportunamente un rinvio alla specifica normativa che ne disciplina il funzionamento.
L'articolo 11 sostituisce l'articolo 93 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 (che individua il personale appartenente all'Amministrazione degli affari esteri) con un nuovo testo che tiene conto delle modifiche, anche terminologiche, intervenute nel frattempo nel settore del pubblico impiego e, più in particolare, nell'ordinamento dell'Amministrazione degli affari esteri.
L'articolo 12 del disegno di legge ripropone una misura già elaborata nella scorsa legislatura (il relativo provvedimento - Atto Camera n. 6561-septies - fu approvato in Commissione alla Camera dei deputati, ma poi decadde per la fine della legislatura stessa).
Per adattare gli organici del personale dei tre gradi iniziali della carriera diplomatica alle contingenti e mutevoli esigenze di servizio, si "delegifica" la corrispondente dotazione organica, prevedendo la possibilità di modificare con un regolamento ex articolo 17, comma 4-bis, della legge n. 400 del 1988, la tabella 1 allegata al decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, corrispondentemente ai tre gradi anzidetti, con la salvaguardia del principio dell'invarianza della spesa complessiva.
Tale "delegificazione" si applica solo ai tre gradi iniziali della carriera diplomatica perché maggiori risultano, relativamente ad essi, le mutevoli esigenze di servizio che inducono ad attuare una particolare flessibilità nella determinazione delle loro dotazioni organiche. La stessa esigenza non si riscontra invece per i restanti gradi di ministro plenipotenziario e di ambasciatore, le cui dotazioni organiche risultano in grado di far fronte adeguatamente alle eventuali, future necessità.
L'articolo 13 introduce il sesto comma dell'articolo 102 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 ("Formazione e aggiornamento professionale") che già prevede la possibilità per l'Amministrazione di inviare con trattamento di missione, considerandolo quindi come un normale periodo di servizio, per la durata massima di un anno, non più di dieci funzionari diplomatici contemporaneamente a seguire studi "in materie particolari" in Italia o all'estero.
Poiché sussiste l'esigenza - che sempre più si va affermando - di una formazione permanente del funzionario diplomatico nell'interesse dell'Amministrazione stessa, si contempla ora anche il caso di coloro che a titolo di iniziativa personale (ma con il necessario beneplacito dell'Amministrazione, come già nel caso dell'aspettativa per motivi di famiglia) desiderino effettuare per gli identici motivi un periodo di studio e di applicazione in Italia o all'estero. In tale fattispecie, pur non venendo il periodo stesso equiparato al servizio (non vi sarebbe quindi trattamento di missione e la stessa retribuzione non verrebbe corrisposta), l'assenza del funzionario diplomatico verrebbe autorizzata come "assenza per motivi di studio", senza pregiudizio - vista la specialità della norma - per l'anzianità di servizio, la quale maturerebbe egualmente sia ai fini dell'avanzamento che del collocamento a riposo e del relativo trattamento pensionistico (prevedendosi peraltro il versamento da parte dell'interessato dei relativi contributi e ritenute previdenziali a suo carico).
L'articolo 14 modifica l'articolo 107, primo comma, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, la quale stabilisce che per la promozione al grado di consigliere di legazione i segretari di legazione debbano aver prestato servizio, per almeno quattro anni "negli uffici all'estero o in organizzazioni internazionali". Poiché è oggi sempre più diffusa la possibilità per i giovani funzionari diplomatici di prestare servizio per qualche tempo anche presso delegazioni diplomatiche speciali (si pensi a quelle in Iraq e in Taiwan) ovvero presso Stati esteri (si pensi ai funzionari che, per conto dell'Unione europea, possono essere distaccati presso Stati europei candidati all'adesione) appare equo per gli interessati, nonché vantaggioso per il servizio, equiparare tali periodi a quelli trascorsi presso le organizzazioni internazionali.
L'articolo 15 introduce un'importante integrazione, essenziale per la funzionalità del servizio, alla lettera c) del primo comma dell'articolo 109 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967. Essa infatti mira ad integrare le funzioni che, al Ministero e all'estero, devono avere svolto, per un periodo di almeno due anni nel grado di consigliere di ambasciata, i funzionari diplomatici al fine di essere nominati ministri plenipotenziari. La precedente individuazione di funzioni lasciava fuori, infatti, le funzioni di vice direttore generale, vice capo servizio, vice direttore dell'istituto diplomatico e di ministro consigliere presso una rappresentanza diplomatica: funzioni altrettanto importanti, al fine del servizio, di quelle indicate oggi dalla norma.
L'articolo 16 riduce da sette a sei anni l'anzianità minima nel grado che deve essere posseduta dai ministri plenipotenziari per essere nominati al grado di ambasciatore (articolo 109-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967). La ragione di tale modificazione risiede nel convincimento - maturato in questi ultimi tempi a seguito di concrete esperienze di servizio - che il periodo propedeutico alla nomina ad ambasciatore da trascorrere nel grado immediatamente inferiore è attualmente troppo lungo. Sei anni di servizio, invece di sette, nel grado di ministro plenipotenziario (cui corrispondono generalmente tre-quattro anni da capo Missione all'estero e due-tre anni da direttore generale o capo servizio presso l'Amministrazione centrale od altro incarico equivalente) sono sufficienti, stante il tipo di responsabilità rivestite, per acquisire la necessaria esperienza che consenta poi di assumere gli incarichi di ancor maggiore rilevanza e delicatezza connessi con il grado di ambasciatore. Sembra pertanto equo per gli interessati e, soprattutto, funzionale per il servizio, stabilire per la nomina ad ambasciatore un'anzianità minima nel grado inferiore di soli sei anni.
L'articolo 17 si compone di due parti: la prima sostituisce il terzo comma dell'articolo 110 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 per escludere gli avvicendamenti dei capi Missione dalla norma che rende obbligatorio procedere ai movimenti dei funzionari diplomatici solo nei mesi di giugno, luglio ed agosto. In effetti, le esigenze di servizio, le quali inducono nella nomina dei capi Missione ad aderire strettamente alle vicende delle nostre relazioni diplomatiche con i vari Stati, non si conciliano con una normativa troppo rigida e che rischia di comportare sempre maggiori inconvenienti.
La seconda parte, sostituendo il testo del quinto comma dello stesso articolo 110 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, equipara al servizio prestato presso le organizzazioni internazionali quello svolto presso Stati esteri, ai fini del periodo di servizio all'estero massimo consentito prima che i funzionari diplomatici debbano far rientro al Ministero.
Viene così tenuto opportunamente conto della sempre maggiore diffusione, anche in prospettiva, di tale tipo di servizio all'estero che consente ai funzionari diplomatici fruttuose esperienze, a vantaggio sia personale che dell'immagine del nostro Paese.
L'articolo 18, confermando l'interpretazione che l'Amministrazione ha sempre dato all'articolo 110-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, modifica il primo comma esplicitando chiaramente che le vacanze dei posti di capo Missione non sono soggette alle forme di pubblicità previste per i restanti posti all'estero disponibili per i funzionari della carriera diplomatica. Ciò per evidenti motivi di riservatezza (legati, anche qui, alle vicende delle relazioni diplomatiche tra l'Italia e gli altri Stati) e per il fatto che le nomine dei capi Missione sono deliberate dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro degli affari esteri, con procedura cioè "rafforzata" rispetto alle diverse destinazioni all'estero degli altri funzionari diplomatici. Ne consegue un diverso percorso anche nella fase di individuazione delle persone più idonee per l'incarico.
L'articolo 19 modifica la rubrica del capo II del titolo II della parte seconda del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 per adeguarla alla mutata realtà del pubblico impiego, nella quale cioè i funzionari che un tempo appartenevano alla carriera direttiva amministrativa risultano oggi inseriti nell'area funzionale C.
L'articolo 20, nello stesso ordine di idee dell'articolo 19, sopprime le disposizioni che si riferivano, nel testo originario dell'articolo 114 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, all'impiego in Italia ed all'estero dei funzionari direttivi amministrativi (oggi di natura contrattuale o meglio specificate in altri strumenti normativi), e sostituisce il predetto articolo con un nuovo articolo la cui rubrica è "Funzioni consolari". In esso vengono specificate quali funzioni consolari di collaborazione e, eventualmente, di direzione possono essere affidate, per esigenze di servizio e sentito il Consiglio di amministrazione, ai dipendenti dell'area funzionale C. Esse risultano le stesse, a parità di livello, di quelle che potevano essere loro affidate nel pregresso ordinamento. Infatti, ai dipendenti delle posizioni economiche C2 e C3 (discendenti diretti delle qualifiche VIII e IX, a loro volta eredi della "carriera direttiva amministrativa" propriamente detta, soppressa con l'entrata in vigore della legge n. 312 del 1980) possono essere affidate funzioni consolari di direzione di un consolato o di un vice consolato, ovvero funzioni di collaborazione presso un consolato generale.
Per quanto riguarda i dipendenti della posizione economica C1 essi possono essere destinati ad occupare posti di agente consolare, conformemente a quanto previsto per il cancelliere capo e l'assistente commerciale capo nel pregresso ordinamento (si veda al riguardo l'articolo 123 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 che viene abrogato con il presente disegno di legge, e si tenga presente che la posizione economica C1 discende direttamente dalla VII qualifica funzionale la quale, a sua volta, è erede delle qualifiche di cancelliere capo e di assistente commerciale capo soppresse con la citata legge n. 312 del 1980).
L'articolo 21 introduce nel decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 una norma che istituisce, limitatamente all'ipotesi in cui il personale sia in servizio all'estero, una "indennità per le lingue estere di difficile apprendimento" (articolo 144-bis). Tale misura è volta a remunerare la conoscenza da parte dei dipendenti che non rivestano le qualifiche più elevate di una, massimo due lingue, di difficile apprendimento (individuate con apposito decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze).
L'esigenza che tale misura tende a soddisfare è quella di incentivare l'apprendimento da parte dei dipendenti di lingue straniere utili per il servizio che non siano quelle veicolari o di relativamente più facile apprendimento per chi sia di lingua madre italiana.
Si precisa peraltro che, in conformità al vigente ordinamento del pubblico impiego, per il servizio prestato in Italia si provvederà mediante i procedimenti negoziali di settore.
L'articolo 22 sostituisce il primo comma dell'articolo 152 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, unificando i contingenti degli impiegati a contratto che possono essere assunti, da un lato, dalle rappresentanze diplomatiche e dagli uffici consolari e, dall'altro, dagli istituti italiani di cultura.
Il primo è pari a 1.827 unità ed il secondo a 450 unità. La somma aritmetica dei due contingenti è, per l'appunto, pari alle 2.277 unità del nuovo contingente unificato degli impiegati a contratto dell'Amministrazione degli affari esteri istituito con il presente articolo.
La ratio di tale misura è duplice. Essa tende, innanzitutto, ad aderire da un punto di vista sistemico alla innovazione introdotta nel presente disegno di legge (articoli 1 e 5) secondo cui gli istituti italiani di cultura fanno parte ormai dell'Amministrazione degli affari esteri quali "uffici all'estero", al pari delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari. Non si vede, pertanto, perché debba esistere un doppio contingente degli impiegati a contratto negli uffici all'estero, tanto più che gli uni e gli altri (quelli degli uffici diplomatici e consolari e quelli degli istituti) sono oggi gestiti unitariamente, a differenza che in passato, dalla Direzione generale per il personale e la spesa relativa fa capo ormai ad un'unica unità previsionale di base.
Secondariamente, ma trattasi in realtà di aspetto rilevante per la funzionalità complessiva dell'Amministrazione degli affari esteri nella sua proiezione periferica, la possibilità di disporre di un unico contingente di impiegati a contratto consente una maggiore flessibilità nel dare risposta alle esigenze di servizio che si pongono nei diversi settori di attività dell'Amministrazione stessa, le quali vanno necessariamente valutate nel loro complesso e secondo un'unica scala di priorità.
L'articolo 23 modifica l'articolo 180 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, specificando che l'indennità personale viene mantenuta, relativamente al personale in servizio all'estero che usufruisca del congedo ordinario, solo in corrispondenza dei giorni maturati a tale titolo dopo l'assunzione in servizio all'estero. Nel contempo la nuova norma abroga la disposizione che subordinava la corresponsione dell'indennità personale per i dipendenti in servizio all'estero che usufruissero del congedo ordinario al decorso di almeno otto mesi dalla data della loro assunzione all'estero. Tale disposizione, in effetti, è risultata creare, negli ultimi tempi, non pochi problemi agli uffici all'estero nella pianificazione dei congedi annuali del personale, rischiando di arrecare pregiudizio al servizio.
L'articolo 24, introducendo l'articolo 211-bis nel decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, prevede l'adozione, da parte dell'Agenzia del demanio d'intesa con le amministrazioni che abbiano istituzionalmente la cura di interessi di rilievo internazionale, di un provvedimento di verifica delle esigenze relative alle consistenze immobiliari utilizzate dalle predette amministrazioni e delle condizioni che regolano il rapporto concessorio. Con tale provvedimento si provvede quindi alla ricognizione dei beni demaniali concessi in uso ad enti o associazioni per finalità di rappresentanza e culturali, nonché per servizi sociali, inerenti ai fini istituzionali dell'Amministrazione degli affari esteri, e si procede contestualmente alla definizione dei criteri di gestione e dei parametri economici relativi al rapporto concessorio.
L'articolo 25 sostituisce la tabella A, di cui all'articolo 171, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, con una nuova tabella espressa in euro. Nel contempo si elevano, per ragioni di equità e per meglio adeguarle ai relativi oneri di servizio, le basi mensili delle indennità di servizio da corrispondere, rispettivamente, all'esperto capo in servizio presso le rappresentanze diplomatiche e al dirigente dell'area della promozione culturale che sia destinato all'estero con funzioni di direttore di istituto di cultura (figura non esistente alla data di entrata in vigore del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967).
In effetti, l'esperto capo all'estero, in adesione all'articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 368 del 2000, assume ora rilevanti compiti di consulenza, ricerca, studio e attività ispettive in materia amministrativa e contabile, "con competenza anche per più Paesi". Per tener adeguatamente conto di tali maggiori oneri di servizio, l'indennità base, pari nel vecchio ordinamento ad euro 1.262,71, viene elevata ad euro 1.381,52 con un incremento inferiore, dunque, al 10 per cento.
Per quanto riguarda il dirigente dell'area della promozione culturale che può essere destinato all'estero con funzioni di direttore di istituto di cultura (indennità base pari ad euro 938,92) va considerato il fatto che questi riveste ora, a seguito dell'entrata in vigore del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 368 del 2000, funzioni di coordinamento d'area estese anche su più Paesi. In considerazione di tali maggiori oneri di servizio l'indennità base viene portata ad euro 1.038,08 con un incremento, dunque, di poco superiore al 10 per cento.
L'articolo 26 sostituisce l'espressione "Nei primi sei anni successivi" contenuta nel comma 8 dell'articolo 17 del decreto legislativo 24 marzo 2000, n. 85, con l'espressione "Nei primi dieci anni successivi". In tal modo viene opportunamente elevato il periodo di tempo previsto dalla norma transitoria per l'effettuazione di taluni degli adempimenti stabiliti dalle norme introdotte nel decreto del Presidente della Repubblica n.18 del 1967 dalla riforma del 2000 in vista delle promozioni a consigliere di ambasciata (aver prestato servizio in determinate sedi) e alle nomine a ministro plenipotenziario (frequenza dei corsi di aggiornamento e svolgimento di determinate funzioni) del 2000. Si è infatti potuto constatare, da un lato, che mancano i tempi tecnici necessari per effettuare gli adempimenti in questione senza pregiudizio per le legittime aspettative degli interessati e, dall'altro, che vi è una consistente carenza delle risorse necessarie per effettuare i corsi in questione, che devono essere frequentati da alcune centinaia dei funzionari, larga parte dei quali è soggetta a continui avvicendamenti con l'estero che, tra l'altro, rendono problematica la loro partecipazione ai corsi in un lasso di tempo più breve.
L'articolo 27 abroga le norme del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 che risultano superate dall'intervenuta evoluzione delle esigenze dell'Amministrazione (ad esempio il capo VI del titolo II della parte prima, cioè la normativa sugli "ispettorati di frontiera", non risulta più di alcuna applicazione, in quanto gli ispettorati non esistono più da almeno venti anni e non sarebbero comunque funzionali ai mutati flussi migratori) ovvero quelle disposizioni che risultano incompatibili con il mutato quadro normativo relativo all'organizzazione delle pubbliche amministrazioni (l'articolo 4 sul gabinetto e le segreterie particolari dei sottosegretari, in quanto assorbito dalla normativa regolamentare sugli uffici di diretta collaborazione con il Ministro) o relativo agli ordinamenti del pubblico impiego (tutte le altre).
L'articolo 28 è la norma relativa agli oneri finanziari derivanti dall'attuazione delle disposizioni del presente disegno di legge.

XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2788

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RELAZIONE TECNICA

(Articolo 11-ter, comma 2, della legge 5 agosto
1978,
n. 468, e successive modificazioni).


1. Il provvedimento in oggetto, che introduce modifiche ed integrazioni ad alcune disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, ed il cui testo si compone di 28 articoli, non comporta nella quasi totalità delle sue disposizioni oneri aggiuntivi a carico dell'Erario rispetto all'originaria previsione di spesa derivante dall'attuazione della predetta normativa, sulla quale va ad incidere.
A tale riguardo, si deve infatti tener presente che dalla massima parte delle disposizioni interessate dalla presente iniziativa di modifica e integrazione non derivava, per intrinseca assenza di costi della originaria previsione legislativa, alcun onere finanziario, sicché dalla medesima normativa - la cui natura è rimasta sostanzialmente inalterata pur nella formulazione attualmente proposta, per la quale è stata utilizzata la tecnica della novella legislativa - non derivano parimenti oneri finanziari.
2. Rientrano nel novero delle disposizioni caratterizzate da mancanza di oneri finanziari gli articoli sottoelencati:

l'articolo 1, che disciplina ex novo la composizione dell'Amministrazione degli affari esteri, sostituendo l'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 2, che modifica, integrandolo, l'articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 3, che modifica la composizione del Consiglio di amministrazione del Ministero degli affari esteri, già disciplinata dall'articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 4, che modifica la rubrica del titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 5, che ricomprende nel novero degli "uffici all'estero" gli istituti italiani di cultura;

l'articolo 6, che introduce nel testo del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 una norma aggiuntiva (l'articolo 30-bis), con cui - innovando rispetto alla precedente disciplina - viene individuato un nuovo modello organizzativo (la "sezione distaccata delle rappresentanze diplomatiche") che consente di rafforzare senza oneri aggiuntivi per l'Erario la presenza italiana all'estero. Tale obiettivo viene raggiunto mediante l'istituzione di una "sezione distaccata", che utilizza risorse umane, finanziarie e tecnologiche di una rappresentanza diplomatica la cui competenza territoriale si estende anche al Paese ove si istituisce la sezione distaccata, ma che ha sede in uno Stato diverso.
Come peraltro già specificato nella relazione illustrativa, l'utilizzo di personale appartenente alla carriera diplomatica o di altro personale in organico presso la rappresentanza diplomatica di cui la sezione costituisce la proiezione, nonché delle necessarie risorse finanziarie e tecnologiche alla stessa rappresentanza assegnate, esclude nuovi o maggiori oneri a carico dell'Erario. Tale conclusione appare confermata, per quanto riguarda in particolare gli oneri di funzionamento, dalla soluzione prevista per l'allocazione di tali sezioni staccate nelle rispettive sedi di servizio. Infatti, fermo restando in ogni caso che il pagamento dei relativi canoni di locazione non può che avvenire nei limiti delle vigenti dotazioni di bilancio, l'utilizzo eventuale di locali - resi disponibili a seguito di intese bilaterali - ubicati all'interno degli uffici diplomatici o consolari di Paesi dell'Unione europea ovvero delle delegazioni della Commissione europea, potrebbe portare, in regime di compensazione delle reciproche spese, anche ad un risparmio per l'Erario derivante dalle economie di scala conseguenti a tali sinergie. Si deve inoltre considerare che i costi derivanti da eventuali canoni di locazione, peraltro esigui in numerose aree geografiche con basso reddito pro-capite, sarebbero ampiamente compensati dai risparmi sulle spese di viaggio e di missione che attualmente sostengono i capi delle rappresentanze diplomatiche per raggiungere i Paesi dove essi sono accreditati ma che non sono sedi di Ambasciata.
Infine, un consistente risparmio sugli oneri finanziari derivanti dal mantenimento delle rappresentanze diplomatiche può essere realizzato nell'immediato futuro se si considera che il meccanismo in questione consente in concreto di procedere alla progressiva riduzione delle rappresentanze diplomatiche esistenti in aree geografiche a forte concentrazione, nelle quali tutti i Paesi che vi appartengono siano sedi di Ambasciata (ad esempio l'America centrale). In tal caso, mantenendosi in funzione una o due Ambasciate nei Paesi di maggior rilievo politico-diplomatico, le residue rappresentanze diplomatiche verrebbero trasformate in sezioni distaccate di quelle esistenti, con conseguenti forti riduzioni delle spese di personale e delle spese di funzionamento;

l'articolo 7, che modifica, sotto il profilo meramente lessicale, la formulazione dell'articolo 31 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 8, che inserisce tra le funzioni degli uffici consolari quella di assicurare l'esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini italiani residenti all'estero;

l'articolo 9, che modifica la rubrica del capo V del titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 10, che opera un rinvio, sostituendo l'articolo 58 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, per le scuole e gli altri istituti educativi all'estero, alle specifiche disposizioni normative che ne disciplinano l'organizzazione ed il funzionamento;
l'articolo 11, che attualizza l'articolo 93 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 (Personale dell'Amministrazione degli affari esteri), sostituendolo con disposizioni che tengono conto del processo di riforma intervenuto in materia di pubblico impiego;

l'articolo 12, che integra l'articolo 101 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 - riproponendo, come già chiarito nella relazione illustrativa, una iniziativa legislativa (atto Camera n. 6561-septies) appartenente alla precedente legislatura e già approvata dalla competente Commissione della Camera dei deputati ma poi decaduta per la sopravvenuta conclusione della stessa legislatura - introduce il principio di delegificazione nell'ambito delle dotazioni organiche della carriera diplomatica, limitatamente ai gradi di consigliere di Ambasciata, consigliere di legazione e segretario di legazione. Scopo della norma è quello di consentire (utilizzando lo strumento regolamentare del decreto del Presidente della Repubblica, previsto dall'articolo 17, comma 4-bis, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per i procedimenti di rideterminazione e di rimodulazione delle dotazioni organiche del personale del comparto dei Ministeri) una maggiore flessibilità nella determinazione delle dotazioni organiche del personale diplomatico appartenente agli anzidetti gradi, spostando risorse da uno all'altro dei tre gradi in relazione alle variabili esigenze funzionali e operative dell'Amministrazione (esigenza che non si pone invece per i gradi apicali, dove le relative dotazioni organiche consentono già di fronteggiare tutte le future ed eventuali necessità). Il provvedimento, che è adottato su proposta del Ministro degli affari esteri, d'intesa con il Presidente del Consiglio dei ministri e con il Ministro dell'economia e delle finanze, ed è soggetto al parere delle competenti Commissioni parlamentari, non genera costi in quanto, applicandosi il principio della reciproca compensazione tra diversi contingenti di personale diplomatico, viene assicurato di volta in volta il rispetto dell'obbligo dell'invarianza della spesa, riferita al costo della dotazione organica complessiva dei tre gradi;

l'articolo 13, che integra con l'introduzione di un comma il testo dell'articolo 102 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, introduce l'"anno sabbatico" per i funzionari diplomatici che intendono assentarsi dal servizio nell'interesse dell'Amministrazione per seguire studi specialistici in Italia o all'estero al fine di perfezionare la propria formazione professionale. Il nuovo istituto - la cui disciplina risulta assimilabile a quella dell'aspettativa per motivi di famiglia - prevede che i funzionari diplomatici autorizzati (non più di dieci contemporaneamente) possano assentarsi dal servizio (per non più di un anno) senza diritto alla retribuzione e, a maggior ragione trovandosi fuori servizio, senza diritto al trattamento di missione. Sotto il profilo finanziario la disposizione, che non comporta nuovi o maggiori oneri, consentirebbe addirittura un risparmio nelle spese di personale, in quanto - a fronte del versamento da parte dell'Amministrazione dei soli contributi previdenziali ed assistenziali a proprio carico, che comunque sarebbero stati corrisposti - ha l'effetto di ridurre le spese complessive per stipendi ed altri assegni fissi e variabili per il personale della carriera diplomatica durante il periodo di assenza dei funzionari autorizzati;

gli articoli 14, 15, 16, 17, 18, 19 e 20, che modificano, parzialmente sostituendo o integrando il testo originario, rispettivamente gli articoli 107, primo comma, lettera b), 109, primo comma, lettera c), 109-bis, primo comma, 110, commi terzo e quinto, 110-bis, primo comma, la rubrica del capo II del titolo II della parte seconda, nonché l'articolo 114 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967;

l'articolo 22, con il quale è stato sostituito il primo comma dell'articolo 152 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, dispone l'unificazione dei contingenti degli impiegati a contratto che possono essere assunti sia da parte delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari che da parte degli istituti italiani di cultura. La disposizione mira a razionalizzare un sistema (quello degli impiegati a contratto) che prima della formulazione del presente disegno di legge si basava su una rigida distinzione dei due contingenti e che attualmente, in coerenza con quanto previsto dagli articoli 1 e 5, non è più sostenibile. L'attuazione della norma, da cui consegue la semplice somma aritmetica dei due contingenti di personale, non comporta assolutamente alcun onere finanziario aggiuntivo;

l'articolo 23, che sostituisce il primo comma dell'articolo 180 del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, dispone - a differenza di quanto previsto dalla disposizione modificata - il mantenimento, a favore del personale in servizio all'estero da meno di otto mesi, dell'indennità personale durante il congedo ordinario ed in corrispondenza dei giorni maturati a tale titolo durante il servizio all'estero. La disposizione, che può considerarsi parzialmente innovativa rispetto all'attuale disciplina, si propone, attraverso tale ultima limitazione, di realizzare anche economie di bilancio, riducendo gli oneri per spese di personale;

l'articolo 26, infine, apporta una assai limitata modifica all'articolo 17 del decreto legislativo 24 marzo 2000, n. 85, intervenendo su una fonte normativa diversa dal decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 e di assai più recente emanazione. Tale intervento normativo, pur non avendo una diretta connessione con quest'ultimo provvedimento, ha trovato collocazione ratione materiae nel disegno di legge che si propone, ed è accomunato alla normativa innanzi individuata dalla assoluta mancanza di onerosità.

3. Le disposizioni residue, invece, generano costi immediatamente valutabili, derivanti dall'incremento di oneri già esistenti o dall'individuazione di nuovi oneri, ovvero in un solo caso (articolo 24) determinano minori entrate per l'Erario, situazione quest'ultima assimilabile peraltro all'individuazione di un nuovo onere a carico dello stesso Erario.
Tali disposizioni sono:

l'articolo 21, che introduce una nuova disposizione (l'articolo 144-bis) nel corpus normativo costituito dal decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, prevede la corresponsione, relativamente al servizio prestato all'estero, di una indennità volta a premiare la conoscenza, da parte dei dipendenti del Ministero degli affari esteri, che non rivestano qualifiche apicali, di "lingue straniere di difficile apprendimento", e come tali individuate con apposito decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. L'onere derivante dall'attuazione della predetta disposizione valutato complessivamente in euro 498.296,00 è stato calcolato seguendo la logica analitica di cui all'allegata tabella 1. Sarà necessario istituire comunque una apposita unità previsionale di base non esistendo attualmente nello stato di previsione del Ministero degli affari esteri alcuna unità previsionale di base ad hoc;

l'articolo 24, con il quale si integra il decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967 introducendo una ulteriore disposizione (l'articolo 111-bis) nel predetto corpus normativo, prevede l'emanazione di un provvedimento del direttore dell'Agenzia del demanio assunto di intesa con i dirigenti dei competenti uffici della Amministrazione interessata alla cura di interessi di rilievo internazionale, con il quale si provvede alla ricognizione dei beni demaniali concessi in uso ad enti o associazioni per lo svolgimento di attività di rappresentanza e culturali connesse al perseguimento delle predette attività istituzionali, nonché per servizi sociali. La disposizione consente anche, facendo venir meno la materia del contendere, di chiudere il contenzioso esistente su tale materia tra il Ministero degli affari esteri e l'allora Ministero delle finanze. L'introduzione di tale norma - che restituisce al Ministero degli affari esteri una situazione derogatoria in materia di uso di beni demaniali, giustificata dal prevalente uso governativo dei beni stessi, ma venuta meno per l'implicita abrogazione dell'articolo 1 del regio decreto 18 novembre 1923, n. 2440, intervenuta a seguito dell'entrata in vigore della legge 24 novembre 1993, n. 537, è stata suggerita dal Consiglio di Stato in sede di parere espresso, a richiesta del Ministero delle finanze, al fine di dirimere il contenzioso predetto. La stima delle minori entrate derivanti dall'attuazione della disposizione, in assenza di un qualsivoglia parametro di quantificazione dei termini economici inerenti alla pregressa utilizzazione del bene demaniale, è stata effettuata necessariamente in via presuntiva. Pertanto, prendendo a riferimento l'importo individuato dall'Agenzia del demanio a titolo di indennizzo per l'uso dei beni, che ha tenuto conto dei valori di mercato previo accertamento eseguito dalla stessa Agenzia fino a tutto il decorso anno, è stato possibile quantificare l'onere nella misura annua complessiva di lire 202.840.000 corrispondenti ad euro 104.324,00 in ragione di anno;

l'articolo 25 sostituisce la tabella A di cui all'articolo 171, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, con una nuova tabella in cui le cifre già espresse in lire sono state convertite in euro. Al contempo, parallelamente a questa operazione che non comporta alcun costo aggiuntivo, vengono incrementate - per le ragioni meglio esplicitate nella relazione illustrativa - le misure mensili delle indennità di servizio spettanti, rispettivamente, all'esperto capo (incarico conferibile ad un dirigente di prima fascia) in servizio presso le rappresentanze diplomatiche ed al dirigente dell'area della promozione culturale con incarico di direttore di istituto italiano di cultura.

L'indennità mensile che sarebbe spettata all'esperto capo, corrispondente dopo la conversione ad euro 1.262,71, viene elevata ad euro 1.381,53, con un incremento pari al 9,60 per cento, mentre l'indennità mensile spettante al direttore di istituto italiano di cultura corrispondente dopo la conversione ad euro 938,92, viene aumentata ad euro 1.038,08, con un incremento pari al 10,57 per cento.
L'ulteriore onere finanziario derivante dall'incremento dell'indennità di servizio mensile spettante all'esperto capo può quindi valutarsi a regime, considerando la totale copertura dei tre posti previsti per l'estero dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 agosto 2000, n. 368, in circa euro 28.897,00 per anno, mentre l'onere aggiuntivo conseguente all'incremento dell'indennità mensile spettante al direttore dell'istituto italiano di cultura, considerando la integrale copertura dei dieci posti previsti dalla normativa vigente, ammonta a regime a euro 116.915,00 in ragione di anno.
L'incremento complessivo annuo, ammontante ad euro 145.812,00 è stato analiticamente riportato, per ciascuna delle due indennità considerate, nell'allegata tabella riassuntiva degli oneri (tabella 2).

Tabella 1

TABELLA ANALITICA DEGLI ONERI DERIVANTI DALL'ATTUAZIONE
DELL'ARTICOLO 21

... (omissis) ...

Tabella 2

TABELLA RIASSUNTIVA DEGLI ONERI DERIVANTI DALL'ATTUAZIONE
DELL'ARTICOLO 25

... (omissis) ...


TABELLA RIEPILOGATIVA DEGLI ONERI RISULTANTI
DALLE TABELLE 1, 2 E DALL'ARTICOLO 24


Tab. 1 euro 498.296,00
Tab. 2 <28.897,00 + 116,914,60> arr. euro 145.812,00
Art. 24 euro 104.324,00


ANALISI TECNICO-NORMATIVA

1. La presente iniziativa legislativa si è resa necessaria, come più diffusamente si è detto nella relazione illustrativa, per fare fronte all'esigenza - avvertita a conclusione del processo di riforma che ha investito l'Amministrazione degli affari esteri - di adeguare con limitati ritocchi la normativa, su cui si basa l'ordinamento dell'Amministrazione (e cioè il decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18), a talune disposizioni concernenti la disciplina del pubblico impiego recentemente introdotte nell'ambito del più generale processo di riforma che ha interessato la pubblica amministrazione.
2. Per quanto concerne gli aspetti tecnico-normativi in senso stretto del proposto disegno di legge, occorre precisare che esso si colloca nel quadro normativo rappresentato dall'insieme delle fonti legislative e regolamentari che disciplinano il "sistema Esteri", quadro che, in attuazione della legge di delega 28 luglio 1999, n. 266, è stato recentemente interessato da un processo di riforma caratterizzato da profonde ed incisive modificazioni nei suoi aspetti più rilevanti, come quelli legati al personale ed all'organizzazione.
Tra le espressioni più significative di tale processo evolutivo sono da segnalare il decreto legislativo 24 marzo 2000, n. 85 (Riordino della carriera diplomatica), il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 267 del 1999 ed il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 368 del 2000, con i quali si è rispettivamente provveduto, con atti regolamentari, all'individuazione degli uffici dirigenziali generali dell'Amministrazione centrale del Ministero degli affari esteri ed all'individuazione degli uffici dirigenziali della stessa Amministrazione non attribuibili alla carriera diplomatica.
Si deve peraltro precisare a tale riguardo che la presente iniziativa non va ad incidere su tali ultimi provvedimenti, che sono comunque di molto posteriori al decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, ma solo, e con modifiche di limitata portata, su taluni, suppur rilevanti, aspetti organizzativi definiti dal predetto provvedimento.
Per quanto concerne la compatibilità dell'intervento normativo, si può affermare che, essendo esso esclusivamente mirato alle modifiche e all'integrazione del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, non si riscontra alcuna interferenza con l'ordinamento comunitario, nonchè - con riferimento alla normativa ordinaria e costituzionale vigente - con le competenze delle regioni ordinarie e a statuto speciale. In conseguenza di ciò, si può escludere che il provvedimento proposto possa presentare aspetti di incoerenza con le fonti legislative primarie che dispongono il trasferimento di funzioni alle regioni e agli enti locali.
Quanto all'utilizzazione di uno strumento normativo primario per apportare modifiche ad una fonte normativa formalmente classificabile come regolamentare e quindi secondaria, è necessario sottolineare come il ricorso ad un'iniziativa legislativa con effetti immediati a conclusione del suo iter si sia reso indispensabile per evitare di dover ricorrere ad una nuova legge di delega, che avrebbe allungato di molto i tempi di intervento sulla normativa oggetto di modifica o integrazione. Dovendosi in tal senso escludere che tale iniziativa possa rappresentare un fenomeno di rilegificazione, la possibilità di delegificazione rimane pertanto, ove risulti necessaria, pienamente utilizzabile.
3. Essendo l'iniziativa legislativa mirata all'introduzione di modifiche ed integrazioni a disposizioni vigenti, si è fatto necessariamente ricorso alla tecnica della novella legislativa. Peraltro, per quanto concerne le modalità di redazione ed il linguaggio normativo utilizzato a tal fine, si fa presente che non sono state introdotte nuove definizioni normative nelle disposizioni novellate, che risultano quindi coerenti rispetto a quelle già in uso e con tutte le altre disposizioni del medesimo decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, non toccate dagli interventi di modifica, che restano ancora in uso.
Non si registrano poi effetti abrogativi al di fuori di quelli espressamente individuati all'articolo 27 del disegno di legge proposto.
4. Non risulta infine che vi siano indirizzi giurisprudenziali, né giudizi di incostituzionalità pendenti nella materia che costituisce oggetto della presente iniziativa legislativa, né che vi siano all'esame del Parlamento altri progetti di legge nella stessa o in analoga materia.


ANALISI DELL'IMPATTO DELLA REGOLAMENTAZIONE


Per quanto riguarda gli effetti che l'impatto del proposto disegno di legge dovrebbe provocare nel quadro normativo o socio-economico vigente, i risultati dell'analisi condotta in tale senso possono così sintetizzarsi.

A. L'intervento normativo che si intende porre in essere con la presente iniziativa legislativa di modifica ed integrazione di alcune disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è destinato ad operare nello stesso ambito di applicazione della fonte normativa modificata.
Per quanto concerne i soggetti destinatari, essi coincidono con quelli appartenenti all'Amministrazione interessata, che è esclusivamente quella degli affari esteri, in quanto le disposizioni oggetto di novella legislativa modificano, ottimizzandoli, esclusivamente taluni aspetti strutturali ed organizzativi, a livello centrale e all'estero, di tale Amministrazione, già disciplinati dal citato decreto del Presidente della Repubblica n. 18 del 1967, normativa sulla quale si basa l'ordinamento del Ministero degli affari esteri.
I soggetti coinvolti, e cioè quelli appartenenti o facenti capo alle categorie socio-economiche sulle quali l'intervento normativo è suscettibile di produrre effetti di ricaduta, appartengono parimenti all'Amministrazione degli affari esteri.

B. Come peraltro evidenziato nella relazione illustrativa non si prospettano particolari istanze di carattere sociale o economico da soddisfare con la presente iniziativa legislativa. Le esigenze prospettate sono tutte di natura giuridica e sono chiaramente motivate dalla necessità di rendere coerente, con i mutamenti del quadro normativo intervenuti a seguito delle recenti modifiche ordinamentali e/o strutturali che hanno interessato l'Amministrazione, la normativa sulla quale, nonostante la sua appartenenza ad una fase di produzione legislativa ormai superata, si basa tuttora l'ordinamento "portante" dell'Amministrazione degli affari esteri.

C. Gli obiettivi, sia quelli generali riguardanti l'intervento nel suo complesso, sia quelli specifici concernenti le singole disposizioni, sono dunque coincidenti con le esigenze prospettate alla lettera b) e la loro realizzazione è prevista o comunque attesa nel breve periodo, fermo restando che gli effetti complessivi dovrebbero manifestarsi - a legislazione vigente - in un arco temporale auspicabilmente di lunga durata.

D. In relazione al verificarsi dei risultati attesi, per quanto riguarda l'impatto diretto o indiretto che tali risultati dovrebbero avere sull'organizzazione del Ministero degli affari esteri e sull'attività, sia pure in termini meramente eventuali, di altre pubbliche amministrazioni si prevede, in conseguenza dell'attualizzazione e della rafforzata coerenza dell'ordinamento stesso, l'ottimizzazione del funzionamento delle strutture organizzative del Ministero degli affari esteri in termini di efficienza ed efficacia dell'azione amministrativa, ai fini del raggiungimento degli obiettivi e delle missioni istituzionali propri di tale Amministrazione.

XIV LEGISLATURA
PROGETTO DI LEGGE - N. 2788

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DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

1. L'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituito dal seguente:

"Art. 2 (Composizione dell'Amministrazione degli affari esteri). 1. L'Amministrazione degli affari esteri è costituita dagli uffici centrali del Ministero degli affari esteri, dalle rappresentanze diplomatiche, dagli uffici consolari e dagli istituti italiani di cultura; da essa dipendono gli istituti scolastici ed educativi all'estero".


Art. 2.

1. All'articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, il sesto comma è sostituito dal seguente:

"Le funzioni di vice capo di gabinetto, di vice capo servizio e di vice direttore dell'Istituto diplomatico sono conferite a funzionari diplomatici di grado non inferiore a consigliere d'ambasciata. Per esigenze di servizio possono essere incaricati di svolgere temporaneamente le funzioni di vice capo servizio e di vice direttore dell'Istituto diplomatico anche consiglieri di legazione".



Art. 3.

1. All'articolo 26 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo comma dopo la lettera e) sono inserite le seguenti:

"e-bis) dei capi servizio;
e-ter) del direttore dell'Istituto diplomatico";

b) il quarto comma è sostituito dal seguente:

"I membri di cui alle lettere b), c), d), e), e-bis) ed e-ter) del primo comma, in caso di assenza o di impedimento, possono essere sostituiti dai rispettivi funzionari vicari. Il Vice Segretario generale partecipa ai lavori del Consiglio di amministrazione quando tratta materie oggetto di delega di funzioni allo stesso conferita dal Segretario generale".



Art. 4.

1. La rubrica del titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituita dalla seguente:

"Titolo II - Rappresentanze diplomatiche, uffici consolari ed istituti italiani di cultura; istituti scolastici ed educativi
all'estero".




Art. 5.

1. All'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il primo comma è sostituito dal seguente:

"Gli uffici all'estero comprendono: le rappresentanze diplomatiche, che si distinguono in Ambasciate e Legazioni, denominate negli articoli seguenti Missioni diplomatiche, e in rappresentanze permanenti presso Enti o Organizzazioni internazionali; gli uffici consolari, che si distinguono in uffici consolari di I e di II categoria; gli istituti italiani di cultura";
b) dopo il quinto comma sono aggiunti i seguenti:

"Gli istituti italiani di cultura sono istituiti e soppressi in base alla specifica normativa che ne disciplina le attività ed il funzionamento. Per quanto in questa non espressamente previsto e regolato si applicano le norme del presente decreto, se compatibili con la natura e le finalità degli istituti stessi.
Gli istituti italiani di cultura dipendono dalle Missioni diplomatiche e dagli uffici consolari secondo quanto stabilito dalla legge".


Art. 6.

1. Dopo l'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, come modificato dall'articolo 5 della presente legge, è inserito il seguente:

"Art. 30-bis (Sezioni distaccate delle rappresentanze diplomatiche). 1. Per particolari esigenze di servizio e di razionalizzazione della rete diplomatico-consolare possono essere istituite, con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sezioni distaccate di rappresentanze diplomatiche in Stati diversi da quello dove queste ultime hanno sede ma compresi nel territorio di loro competenza, ovvero in luogo di rappresentanze diplomatiche già esistenti. Con le stesse modalità si provvede alla loro soppressione.
2. L'incarico di dirigere in loco una sezione distaccata, la quale dipende gerarchicamente e funzionalmente dalla rappresentanza diplomatica competente per territorio, individuata nel decreto di cui al comma 1, è conferito nell'ambito delle dotazioni organiche esistenti ad un funzionario diplomatico di grado non superiore a consigliere di ambasciata, nominato dal Ministro degli affari esteri ed accreditato presso le autorità locali, ai soli fini formali esterni, con funzioni di incaricato d'affari ad interim. Il capo della Missione diplomatica mantiene, in conformità alle norme del diritto internazionale, l'accreditamento come capo Missione anche nello Stato ove viene istituita la sezione distaccata.
3. Il funzionario incaricato della direzione della sezione occupa, in conformità a quanto previsto dall'articolo 101, un posto di organico istituito presso la rappresentanza diplomatica da cui la sezione dipende con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Con le stesse modalità vengono istituiti e soppressi presso la rappresentanza diplomatica, nell'ambito delle risorse disponibili,ˆâ4 posti di organico per altro personale non diplomatico dei ruoli organici dell'Amministrazione degli affari esteri destinato a prestare servizio presso la sezione. L'Amministrazione, nei limiti del contingente di cui all'articolo 152, può autorizzare altresì l'assunzione da parte della rappresentanza diplomatica di impiegati a contratto reclutati nella sede dove è istituita la sezione e a quest'ultima assegnati.
4. Il decreto che istituisce la sezione distaccata determina il numero e la ripartizione dei posti di organico della rappresentanza diplomatica da cui la sezione dipende, da utilizzare per le necessità di funzionamento di quest'ultima. Nel decreto vengono altresì determinati, ai sensi dell'articolo 171, i parametri relativi alla sede dove viene istituita la sezione, ai fini del calcolo del trattamento economico spettante al personale dei ruoli organici destinato a prestarvi servizio. Al funzionario incaricato di dirigere la sezione spetta un assegno di rappresentanza determinato ai sensi e con le modalità del comma 3 dell'articolo 171-bis. Lo stesso decreto dovrà contestualmente indicare le eventuali misure compensative idonee per il conseguimento di corrispondenti risparmi, ai fini dell'invarianza della spesa.
5. La sezione distaccata, nei limiti delle direttive che le vengono impartite dalla Missione diplomatica da cui dipende, assicura le funzioni di cui all'articolo 37. Essa svolge altresì le funzioni consolari di cui all'articolo 39.
6. La sezione può essere ubicata anche all'interno dei locali degli uffici di altri Stati membri o della Commissione europea eventualmente disponibili in loco. La convenzione allo scopo stipulata prevede l'eventuale corresponsione di un canone di locazione ed il rimborso diretto da parte dei predetti Stati membri o da parte della Commissione europea per il funzionamento della sezione.
7. Le altre modalità di funzionamento delle sezioni, le dotazioni e le attrezzature di cui esse devono disporre, sono determinate con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze".



Art. 7.

1. All'articolo 31, secondo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, le parole: "di un ufficio all'estero" sono sostituite dalle seguenti: "delle rappresentanze diplomatiche e degli uffici consolari".



Art. 8.

1. All'articolo 45, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, dopo il primo capoverso: "proteggere gli interessi nazionali e tutelare i cittadini e i loro interessi;" è inserito il seguente:

"assicurare l'esercizio del diritto di voto da parte dei cittadini italiani residenti all'estero;".



Art. 9.

1. La rubrica del capo V del titolo II della parte prima del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituita dalla seguente:


"Capo V - Scuole e istituti educativi
all'estero".



Art. 10.

1. L'articolo 58 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituito dal seguente:

"Art. 58 (Rinvio). 1. Per le scuole e gli altri istituti educativi all'estero si applicano le specifiche disposizioni normative che ne disciplinano l'organizzazione e il funzionamento".



Art. 11.

1. L'articolo 93 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituito dal seguente:

"Art. 93 (Personale dell'Amministrazione degli affari esteri). 1. Il personale dell'Amministrazione degli affari esteri è costituito dalla carriera diplomatica, disciplinata dal proprio ordinamento di settore, dalla dirigenza e dal personale delle aree funzionali così come definiti e disciplinati dalla normativa vigente, nonché dagli impiegati a contratto in servizio presso le rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari e gli istituti italiani di cultura".



Art. 12.

1. All'articolo 101, ultimo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, dopo le parole: "annessa al presente decreto" è aggiunto il seguente periodo: "Al fine di corrispondere alle variabili e contingenti esigenze funzionali e di servizio dell'Amministrazione degli affari esteri, la tabella stessa può essere modificata, per quanto concerne i gradi di consigliere di ambasciata, consigliere di legazione e segretario di legazione, con regolamento da emanare ai sensi dell'articolo 17, comma 4-bis, della legge 23 agosto 1988, n. 400, purché sia assicurata l'invarianza della spesa relativa alle dotazioni dei gradi anzidetti complessivamente considerata".



Art. 13.

1. All'articolo 102 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, dopo il quinto comma è aggiunto il seguente:

"L'Amministrazione può autorizzare i funzionari diplomatici, a domanda, ad assentarsi dal servizio per la durata massima di un anno per seguire, in Italia o all'estero, studi in materie di interesse per l'Amministrazione stessa. Durante tale periodo ai funzionari diplomatici così autorizzati non viene corrisposto alcun trattamento economico. Il predetto periodo viene considerato utile ai fini dell'anzianità di servizio, del collocamento a riposo e del relativo trattamento di quiescenza. Il funzionario è tenuto a versare all'Amministrazione l'importo dei contributi e delle ritenute a suo carico, quali previsti dalla legge, sul trattamento economico spettantegli. Possono essere autorizzati ad assentarsi a tale titolo dal servizio non più di dieci funzionari contemporaneamente".



Art. 14.

1. All'articolo 107 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, la lettera b) del primo comma è sostituita dalla seguente:

"b) abbiano prestato servizio, fatta eccezione per i funzionari indicati nella lettera c), per almeno quattro anni negli uffici all'estero o nelle delegazioni diplomatiche speciali o, previa autorizzazione dell'Amministrazione, in organizzazioni internazionali o presso Stati esteri, di cui almeno due nell'esercizio di funzioni consolari o commerciali per i funzionari non specializzati e nell'esercizio di funzioni della specializzazione per quelli specializzati;".



Art. 15.

1. All'articolo 109 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, la lettera c) del primo comma è sostituita dalla seguente:

"c) abbiano svolto per un periodo complessivo di almeno due anni una o più delle seguenti funzioni: vice direttore generale, vice capo servizio, vice direttore dell'Istituto diplomatico, capo ufficio presso l'Amministrazione centrale o altre Amministrazioni pubbliche, capo di consolato generale, ministro consigliere o primo consigliere presso una rappresentanza diplomatica, capo di rappresentanza diplomatica ai sensi del sesto comma dell'articolo 101. Ai fini del calcolo del biennio, i periodi svolti nelle predette funzioni sono cumulabili fra loro".



Art. 16.

1. All'articolo 109-bis del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, il primo comma è sostituito dal seguente:

"Le nomine al grado di ambasciatore sono effettuate fra i ministri plenipotenziari che abbiano compiuto sei anni di effettivo servizio nel loro grado".



Art. 17.

1. All'articolo 110 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il terzo comma è sostituito dal seguente:

"L'Amministrazione dispone che i trasferimenti, ad eccezione di quelli dei capi di rappresentanza diplomatica, abbiano luogo, salvo particolari esigenze di servizio, nei mesi di giugno, luglio e agosto di ogni anno";

b) il quinto comma è sostituito dal seguente:

"Ai fini dell'applicazione del quarto comma del presente articolo, si considera servizio all'estero anche quello prestato, previa autorizzazione dell'Amministrazione, presso organizzazioni internazionali o Stati esteri".


Art. 18.

1. All'articolo 110-bis, primo comma, primo periodo, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, dopo le parole: "dei posti all'estero che devono essere ricoperti nel corso dello stesso anno" sono aggiunte le seguenti: ", ad eccezione di quelli di capo di rappresentanza diplomatica".



Art. 19.

1. La rubrica del capo II del titolo II della parte seconda del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituita dalla seguente:


"Capo II - Personale dell'area
funzionale C"



Art. 20.

1. L'articolo 114 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è sostituito dal seguente:

"Art. 114 (Funzioni consolari). 1. Per esigenze di servizio, sulle quali il Ministro richiede il parere del Consiglio di amministrazione, al personale dell'area funzionale C, posizioni economiche C3 e C2, possono essere conferite funzioni consolari di direzione di consolato o di vice consolato, ovvero funzioni consolari di collaborazione presso un consolato generale.

2. Il personale dell'area funzionale C, posizione economica C1, può essere destinato ad occupare posti di agente consolare".



Art. 21.

1. Dopo l'articolo 144 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è inserito il seguente:

"Art. 144-bis. (Indennità per le lingue estere di difficile apprendimento). 1. Al personale della carriera diplomatica di grado non superiore a consigliere di ambasciata, a quello dirigenziale di seconda fascia e a quello appartenente alle aree funzionali dell'Amministrazione degli affari esteri di cui al comma 1 dell'articolo 93, quando sono in servizio all'estero, è concessa una indennità mensile non pensionabile per la conoscenza di lingue estere di difficile apprendimento che siano di rilevante interesse per il servizio, fino ad un massimo di due lingue con esclusione di quelle, anche facoltative, nelle quali il personale stesso abbia conseguito l'idoneità nel concorso di ammissione. Le lingue per cui è concessa l'indennità sono stabilite con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze.
2. L'indennità è concessa:

a) nella misura di un settimo, un nono e un dodicesimo dello stipendio tabellare mensile lordo di segretario di legazione, rispettivamente per il personale diplomatico e per il personale dirigenziale, per il personale dell'area funzionale C, per il personale delle aree funzionli B e A, che abbia ottima conoscenza delle lingue;

b) nella misura pari alla metà dell'indennità di cui alla lettera a) nel caso di buona conoscenza delle lingue.

3. Le misure di cui al comma 2 sono raddoppiate nel periodo in cui il dipendente presta servizio nel Paese nel quale si parla la lingua in questione.
4. Il grado di ottima e buona conoscenza delle lingue è accertato in relazione alla categoria di appartenenza con apposite prove previste dal decreto di cui al comma 1. L'accertamento deve essere ripetuto ogni cinque anni, con esito positivo. Qualora per ragioni di servizio o per la distanza della sede del personale, l'accertamento stesso abbia luogo oltre la scadenza del quinquennio e sempre che dia esito positivo, la indennità è ripristinata dal giorno immediatamente successivo alla scadenza del quinquennio stesso.
5. Per il personale che presta servizio in Italia appartenente ai gradi, alle qualifiche e alle aree funzionali indicati nel comma 1 si provvede all'attribuzione dei benefìci di cui al presente articolo, attraverso i procedimenti negoziali di settore previsti dalla normativa vigente".



Art. 22.

1. All'articolo 152 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, e successive modificazioni, il primo comma è sostituito dal seguente:

"Le rappresentanze diplomatiche, gli uffici consolari di prima categoria e gli istituti italiani di cultura possono assumere personale a contratto per le proprie esigenze di servizio, previa autorizzazione dell'Amministrazione centrale, nel limite di un contingente complessivo pari a 2.277 unità. Gli impiegati a contratto svolgono le mansioni previste nei contratti individuali, tenuto conto dell'organizzazione del lavoro esistente negli uffici all'estero".


Art. 23.

1. All'articolo 180 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il primo comma è sostituito dal seguente:

"Il personale in servizio all'estero conserva, durante il congedo ordinario di cui all'articolo 143 ed in corrispondenza dei giorni maturati a tale titolo dopo l'assunzione in servizio all'estero, l'indennità personale";

b) il quarto comma è abrogato.



Art. 24.

1. Dopo l'articolo 211 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, è inserito il seguente:

"Art. 211-bis. (Ricognizione di beni demaniali e relativi criteri di gestione). 1. Nell'ambito degli ordinari piani operativi delle attività di controllo e di ricognizione di cui al regolamento emanato sulla base dell'allegato 1, numero 6, della legge 15 marzo 1997, n. 59, il direttore dell'Agenzia del demanio dispone uno specifico intervento di verifica, d'intesa con i dirigenti dei competenti uffici delle Amministrazioni istituzionalmente tenute alla cura di interessi di rilievo internazionale, delle esigenze di consistenze immobiliari da concedere in uso ad enti o associazioni per lo svolgimento di attività di rappresentanza e culturali connesse al perseguimento dei predetti fini istituzionali, e per la prestazione di servizi sociali al personale dipendente che rientrino nelle medesime finalità funzionali, al fine di ridefinire le condizioni, anche economiche, del titolo del predetto uso in conformità ai parametri di cui all'articolo 1, comma 1, della legge 11 luglio 1986, n. 390, e successive modificazioni. Nella ridefinizione del predetto titolo si provvede altresì a determinare le condizioni occorrenti per assicurare il vincolo di autosufficienza della gestione delle consistenze concesse in uso".



Art. 25.

1. La tabella A di cui all'articolo 171, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, come sostituita dalla tabella A allegata al decreto legislativo 27 febbraio 1998, n. 62, è sostituita dalla tabella A allegata alla presente legge.



Art. 26.

1. All'articolo 17, comma 8, del decreto legislativo 24 marzo 2000, n. 85, le parole: "Nei primi sei anni successivi" sono sostituite dalle seguenti: "Nei primi dieci anni successivi".


Art. 27.

1. Sono abrogate le seguenti disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18:

a) parte prima: articolo 4; capo VI del titolo II;

b) parte seconda: capi III, IV e V del titolo II; titolo III; titolo V.



Art. 28.

1. All'onere derivante dall'attuazione degli articoli 21, 24 e 25, valutato in euro 748.432,00 annui a decorrere dal 2002, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2002-2004, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente "Fondo speciale" dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2002, allo scopo parzialmente utilizzando l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri.
2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.




Tabella A


(v. articolo 25)



"TABELLA A


(v. articolo 171, comma 2)

INDENNITA' BASE RELATIVE AI POSTI FUNZIONE PREVISTI NEGLI UFFICI ALL'ESTERO PER IL PERSONALE DEI RUOLI DEL MINISTERO
DEGLI AFFARI ESTERI.



QUADRO A

Posto funzione Indennità base
mensile lorda

Capo di rappresentanza diplomatica (Ambasciata) 1.888,68

Capo di rappresentanza diplomatica (Legazione) 1.817,41

Ministro presso rappresentanza diplomatica 1.534,91

Capo di consolato generale di prima classe 1.446,08

Ministro consigliere presso rappresentanza diplomatica 1.399,60

Capo di consolato generale 1.378,94

Primo consigliere o console aggiunto presso consolato generale di prima classe 1.262,74

Consigliere o console presso consolato generale di prima classe 1.163,06

Capo di consolato di prima classe (1) 1.163,06

Capo di consolato 983,33

Primo segretario o console presso consolato generale o console aggiunto presso consolato generale di prima classe 963,19

Capo di vice consolato 929,62

Secondo segretario o vice console 929,62

Capo di agenzia consolare 921,88

(1) Limitatamente a venti consolati da determinare con decreto del Ministro degli affari esteri, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze.


QUADRO B


... (omissis) ...



QUADRO C


... (omissis) ...


... (omissis) ...

(*) Da attribuire soltanto al personale che abbia maturato un'anzianità nei ruoli del Ministero degli affari esteri di almeno 20 anni.



QUADRO D


(PERSONALE DELL'AREA DELLA PROMOZIONE CULTURALE DEI RUOLI
DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI)


... (omissis) ...

(*) Con le funzioni di cui all'articolo 3, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 agosto 2000, n. 368.


IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 13/06/02

Cultura italiana all'estero: Baccini convoca la commissione

Roma, 13 giu. (Adnkronos) - Nomine dei direttori degli Istituti Italiani di Cultura all'estero; esame dei progetti presentati per l'anno tematico della Moda e del Design; eventi culturali organizzati in occasione della riunione di Milano del BID (Banca Interamericana per lo Sviluppo); proposta di dedicare l'anno tematico 2003 alle culture regionali: dalla tradizione all'innovazione.
Sono questi alcuni dei temi messi all'ordine del giorno della riunione della Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana all'estero convocata per domani dal sottosegretario agli Affari Esteri Mario Baccini.
La Commissione, presieduta dallo stesso on. Baccini, si riunirà il 14 ed il 24 giugno presso la Farnesina.


IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 13/06/02

IL PROGETTO DEL MAE PREVEDE LA DIFFUSIONE DEL "SAPERE ITALIANO" NEL MONDO
Il Ministero degli Esteri scommette sulla cultura


(9colonne) ROMA - L'Italia è sempre stata una sorgente inesauribile di Cultura e di Sapere, dove il mondo ha potuto rigenerarsi. Il patrimonio culturale del nostro paese deve essere messo al servizio delle altre nazioni per riuscire a creare un dialogo equo tra le differenti culture, che abitano il mondo. Il Ministero degli Affari Esteri ha deciso di incaricarsi della diffusione del "sentire italiano" all'estero. A tale scopo ha rinforzato la sua capillare rete di punti di diffusione: le Ambasciate e i Consolati sono presenti in 128 Paesi, 93 Istituti di Cultura in 61 Paesi, 1300 docenti presso 289 scuole italiane all'estero, 257 lettori di italiano presso le Università di 81 paesi, 24 addetti scientifici presso le nostre Ambasciate e 145 Missioni archeologiche in 50 Paesi. Tutti questi strumenti permettono di trasmettere nei diversi la paesi la vitalità della nostra cultura: vengono organizzate oltre 5000 manifestazioni culturali (mostre, eventi, concerti, rassegne cinematografiche o fo- tografiche…) l'anno, oltre 100.000 studenti studiano la lingua di Dante in ogni angolo del Mondo e numerosi studiosi italiani danno il loro fondamentale contributo all'evoluzione del Sapere Universale. Gli Istituti di Cultura sono un supporto all'attività svolta dalle Ambasciate e dai Consolati, con strumenti più idonei per promuovere l'Italia come centro di irradiazione del patrimonio intellettuale mondiale. Oltre ad organizzare eventi culturali gli Istituti offrono: l'opportunità, a coloro che lo desiderano, di conoscere la lingua e la cultura italiana attraverso l'organizzazione di corsi, la gestione di biblioteche e la distribuzione di materiale editoriale; creano i contatti ed i presupposti per agevolare l'integrazione di operatori italiani nei processi di scambio e di produzione culturale a livello internazionale; forniscono informazioni e supporto logistico ad operatori culturale pubblici e privati, sia italiani che stranieri e per concludere sostengono le iniziative che favoriscono il dialogo interculturale fondato sui principi di democrazia e solidarietà internazionale. Le 289 scuole Italiane sparse nel mondo sono uno strumento fondamentale sia per mantenere viva la formazione che la scuola italiana garantisce che per assicurare una continuità di studi ai figli dei nostri emigrati all'estero. I 257 lettori di Italiano, impegnati presso le cattedre di italianistica di numerose Università straniere, svolgono una importante funzione di sostegno alle attività didattiche e di ricerca nel settore degli studi letterari e linguistici. Gli addetti scientifici, promuovendo lo sviluppo di progetti e la cooperazione nella ricerca scientifica, mirano a valorizzare il contributo italiano al progresso scientifico internazionale, facendo emergere l'immagine più avanzata e dinamica del nostro paese con positive implicazioni anche economiche e commerciali. Le missioni archeologiche sono frutto di una vasta collaborazione tra il Ministero e altri Enti o Istituti di Ricerca (Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, CNR, i dipartimenti archeologici delle Università e l'Istituto Centrale di Restauro), al fine di promuovere utili sinergie per la valorizzazione e la salvaguardia del Patrimonio Comune dell'Umanità.


IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 13/06/02

LETTERATURA, TEATRO, CINEMA E TELEVISIONE LE CATEGORIE PROTAGONISTE
Alla Farnesina consegnati i premi Flaiano


(9colonne) ROMA - Martedì 11 giugno si è svolta la conferenza stampa di presentazione della 29a edizione dei Premi internazionali Flaiano di letteratura, teatro, cinema, televisione e del convegno in- ternazionale "Il cinema italiano nel mondo". Presso la Sala delle Conferenze internazionali del Ministero degli Affari Esteri si è svolta una conferenza in cui sono stati resi pubblici i vincitori dei quattro premi internazionali di italianistica che sono stati introdotti nel Premio Flaiano grazie all'intervento del Ministero del Affari esteri e grazie alla partecipazione dei 93 Istituti di Cultura. I vincitori dei premi sono: la francese Daniela Amsallem, con il libro "Au miroir de son oeuvre: Primo Levi, le Témoin, l'écrivain, le chimiste (lo specchio della sua opera: Primo Levi, il testimone, lo scrittore, il chimico); L'austriaco Peter Kuon, con "l'opera Korperlinchkeit und medialitat in werk Pier Paolo Pasolinis" (Corporalità e medialità nell'opera di Pier Paolo Pasolini); Lo Scozzese Eanna O'Ceal- lachain, con il lavoro "Eugenio Montale: the Poetry of the latest Years" (Eugenio Montale: la poesia degli ultimi anni) e la Polacca Joanna Ugniewska, con l'antologia "Historia literatury wloskiej XX wieku" (Storia della letteratura italiana del XX secolo). La cerimonia è stata presentata dal Sottosegratario agli Esteri Mario Baccini che ha sottolineato l'importanza dell'evento con queste parole : "Il premio Flaiano è una delle principali testimonianze di come un evento nato in una piccola città di provincia, come Pescara, possa diventare una manifestazione di diffusione culturale nazionale e inseguito trasformarsi in un richiamo internazionale per il "L'inteligentia" mondiale. Sono molto contento che il Ministero degli esteri abbia apportato un notevole contributo a questa evoluzione del Premio Flaiano". L'Ambasciatore Francesco Aloisi de Larderel, Direttore generale per la promozione e cooperazione culturale ha ricordato il lavoro effettuato dai 93 Istituti di Cultura per la creazione dei premi internazionali di Italianistica e per la creazione di un premio destinato al miglior promotore del Cinema Italiano. In conclusione l'Ambasciatore ha dato appuntamento a tutti Pescara per il Convegno Internazionale "Il cinema italiano nel mondo" (11/12/13 luglio), Edoardo Tiboni, Presidente dei Premi Internazionali Flaiano, ha ringraziato il Ministero degli Esteri con queste parole: "Grazie al vostro contributo il Premio Flaiano, nato nel 1974 dopo la morte prematura di Flaiano, si è trasfomrato in un evento culturale a scala internazionale". Hanno partecipato a questa conferenza i presidenti delle giuria: Dacia Maraini ( letteratura), Giorgio Albertazzi (teatro), Ugo Gregoretti (televisione), e i componenti delle giurie stesse e altre personalità del mondo dello spettacolo e della cultura legate ai Premi Flaiano.


IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia del 13/06/02

STORIA DELLE ORIGINI, PASSANDO DAI CENTRI STORICI, DELL'EMILIA-ROMAGNA
Un sito per la promozione culturale all'estero


(9colonne) BOLOGNA - Buone notizie per gli emigrati emiliano-romagnoli che da anni non tornano più nella terra di origine, ignorandone storia e cultura. Il sito "Emilia-Romagna Cultura d'Europa" - www.culturadeuropa.it - realizzato a sostegno della promozione del sistema culturale dell'Emilia-Romagna all'estero, che ripropone in cinque lingue, più una versione per persone disabili, i contenuti aggiornati della collana Emilia-Romagna Cultura d'Europa, è attivo da alcuni giorni in internet. Si tratta di un panorama della cultura regionale a partire dalla storia delle origini, passando dai centri storici, fino alle principali istituzioni attive in campo culturale. "Il sito - ha commentato la vicepresidente e assessore alla cultura Vera Negri Zamagni - è la sintesi coerente della politica regionale in ambito culturale, tesa alla salvaguardia e alla valorizzazione del ricco patrimonio dell' Emilia-Romagna. Particolare attenzione è stata data al fruitore, che ha l'opportunità di una conoscenza puntuale e suggestiva al medesimo tempo, senza escludere chi è affetto da handicap, che può trovare nel sito un accesso facilitato, in base alle leggi europee in materia". Nel sito si trova, oltre ai servizi forniti, una versione video "La cultura dell'Emilia-Romagna-Un dizionario di immagini", accompagnata da un testo esplicativo, che ripercorre attraverso i protagonisti della pittura e del cinema alcuni scorci visivi significativi che hanno caratterizzato nel corso del tempo la cultura regionale. E' inoltre presente, nel bottone "in scena", una banca dati per gli addetti ai lavori, con una serie di schede dettagliate sulla programmazione degli eventi destinati all'estero e prodotti da Enti e Istituzioni pubbliche e private che fanno capo al "Forum regionale per le attività promozionali all'estero", che riunisce chi sul territorio regionale produce ed esporta cultura. Tali enti, poi, attraverso il data-base potranno auto-aggiornare la programmazione delle proprie attività all'estero. Questi dati sono affiancati dalla programmazione degli spettacoli dell'Emilia-Romagna a cura dell'Ater, con il link al sito Cartellone, dove sono inserite le informazioni dettagliate sulle strutture di produzione dei Teatri di Prosa e dei Ragazzi, che consentiranno a chi consulterà il database delle attività all'estero di avere una sorta di carta d'identità delle compagnie. Nel sito è anche presente una sezione dedicata agli eventi speciali che l'Assessorato alla Cultura promuove e realizza all'estero in collaborazione con gli altri settori della Regione e altre Istituzioni interessate. Non mancano i link ai vari Enti ed Istituzioni di settore, quali quello degli Istituti Italiani di Cultura all'estero e il sito del Ministero degli Affari esteri.


IIC Berlino - Agenzia del 13/06/02

Berlino e la "Piazza" con la cultura italiana

(9colonne) BERLINO - La piazza è il cuore della città italiana, è luogo d’incontri e di cultura. A giugno, anche Berlino ha la sua "piazza italiana": è partito il primo 1 giugno, fino al 23, infatti, avrà luogo il "Festival di cultura e di stile di vita italiana" che trasformerà la capitale tedesca in un’unica grande piazza italiana. Per tre settimane l’Istituto italiano di cultura ha organizzato un ampio e ricco programma che prevede varie manifestazioni e spettacoli. E ce n’è per tutti i gusti: politici, scienziati, economisti e giornalisti interverranno in diversi forum di discussione sui vari aspetti della piazza italiana e della sua importanza socio-economica in passato e nel presente. Ogni sera è prevista per i cinefili la proiezione di film, con i successi del cinema italiano come Pane e tulipani (14/6) o Fuori dal mondo (21/6.). Gli amanti del teatro italiano potranno ammirare pezzi di Goldoni e Viviani. Ma il programma non si esaurisce qui: saranno inoltre presenti sei autori italiani, tra cui il bolognese Stefano Benni che leggerà pagine di Carlo Emilio Gadda. Altro punto forte dell’iniziativa è sicuramente il calendario di concerti, tra i quali spicca quello di Vinicio Capossela (9.6.). Il cantante, nato a Hannover in Germania e cresciuto in Emilia-Romagna è considerato oggi uno dei cantautori più importanti in Italia. Con il suo concerto sull’isola dei musei (Museumsinsel), nel cuore della città di Berlino, Capossela presenterà al pubblico tedesco il suo ultimo album Canzoni a manovella, e lo affascinerà con le sue composizioni originali. Ma cosa sarebbe un festival di cultura italiana senza la cucina italiana!


Agenzia del 13/06/02

SI E' SVOLTO NELLA CAPITALE TEDESCA L'INCONTRO DELLE COMUNITA' REGIONALI

Veneti a Berlino: per l'Europa del futuro

(9colonne) BERLINO - Ottanta delegati di associazioni e circoli di 14 paesi, oltre all’Italia, rappresentata a tutti i livelli istituzionali, dai Comuni al Parlamento. Sono questi i protagonisti della Conferenza dei Veneti d´Europa, svoltasi a Berlino, capitale tedesca ma anche città simbolo prima di una riunificazione storica e oggi di un processo di allargamento a est della Comunità europea. Gli inni nazionali tedesco e quello italiano, quest’ultimo cantato con grande partecipazione dai presenti, hanno introdotto la cerimonia d´inaugurazione, coordinata da Egidio Pistore, responsabile del servizio regionale dei Veneti nel mondo, che, nel dare il benvenuto alle delegazioni, ne ha elencato i Paesi di provenienza: Germania, Austria, Francia, Inghilterra, Danimarca, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Svizzera, Grecia, Polonia, Slovenia, Croazia, Romania. Le comunità venete come Dna per un'Europa non solo economica, ma sociale e politica: è la tesi della "Conferenza dei veneti d'Europa", che si è svolta a Berlino con la partecipazione dei delegati dei circoli veneti appartenenti ai diversi paesi europei. Per l'assessore veneto alle Politiche dei flussi migratori, Raffaele Zanon, promotore dell'iniziativa, "individuare le nuove identità del Veneto nell'epoca della globalizzazione significa valorizzare le comunità venete emigrate: questo il nostro contributo originale alla costruzione dell'Europa del futuro". Berlino, ha detto, è stata scelta come luogo della Conferenza d'area proprio perché simbolo di unificazione, ma non di uniformazione, delle diverse culture. Intervenendo alla prima delle tavole rotonde in programma, Ulderico Bernardi dell'Università di Venezia, ha invece sottolineato "la funzione straordinaria che le associazioni italiane e venete all'estero, adeguatamente sostenute, possono svolgere nella trasmissione di contenuti culturali irrinunciabili". "Se l'Europa si costruisce come Europa delle culture - ha detto Bernardi, autore di "Addio patria", libro sull'emigrazione del nord-est - è a queste culture primarie che bisogna tornare". Da Vera Slepoj, dell'Authority del terzo settore, è venuto l'invito "affinché l'Europa intesa come federazione di Stati presti molta attenzione al sociale e alle specificità culturali al servizio di un progetto comune, oltre che alla visione economico-finanziaria". Il presidente del Consiglio regionale del Veneto Enrico Cavaliere, coordinando il dibattito, ha poi ricordato che tipica dell'impresa veneta è "la capacità di creare legami e di mantenere il rapporto tra la produttività e le relazioni sociali". "Il Veneto - ha spiegato Gustavo Selva, presidente della Commissione Esteri della Camera - ha dimostrato la sua globalizzazione con il lavoro che ha prodotto benessere in tante parti del mondo. Oggi che è terra di immigrazione, rappresenta il modello al quale l'Italia può guardare nel processo di integrazione europea". Per il direttore delle Risorse umane del gruppo Electrolux Zanussi, Maurizio Castro, "il successo nella competizione multinazionale globalizzata si consegue solo esprimendo fino in fondo l'identità, nello specifico l'identità veneta". "Anche se il termine non è dei più felici, io sono molto più "glocal" che "local" - ha detto da parte sua il presidente degli Industriali del Veneto Luigi Rossi Luciani - laddove glocal significa successo nella globalizzazione attraverso la valorizzazione e la razionalizzazione delle caratteristiche del territorio". "Se dovranno essere fatte delle scelte in termini di delocalizzazione, di iniziative strategiche nella nuova Europa - ha concluso Zanon - questo deve essere fatto con scelte che sottintendono l'ampio confronto delle parti sociali, delle categorie, del mondo dell'economia e della politica, ma senza dimenticare le comunità come quella dei veneti nel mondo".


Data inserimento in rete: giovedì, giugno 13, 2002
- Agenzia del 04/06/02

«NON HO NULLA CONTRO BERLUSCONI, OMOLOGO IL MIO RUOLO A QUELLO DI BONAIUTI»
«Diventerò ambasciatore della cultura»
Il critico: non mi dimetto, piuttosto aspetto che se ne vada lui

La Stampa, 13 giugno 2002
La sinistra la applaude, il governo nicchia, nessuno grida alla solita provocazione di Sgarbi: che succede? Per una volta lei non fa scandalo?
«Per una volta ho giocato in contropiede. L´ho fatto apposta di rimettere le deleghe proprio oggi, perché Urbani aveva insistito per la data epocale. Aveva detto che entro l´11 giugno bisognava chiarire tutto...»
Una data vale l´altra, o no?
«No. Urbani aveva consigliato a Berlusconi di fare una grande Assise nella quale tutto il governo sarebbe stato giudicato: tu hai fatto bene, tu no. Immaginava di potermi sconfessare pubblicamente. E invece la data gli è rimasta appesa. E si è trovato incastrato con il mio gesto».
Difficile trovare due personaggi più diversi come lei e Urbani, ma perché la coinvivenza era diventata impossibile?
«Come direbbe Borges, le mie deleghe da sottosegretario erano "finzioni". L´impegno preso con Berlusconi e Letta era diverso, ma Urbani ha fatto il gioco delle tre tavolette. Basta vedere come sono andate le cose nei settori di cui, teoricamente, avrei dovuto esercitare le deleghe: Consiglio nazionale, Biennale. La logica era questa: tu Sgarbi proponi e poi, io ministro, decido. In sostanza gli ho restituito il niente che Urbani mi aveva dato. Quelle deleghe erano un bluff».
Non è un po´ caricaturale questa immagine di Urbani?
«Urbani? Un uomo intelligente, simpatico, sottile. E in queste ore ha avuto anche una buona idea».
Come una buona idea? Il ministro non è il suo «aguzzino»?
«Due sere fa gli ho annunciato che gli avrei scritto la lettera con la restituzione delle deleghe e lui mi ha raccontato l´idea sulla quale stava lavorando da tempo: trasformarmi in un ambasciatore della cultura con delega piena per la divulgazione per conto del ministero. Rappresenterò mostre, restauri, gli aspetti positivi di questo Paese. Soprattutto in tv».
Ci lavorava da tempo e non le aveva detto nulla?
«No, non mi aveva anticipato nulla, ma mi ha detto di averne già parlato con Mediaset, con la Rai, con la Mondadori, con Berlusconi...».
E a lei l´idea piace?
«Sì che mi piace. Pensi che dieci anni fa, il direttore di RaiTre Guglielmi mi chiamò e mi disse: perché non facciamo un programma nel quale tu parli di concerti, mostre, eventi culturali? Lo sa come si sarebbe dovuto chiamare quel programma?».
Come?
«Forza Italia! Che ovviamente non esisteva ancora e nessuno pensava che sarebbe nato un partito con quel nome».
Sgarbi, ma alla fine il bluff sono le sue dimissioni? Lei si dimette o no da sottosegretario?
«Io non mi dimetterò mai da sottosegretario. Io non sono in polemica con Berlusconi e neppure con il governo. Ho soltanto voluto omologare il mio ruolo a quello di Paolo Bonaiuti, sottosegretario "aereo" che esiste anche senza delega. D´altra parte quella è la mia forza, non le deleghe ma la mia parola, il mio essere Sgarbi. Semmai chi si dovrà dimettere è Urbani...».
Neanche sulla tutela del patrimonio pubblico siete d´accordo con quello che resta il suo ministro...
«Dopo una riunione che ho avuto due giorni fa con le associazioni come Italia Nostra, la Lega ambiente e diverse altre, ho presentato un emendamento al decreto Tremonti per l´alienazione dei beni. In quel decreto è scritto che l´alienazione avviene "d´intesa con il ministro". Dico io: d´intesa si può vendere tutto, anche il Colosseo».
Non arriverà a dire che il ministro per i Beni culturali è d´accordo nel vendere il Colosseo...
«Urbani mi dice: "Ma tu lo sai che il Colosseo non si venderà mai"».
E lei?
«E io gli ho risposto: forse non lo vendi tu, ma un altro lo fa, se il decreto non lo vieta esplicitamente».
Su questo la sinistra applaude: compiaciuto?
«Ci sono valori che non sono né di destra né di sinistra».


Molte reazioni politiche. E i Ds lanciano la campagna per la cultura

Il Mattino online, 13 giugno 2002
Sollievo. Ironia. Qualche battuta. Ma anche solidarietà. E molti atti d’accusa contro la strategia culturale del governo Berlusconi. Le reazioni politiche al gesto di Sgarbi montano subito, come un fiume in piena, proprio nel giorno della presentazione nella sede Ds della campagna di mobilitazione per la cultura, in polemica aperta contro il decreto Tremonti per l’alienazione dei beni dello Stato, con la discussa manovra su patrimonio e infrastrutture vista, da molti rappresentanti dell’opposizione, come una «svendita» del Bel Paese per far quadrare i conti, «battendo così cassa».
Piero Fassino, leader dei Ds, stigmatizza il fatto che le dimissioni «non si danno a metà» e invita Sgarbi a compiere il passo finale, anche se vede nel suo gesto e nelle parole che lo hanno motivato «un atto di accusa contro Urbani, Tremonti e il governo». Quello che non è chiaro, sottolinea Fassino, «è perchè se Sgarbi è così drastico, severo e duro nel giudicare l'azione del suo governo abbia deciso di restituire le deleghe e non di dimettersi da sottosegretario». Incalza Giovanna Melandri: «Nel giorno in cui Vittorio Sgarbi rimette al ministro Urbani le sue deleghe abbiamo capito chi è il vero e unico ministro dei Beni culturali del nostro paese: si chiama Giulio Tremonti, che sta disponendo della più grande ricchezza che il nostro paese possiede per tappare buchi di bilancio, ipotecando un patrimonio che andrebbe tutelato e non svenduto». In quest’anno, aggiunge l’ex ministro Ds ai Beni culturali, «Sgarbi ha fatto di tutto per gettare discredito sul ministero. Ora ha avuto una posizione che condividevo, l'unica in un anno, si è fatto portavoce dell'associazione di tutela. Ma in questo anno abbiamo assistito ad un imbarazzante conflitto permanente tra ministro e sottosegretario su indirizzi e scelte».
Anche i Verdi, la Uil ed il Wwf apprezzano l'iniziativa di Sgarbi, e gli esprimono solidarietà soprattutto rispetto alla legge Tremonti, «perchè - spiegano - il patrimonio pubblico, archeologico, architettonico, ambientale, storico-artistico va salvaguardato e non svenduto». Il commento di Enzo Carra, responsabile cultura della Margherita, è invece ironico: «Non ci posso credere, è già cominciato il rimpasto del dopo-elezioni?», dice. Quanto al domani, per Carra, una continuità di collaborazione di Sgarbi al Collegio Romano rischia di essere «ancora peggio dell'esperienza passata», ma, aggiunge, «forse Sgarbi, intelligentemente, prenderà altre strade». Soddisfatto il deputato della Margherita Roberto Giachetti: «Finalmente Urbani ha dato il cartellino rosso a Sgarbi, firmando in fretta e furia il decreto di revoca delle deleghe», afferma. Il pericolo ora, azzarda Giachetti, è che «la pasticciata soap opera si risolva con un premio di consolazione di lusso: l'ingresso dell'irrequieto Sgarbi da un'altra porta, magari quella di ”Casa Rai”».
Intanto, per una settimana, è mobilitazione collettiva contro quello che è stato definito «l’annus horribilis» della politica culturale del governo, con un filone di iniziative promosse da Ds e associazioni come Italia Nostra e Fai.




Il sottosegretario ai Beni culturali rimette le deleghe e critica i «metodi» del ministro Urbani che replica: «Resta a disposizione del governo, poi si vedrà»
Sgarbi s’infuria: «Vogliono vendere il patrimonio artistico»

«Alienazione dei beni d'intesa col ministero? Ma sanno che così perderemo i nostri tesori»

Il Piccolo, 13 giugno 2002
ROMA - Questa volta non si spreca in chiacchere Vittorio Sgarbi e con una lettera di tre righe rimette le sue deleghe nelle mani del ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani. La lettera è arrivata ieri sulla scrivania del ministro. I rapporti tra i due non sono mai stati idilliaci, ma questa volta il sottosegretario Sgarbi ha deciso di fare sul serio e di rompere. «Gentile ministro - è scritto nel testo - non potendo condividere metodi e destino di questo ministero, metto a tua disposizione tutte le deleghe. Cordiali saluti».
L'ultima polemica scoppiata tra i due, ma che in realtà coinvolge tutto l'esecutivo, è sulla neonata società Patrimonio spa, dove dovrebbero confluire tutti i beni dello Stato. Per finire, poi, sul mercato. Quali non si sa. E molto dipende dalle necessità di cassa, visto che la società è inserita a tutti gli effetti nel decreto salva-deficit voluto dal ministro Tremonti. «Resterò al ministero - spiega Sgarbi - ma ho rimesso le deleghe perché era finzioni, come direbbe Borges... in sostanza gli ho restituito il niente che mi avevano dato».
La classica goccia per Sgarbi è stata quella dell'emendamento al decreto Tremonti. Spiega Sgarbi: «Per l'alienazione dei beni nel decreto si legge l'espressione ”d'intesa col ministero”: ma d'intesa si può fare tutto, anche vendere il Colosseo. Urbani mi dice: ”ma tu lo sai che il Colosseo non si vende”. Io gli rispondo: forse non lo vendi tu, ma un altro magari lo fa se il decreto non lo impedisce esplicitamente».
La posizione del sottosegretario è netta ed è tale proprio mentre al Senato è in discussione il decreto, che va approvato entro il 16 giugno: «Non svenderemo il patrimonio italiano, i beni artistici e culturali sono inalienabili», ha ripetuto Sgarbi. «Presenterò un emendamento di modifica al testo di legge per specificare, ad esempio, che gli Uffizi e il Colosseo non si possono vendere... Il ministro Urbani è convinto che sia tutto normale e esplicito. Ma, per le persone di buon senso e di giudizio lo mettiamo per iscritto nella legge. E così evitiamo fraintendimenti».
La lettera di Vittorio Sgarbi non cambierà molto, non almeno nell'immediato. È un gesto di rottura e di dissenso quello che Sgarbi ha voluto compiere, un prendere le distanze da una gestione, che non condivide. Sgarbi resterà come collaboratore diretto del ministro in attesa di nuove determinazioni governative e di «un possibile e importante incarico scientifico», ha precisato il ministro dei Beni culturali con una nota.
Urbani intanto ha emesso un formale decreto di revoca delle funzioni affidate a Sgarbi, il quale resta così «a disposizione del governo nella veste esclusiva di diretto collaboratore del ministro». A meno che non sia il presidente del Consiglio a revocare l'incarico. Ipotesi lontanissima. Sgarbi non si sente affatto minacciato e alla sua poltrona di sottosegretario non ha nessuna intenzione di rinunciare. Il mio incarico «è eterno, almeno fino a quando l'attuale governo resterà in carica», ha detto. «Non obbedisco e non accetto ordini di squadra. I rapporti con Urbani? Continuiamo a convivere».


Oriana Fallaci denunciata per razzismo
Esposto in Tribunale contro la scrittrice e giornalista. Un gruppo antirazzista la cita davanti ai giudici per aver "fomentato l'odio razziale". E chiede il ritiro di La Rage e l'Orgueil.


Il Nuovo/News ITALIA PRESS, 12 giugno 2002
PARIGI - Un gruppo antirazzista francese ha denunciato la scrittrice e giornalista Oriana Fallaci davanti al Tribunale di Parigi, accusata di ''fomentare l'odio razziale'' nei confronti dei musulmani.
A promuovere la causa giudiziaria contro l'autrice italiana, che da dodici anni vive autoreclusa nella sua casa di New York, è stato il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia fra i popoli (Mrap), che ha chiesto alla magistratura parigina il ritiro dalle librerie di ''La Rage e l'Orgueil'' (La Rabbia e l'Orgoglio), il nuovo libro della Fallaci uscito in traduzione francese lo scorso 23 maggio.
Sommerso dalle polemiche, il pamphlet nato sull'onda emotiva degli attentati terroristici dell'11 settembre negli Stati Uniti, ha venduto in Francia in sole due settimane quasi 100mila copie, mentre in Italia (dove è apparso a metà dicembre) veleggia verso il milione di copie. Il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia fra i popoli ha presentato un ricorso per direttissima contro Oriana Fallaci e la causa dovrebbe essere discussa dal Tribunale di Parigi entro pochi giorni.
''E' un libro razzista, che concorre in maniera intollerabile a oltraggiare l'Islam con la scusa di attaccare l'integralismo islamico'', si legge in un comunicato del gruppo antirazzista francese. La querela per istigazione all'odio razziale è rivolta anche contro la casa editrice Plon che ha pubblicato la traduzione di ''La Rabbia e l'Orgoglio'', dopo che due noti editori si sono rifiutati di stamparlo. Frattanto anche le comunità islamiche francesi minacciano di ricorrere alle vie giudiziarie contro la Fallaci. ''Siamo di fronte a un libro provocatorio verso l'Islam, scritto da un'autrice che ha sempre coltivato la provocazione. La signora Fallaci è degna dello stesso fanatismo che lei pretende di enunciare'', ha commentato Dalil Boubakeur, rettore della Moschea di Parigi. Sabato scorso, dalle colonne del ''Corriere della Sera'', la Fallaci ha risposto alle critiche mosse contro di lei dai più importanti intellettuali francesi di sinistra, tra cui il filosofo Bernard-Henry Levy. ''Non contate nulla, il popolo mi ama e mi legge'', ha risposto la scrittrice. Il Nuovo/News ITALIA PRESS


AISE - Agenzie del 12/06/02

COMMISSIONE EUROPA-NORD AFRICA CGIE/ DOCUMENTAZIONE/ L’INTERVENTO DELL’AMBASCIATORE D'ITALIA A STOCCOLMA GIULIO CESARE VINCI GIGLIUCCI

STOCCOLMA\ aise\ - Qui di seguito si riporta l’intervento dell’Ambasciatore d’Italia a Stoccolma, Giulio Cesare Vinci Gigliucci, tenutosi durante la riunione della Commissione Continentale per l’Europa e il Nord Africa del CGIE, che si è svolta a Stoccolma il 6 e il 7 giugno.
"Stoccolma si è messa l'abito da festa per accogliervi per questa Riunione periodica della Commissione Continentale per l'Europa e il Nord Africa del Consiglio Generale per gli Italiani all'Estero. Ed io mi unisco volentieri alle celebrazioni per il 750° anniversario della città e a questo splendido inizio dell'estate nordica per dare a tutti voi, ad ognuno di voi, il mio più sincero e caloroso benvenuto. Sia ora in questa sala che domani sera in Residenza consideratevi a casa vostra.
Benvenuto innanzi tutto all'amico Carlo Marsili, sotto la cui guida la Direzione Generale per gli Italiani all'Estero e le Politiche Migratorie del nostro Ministero ha saputo ritrovare negli ultimi anni rinnovato impulso e più sensibile attenzione nei confronti delle nostre collettività sparse nei diversi continenti. La sua professionalità e il suo costante e appassionato impegno sono i pungoli essenziali di questo positivo e dinamico processo. Voi sapete che solo da pochi mesi ho iniziato la mia missione in questo Paese e sin dai primissimi momenti ho seguito l'intensa corrente di dialogo intercorsa - dopo la vostra riunione di Peterborough dello scorso ottobre - tra Parigi e Stoccolma, tra il Vice Segretario Generale di Area Giovanni Farina e il Consigliere CGIE per la Svezia Oscar Cecconi, che ha portato dapprima alla scelta di questo Paese quale sede di questo incontro e quindi alla cura della sua organizzazione. Ad entrambi vada il mio più cordiale saluto ed anche il mio grato riconoscimento per la loro opera instancabile.
Benvenuto anche a te, caro Mario Fridegotto, che vedo ora nell'incarico di Segretario Esecutivo del CGIE, dopo averti avuto in passato mio apprezzato diretto collaboratore. Rivedo, infine, con piacere i Consiglieri Sociali delle altre Ambasciate europee, molte facce amiche, direi, tutte facce amiche; anche a voi benvenuti a Stoccolma. Durante il corso della mia carriera ho sempre potuto cogliere in ogni Paese quale elevato patrimonio di stima e di apprezzamento le nostre collettività abbiano ovunque saputo conquistarsi, quale apporto di ingegno, di cultura e di imprenditorialità abbiano saputo introdurre nelle società che le hanno accolte. Voi stessi, durante la vostra pluriennale attività in seno alle associazioni più rappresentative avrete più volte e dai più diversi livelli ascoltato espressioni di questo vostro ruolo, di questo ruolo delle comunità che voi rappresentate, quali attori di primo piano delle relazioni internazionali dell'Italia.
Ed a queste espressioni desidero anche io associarmi ancora una volta, in forma totale e convinta. Alla luce delle mie precedenti esperienze consolari in diverse aree, nutro il forte dubbio che nell'ascoltarle siete spesso caduti nella tentazione di accoglierle sì con soddisfazione, ma a volte con la sottile ironia di chi teme o crede che le parole non corrispondano ai fatti, ai comportamenti decisionali. Ebbene, non cadete in questa tentazione: se vi guardate indietro, con obiettivo distacco, vedrete che non è così, e che invece il vostro lungo percorso, il susseguirsi di molte battaglie, spesso - lo riconosco - ardue, non avrebbe condotto ai positivi risultati via via raggiunti se la vostra azione non avesse trovato comprensione e sostegno da parte delle istituzioni. E se ora guardate al futuro, al proseguimento del percorso, sono certo - anche se non sta a me fornire certezze in tal senso - che ancora una volta il Ministero degli Esteri è pronto a fare la sua parte. Posso assicurarvi che, nel nostro piccolo, questa Ambasciata, io stesso e il titolare della Cancelleria Consolare Dottor Alberto Menichelli, siamo pronti a fare la nostra.
L'agenda delle vostre due giornate di lavoro si presenta densa ed articolata, e la scelta dei temi in discussione (ruolo dei giovani e struttura della rete consolare) dimostra la chiara visione con cui vengono affrontate da voi le future prospettive della nostra presenza nel mondo, specie se considerate alla luce del sospirato esercizio del diritto di voto. Affrontate questi temi in profondità, contrapponete dialetticamente punti di vista diversi, ma continuate a far prevalere con spirito costruttivo la vostra volontà di dialogo e di collaborazione. Solo così sarà possibile proseguire insieme in comunità di intenti e di obiettivi. Consentitemi il più caldo appello in tal senso. Ancora benvenuti a Stoccolma e buon lavoro".(aise)

COMMISSIONE EUROPA-NORD AFRICA CGIE/ DOCUMENTAZIONE/ L’INTERVENTO DEL CONSIGLIERE OSCAR CECCONI: NOTE INFORMATIVE SULLA COMUNITA’ ITALIANA E DI ORIGINE ITALIANA IN SVEZIA E PAESI SCANDINAVI - L'EMIGRAZIONE ITALIANA: ORIGINE - EVOLUZIONE STORICA E CARATTERISTICHE

STOCCOLMA\ aise\ - Qui di seguito si riporta l’intervento del Consigliere Oscar Cecconi, tenutosi durante la riunione della Commissione Continentale per l’Europa e il Nord Africa del CGIE, che si è svolta a Stoccolma il 6 e il 7 giugno.
"L'emigrazione organizzata in Svezia è iniziata nel dopoguerra e precisamente nel 1947. A quel tempo, le industrie svedesi, non avendo subito i danni della guerra, disponevano di capannoni con parchi di macchine utensili in grado di produrre e soddisfare un po' tutti i mercati europei. Mancava la cosa più importante: la manodopera specializzata. Fu allora che gli industriali svedesi fecero pressione sul loro Governo, affinché si raggiungessero accordi con il governo italiano per reclutare manodopera specializzata in Italia, per sopperire alla carenza esistente nel Paese. Infatti, i primi reclutamenti dal '47 al '50 furono gestiti in Italia da rappresentanti del Governo svedese attraverso contratti di lavoro della durata di due anni, a titolo di prova, accordati dai sindacati svedesi. Ai lavoratori veniva garantita la possibilità di farsi raggiundere, a breve scadenza, dai familiari con l'impegno da parte delle Ditte di assicurare loro il lavoro.
Negli anni seguenti, venne data alle imprese l'autorizzazione di effettuare direttamente in Italia la selezione di manodopera per le loro industrie, a condizione che rispettassero gli accordi governativi e i regolari contratti di lavoro. Oltre alla categoria dei metalmeccanici, arrivarono diversi gruppi di ceramisti specializzati per le fabbriche di ceramiche artistiche di Gustavsberg. I primi reclutamenti furono effettuati nel Nord Italia e poi in seguito estesi anche nel Sud. Quindi, dal punto di vista della distribuzione regionale, non esistono comunità molto numerose di particolari Regioni, anche se predomina leggermente la Lombardia. La presenza italiana si concentrò automaticamente sopratutto nelle aree industriali: Stoccolma, Västerås, Malmö, Göteborg, Linknköping, Gustavsberg, Gävle , Hllstahammar e altri paesi con piccole industrie. Oggi, invece, essa è diffusa un po' in tutta la Svezia. Il flusso di manodopera italiana importata è cessato alla fine degli anni Sessanta. Da allora sono arrivati sporadicamente parenti o amici richiamati da coloro che avevano trovato una sistemazione definitiva e si erano affermati dal punto di vista sociale e professionale.
Attualmente non si può parlare di immigrazione organizzata; tutto è molto diverso rispetto al passato. Non ci sono più grandi flussi. Si può trattare di casi sporadici di mobilità di un livello culturale abbastanza elevato, legati sopratutto a interessi di società che si stabiliscono nel Paese, medici desiderosi di specializzarsi, ricercatori ed esponenti del mondo culturale in genere, giovani appena laureati che spesso trovano occasioni di lavoro temporaneo o anche permanente. La presenza italiana in Svezia risale al 1700, ai primi stuccatori che decoravano i palazzi di Stoccolma , ed aumentò a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, il periodo in cui milioni di italiani emigrarono con la speranza di trovare un lavoro che permettesse loro di sopravvivere. Una grande maggioranza emigrò verso il Nord e Sud America, ma un gruppo abbastanza significativo venne anche in Svezia e nei Paesi scandinavi. Si trattava di artigiani specializzati, sofiatori di vetro, stuccatori, piastrellisti, architetti, pittori, restauratori di chiese, le cui opere si trovano in molti vecchi palazzi svedesi. Dopo quel periodo giunsero in Svezia anche altri gruppi: musicisti, venditori di palloncini, venditori e addirittura fonditori di statuette di gesso, suonatori di organetto a mano, cantastorie-portafortuna che giravano con orsi o con gabbie di uccellini e che in genere girovagavano nei Paesi scandinavi in cerca di sopravvivenza.
Sulla base di ricerche effettuate, ci risulta che il primo anno di raccolta di statistiche sull'immigrazione in Svezia fu il 1875, senza peraltro tener conto della provenienza e della nazionalità. Verso la fine dell'Ottocento, risultavano iscritte un migliaio di persone presso la parrocchia della Chiesa Cattolica di Götgatan a Stoccolma, dove la comunità spesso si ritrovava. Tra queste persone vi furono i fondatori della prima Associazione Italiana in Svezia, che fu costituita a Stoccolma nel 1909, denominata S.A.I. - Società Assistenziale Italiana - tuttora esistente e a quanto pare, dopo un'associazione finlandese, tra le prime associazioni di immigrati costituite in questo Paese. A quel tempo non esisteva la cassa malattia e, quindi, essa era nata come associazione di mutuo soccorso. I soci pagavano una quota che veniva utilizzata per aiutare i connazionali indigenti.
Il processo di integrazione della comunità italiana. Alla fine degli anni '40, laddove i connazionali erano concentrati, si costituirono alcune nuove associazioni italiane. La SAI, come detto in precedenza, fondata nel 1909 a Stoccolma, che venne riformata (modifiche allo Statuto) dal gruppo dei nuovi arrivati che trasferirono la sede a Nacka, dove arrivò un numero consistente di operai italiani presso la Ditta ATLAS COOPCO.
Verso gli inizi degli anni Settanta, queste associazioni di Stoccolma, Västerås Hallstahammar, Eskilstuna e Gustavsberg, diedero vita ad un'unica Federazione delle Associazioni Italiane in Svezia - FAIS - avente lo scopo di tutelare gli interessi comuni dei connazionali e contribuire insieme alle Autorità svedesi alla formazione di una politica dell'immigrazione che tenesse conto dei diritti delle minoranze. Oggi le Associazioni Federate sono 17, sparse in tutta la Svezia in un raggio di 600 Km.
Non è stato possibile costituire associazioni prettamente regionali, considerando che in ogni tradizionale associazione esistono esigui gruppi di diversa appartenenza regionale. Per sopperire abbiamo nominato a livello di Consiglio di Federazione un responsabile per ogni Regione che ha l'impegno di mantenere i contatti sia con le Autorità regionali che con i corregionali ovunque essi si trovino. In seguito, altri gruppi etnici hanno costituito le loro Federazioni, dopodichè unitariamente si è data vita ad un gruppo di collaborazione delle più grandi Federazioni di immigrati, denominato SIOS , allo scopo di discutere e presentare insieme i problemi comuni alle autorità svedesi. La FAIS fin dai primi anni ha dato vita ad un giornale periodico, "Il Lavoratore", unico giornale informativo in lingua italiana esistente in Svezia. Nei locali della FAIS da anni convive la sede del Patronato INCA, che opera in tutta la Svezia in collegamento con i responsabili sociali sparsi nelle nostre associazioni. Va precisato che è l'unico Patronato presente nel paese. Detto questo, è chiaro che l'inserimento nel lavoro, nella famiglia, nella scuola e nella società svedese ha rappresentato sicurezza sia per gli immigrati che per la società svedese, che ben presto ha dato inizio ad una politica di ambientamento ed integrazione con lo scopo di inserire stabilmente questi gruppi di manodopera qualificata importanti per l'economia del paese.
La vecchia generazione è abbastanza ben integrata nel tessuto sociale del Paese. Le condizioni economiche della collettività sono generalmente buone e i casi di indigenza abbastanza rari, salvo un certo numero di persone anziane che sono arrivate in questo Paese in età già avanzata, ad esempio casalinghe e altri che non hanno maturato contributi italiani e che, anche se hanno lavorato in Svezia alcuni anni, non sono riusciti a maturare una pensione adeguata alla situazione. Pur tenendo conto del ben noto avanzato sistema di assistenza e sicurezza sociale svedese, bisogna far notare che in Svezia, nel dopoguerra, esisteva soltanto la pensione popolare (Folkpension) e la pensione contributiva, maturata attraverso contributi pagati dal datore di lavoro. è entrata in vigore soltanto nel 1960 e, quindi, molti non hanno potuto trarne alcun beneficio o soltanto in piccola parte.
Le seconde generazioni, avendo frequentato le scuole svedesi, hanno superato la barriera linguistica e sono molto più inserite. Molti sono naturalizzati svedesi, altri hanno la doppia cittadinanza. Alcuni sono perfettamente bilingue. Benché in Svezia sia riconosciuto alle minoranze etniche il diritto di praticare la propria lingua nella pre-scuola e di studiarla nelle scuole, si tratta soltanto di due ore alla settimana nella scuola dell'obbligo e questo non basta certamente a mantenere e sviluppare una lingua. Nelle scuole superiori, come seconda lingua è obbligatorio lo studio dell'inglese e, inoltre, è facoltativa la scelta di altre lingue: tedesco, francese e spagnolo. Ciò significa che i nostri giovani spesso conoscono perfettamente tre e anche quattro lingue. Alcuni della vecchia immigrazione e in particolar modo i loro figli hanno avuto modo di progredire e di far valere le loro capacità lavorative nei servizi e nelle attività artigianali, arrivando anche a sviluppare iniziative imprenditoriali di successo. Molti di loro occupano posti importanti nel settore dell'industria e soprattutto nel campo della ristorazione, e ciò negli ultimi cinquant'anni ha cambiato completamente le tradizioni della cucina svedese. La politica dell'immigrazione in Svezia ha sempre costituito per il Governo un interesse prioritario. Infatti, per molti anni abbiamo avuto un Ministro per l'Immigrazione che si era dotato di un Consiglio consultivo costituito da esponenti di tutte le Federazioni, che si riuniva periodicamente per discutere i problemi delle varie etnie. Negli ultimi anni, l'accento si è spostato dalla politica dell'immigrazione (che riguarda solo i nuovi arrivati nei primi cinque anni di residenza) alla politica dell'integrazione, che è di competenza del Ministro per l'Integrazione. Sebbene la Svezia sia all'avanguardia per avere concesso già nel 1975 il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative a tutti gli stranieri, dopo tre anni di residenza nel Paese, la partecipazione alla vita politica del paese lascia molto a desiderare e gli italiani non fanno eccezione a questa tendenza. Questa crescente diminuzione dell'interesse per la politica ha motivazioni complesse. Noi crediamo che un motivo centrale di questa stanchezza sia la esistenza, malgrado leggi avanzate, di una discriminazione strutturale latente che rende difficile ai membri delle minoranze di far carriera, di avanzare socialmente, di incidere sulle decisioni. Per questo forse nessuno dei nostri connazionali ha raggiunto i vertici politico-istituzionali. A quanto pare, non è facile superare questo scoglio. Possiamo soltanto sperare in un continuo sviluppo economico e in un crescente inserimento di questo Paese in un contesto europeo più allargato che apra maggiori prospettive. L'associazionismo tradizionale sta invecchiando, la vita dei circoli poggia sugli sforzi della prima generazione immigrata. Purtroppo abbiamo praticamente perso la seconda generazione. Per ovvie ragioni i nostri giovani hanno preferito seguire i loro coetanei svedesi anche nel tempo libero. Con molta fatica cerchiamo ora di recuperarli, ma il risultato è molto scarso. Bisogna cercare di seguire la terza generazione prima che sia troppo tardi.
C'è ora nei giovani una maggiore consapevolezza dell'importanza di mantenere vive la lingua e la cultura italiana e di trasmetterle ai figli. Continuiamo a ripetere che i tempi sono cambiati, ma non siamo in grado di trovare forme associative più specificamente rivolte al mondo culturale e professionale, più adeguate agli interessi e alle necessità dei nostri giovani, agli interessi del nuovo tipo di emigrazione di cui abbiamo parlato (lavoratori a seguito di imprese, studenti in progetti di scambio, giovani neolaureati).
In Svezia abbiamo un'unica circoscrizione Consolare; la Cancelleria Consolare presso l'Ambasciata d'Italia a Stoccolma e due Consolati onorari, uno a Göteborg e l'altro a Malmö. I rapporti con le Autorità diplomatiche sono ottimi. Il servizio ai connazionali da parte della Cancelleria Consolare funziona benissimo. Sebbene una grande parte dei connazionali viva molto lontano dalla sede, grazie all'efficiente servizio postale svedese il problema viene risolto facilmente. Esiste un solo COMITES di 16 membri per tutto il paese, 12 eletti e quattro cooptati, che per la sua sede dispone di una saletta presso la Cancelleria Consolare. Per avere una larga rappresentanza di tutta la comunità abbiamo membri sparsi in tutta la Svezia, i più lontani a 600km da Stoccolma. Quindi, le spese di viaggio per partecipare alle riunioni sono molto elevate. La scarsa partecipazione ai fenomeni associativi è un dato di fatto che trova riflesso nella sostanziale assenza di 20-30enni nel COMITES. Dall'anagrafe Consolare ci risulta, al primo gennaio 2002, che la comunità con passaporto italiano raggiunge le 7.720 unità. Non abbiamo dubbi su questo dato, ma tutti sappiamo che molti che hanno diritto alla doppia cittadinanza, specialmente nelle terze generazioni, non sono stati registrati. Inoltre, bisogna tener conto che oltre la metà, già da vecchia data, ha acquistato la cittadinanza svedese, trascinando con sé anche figli e nipoti. Facendo una stima di tutti, compresi gli oriundi, si può forse raggiungere 19/0 mila unità. Problematiche ed aspettative della comunità italiana. Se cerchiamo di trarre alcune conclusioni da questa analisi, possiamo dire che la nostra comunità si trova nelle seguenti condizioni: una prima generazione ormai pensionata, una seconda generazione perduta e un terza che ha bisogno di stimoli per impadronirsi della lingua dei genitori e per ritrovare le loro radici, conoscere l'Italia e la cultura dei loro antenati. Noi non abbiamo scuole italiane, non esistono Enti gestori per la scuola, non ci sono insegnanti di ruolo. Tutte le nostre risorse sono nelle mani di quei pochi Comuni svedesi che continuano, con le due ore settimanali, l'insegnamento della lingua materna. Alcune delle nostre Associazioni hanno dato vita a corsi di lingua per i bambini, usando in parte risorse proprie e in parte piccole somme di contributi ministeriali. Bisogna salutare questa iniziativa con tutto il rispetto e ringraziare queste associazioni ma è chiaro che questo non basta più. È difficile far emergere le aspettative delle nuove generazioni rispetto alle quali occorre forse un'azione di stimolo e di proposte concrete, con iniziative nel settore culturale e dello studio della lingua italiana, ma anche in quello dei tirocini in aziende in Italia e degli scambi professionali, azioni che non siamo oggi in grado di presentare. Vi è poi la consapevolezza che le nuove tecnologie di comunicazione danno la possibilità non solo di migliorare l'informazione sull'Italia che cambia, ma anche di fornire un'informazione di ritorno per offrire una più chiara percezione del ruolo svolto dalla nostra collettività. Sappiamo che le Regioni lavorano molto in questa direzione e ci auguriamo che nel futuro le Autorità regionali abbiano la possibilità di aiutare comunità che, per ragioni geografiche, non possono creare forme associative regionali. Confidiamo quindi nei risultati della Conferenza Stato - Regioni - Province Autonome – CGIE, affinché, attraverso l'uso del Fondo Comune, si possa anche qui beneficiare di quella parte di attività dirette alla comunità italiana all'estero. Infine, un breve commento sull'esercizio di diritti civili e politici. La collettività ha vissuto con un certo interesse la questione del diritto dell'esercizio di voto all'estero sancito dalla recente riforma costituzionale. Ma, purtroppo, sembra che questo problema così tanto atteso, ha generato alla fine delusione tra la gente e ormai quasi indifferenza. Molti indicatori sembrano mostrare una diminuzione dell'interesse della comunità italiana per la politica. Si tratta di una preoccupante tendenza generale in Europa, che si avverte persino tra gli svedesi, la cui percentuale di votanti, tradizionalmente altissima, è in diminuzione. La diminuzione comunque è ancora più marcata tra le minoranze, italiana compresa. La partecipazione degli italiani alle elezioni amministrative locali ha raggiunto livelli molto bassi (intorno al 40% degli aventi diritto). Anche in occasione delle elezioni Europee, i dati hanno confermato un limitato tasso di partecipazione. Molti hanno optato per le liste svedesi e non è noto quanti di essi abbiano effettivamente votato. Comunque, anche supponendo che in quel gruppo abbiano votato tutti e aggiungendo i votanti nelle liste italiane, siamo arrivati al 23%. La partecipazione al voto è stata molto bassa anche per le elezioni dei COMITES. Questo quadro non è affatto confortante. Bisogna fare di più, in primo luogo la politica deve dare una risposta alle esigenze di questi giovani che, pur essendo entrati a far parte della vita del Paese di accoglienza, vogliono mantenere e sviluppare un legame con il loro Paese di provenienza. Infatti, viviamo oggi un quadro di evoluzione costante, un'epoca che si distingue per un accelerato mutamento sociale, economico e culturale che forse sfugge anche alle Autorità nazionali. Attendiamo con interesse il risultato dell'indagine sui giovani italiani all'estero che il CGIE ha affidato ai tre Istituti di ricerca e che si concluderà con la Conferenza dei giovani il prossimo anno a Roma. Infine, auguro buon lavoro con la speranza che da questa giornata escano concrete proposte, come previsto dall'ordine del giorno". (aise)

COMMISSIONE EUROPA-NORD AFRICA CGIE/ DOCUMENTAZIONE/ L’INTERVENTO DEL CONSIGLIERE PADRE GIOVANNI TASSELLO: GIOVANI DI ORIGINE ITALIANA IN EUROPA E IN NORD AFRICA

STOCCOLMA\ aise\ - Qui di seguito si riporta l’intervento del Consigliere Padre Giovanni Tassello, tenutosi durante la riunione della Commissione Continentale per l’Europa e il Nord Africa del CGIE, che si è svolta a Stoccolma il 6 e il 7 giugno.
"Premessa. Desidero offrire alcuni spunti sulle giovani generazioni in Europa. Scarsissima è la mia documentazione sui giovani in Nord Africa, per cui domando questa trattazione agli esperti del settore.
Il punto della situazione. Interrogativi. Uno dei miei primi contatti al CSERPE fu con un laureando della Facoltà di Architettura di Zurigo: un giovane di terza generazione che si prefiggeva di analizzare gli spazi architettonici creati dagli italiani in emigrazione per lasciare traccia del loro passaggio e per far comprendere agli svizzeri quale era lo stile italiano dello stare insieme. L'esigenza era nata dalla proliferazione di caffè di proprietà svizzera che volevano imitare - non sempre con successo, pur constatando che "italiano vende" - una atmosfera italiana. Terze, quarte generazioni in Europa: vi è da parte nostra la voglia di capire e la necessità, quindi, di mettersi in ascolto e di dialogare. Se questo non avvenisse, l'impegno del CGIE e dei Comites e la politica italiana verso le comunità si ridurrebbero a far morire con dignità la prima generazione o a perseguire la difesa di elementi prevalentemente folclorici.
Le tipologie. Chi sono questi giovani? Le tipologie sono le più varie. Senza entrare nella discussione tra prime, seconde e terze generazioni, ovviamente nel caso della "vecchia" emigrazione italiana verso la Francia (con oltre un secolo di storia migratoria) si deve parlare di figli di oriundi nei cui confronti la politica assimilatoria perseguita dalla Francia ha spesso cancellato numerose tracce di italianità. È soltanto con l'evoluzione in atto in Europa e il desiderio - attualmente messo in discussione da numerosi politici - di una società interculturale che la riscoperta delle proprie radici come momenti di arricchimento vicendevole acquista tutta la sua importanza, dando risalto alle giovani generazioni. Come accennato, la politica migratoria perseguita dai singoli Paesi importatori di manodopera e l'accentuazione della cultura regionale producono generazioni di discendenti di italiani alquanto diversificate tra di loro. Alcune Regioni italiane investono somme considerevoli per "recuperare" l'originalità di partenza. A prescindere dalle buone intenzioni, ritengo questo tipo di linguaggio alquanto inadeguato. I discendenti degli italiani non sono da ricuperare! Vanno percepiti nella loro capacità di creare rete; vanno aiutati ad approfondire certi interrogativi sul significato della loro "italicità"; vanno invitati ad operare in un contesto che dice relazione.
Breve sintesi della evoluzione nelle ricerche e nelle strategie. Negli anni '70 e '80 le ricerche portate avanti in Italia sugli ideali e sui valori perseguiti dai giovani trovano un riscontro in simile ricerche portate avanti tra i figli degli italiani in Europa, in Australia e in Nord America (cfr., ad esempio, le numerose ricerche condotte dal CSER, dal CSERPE, dall'ENAIP e dalle Colonie Libere). La Prima Conferenza Nazionale dell'Emigrazione del febbraio 1975 non parla di giovani generazioni. Anche nella documentazione sui principali temi emersi, i giovani sono del tutto ignorati! I contrasti politici sulla gestione e sulla interpretazione da dare al fenomeno che caratterizzano la Conferenza, definita "problema nazionale", portano a ignorare o stigmatizzare gli oriundi delle Americhe. L'On. Aldo Moro, Presidente del Consiglio dei Ministri, il 24 febbraio dichiara: "Quello che il Governo può promettere è che l'emigrazione non sarà guardata come un fenomeno marginale e fatale di sviluppo economico e sociale del Paese... Il governo si impegna piuttosto a considerare l'emigrazione come "problema nazionale". Negli Atti si accenna più volte all'insegnamento per i figli dei lavoratori migranti. Aldo Moro afferma: "Vorrei menzionare in particolare il contesto europeo nel quale si fa strada, anche se a fatica, ma sicuramente l'idea di una cittadinanza europea, la qual sia riconosciuta prima che a qualsiasi altri, a questi europei che, anticipando l'amalgama del futuro, vivono già, insieme con i loro figli, in un Paese che non è il loro, ma è certo la loro comunità" (Dal discorso di apertura).
Alla fine degli anni '70 e negli anni '80 si parla con insistenza in Germania di seconde generazioni, descritte, da più parti, come una bomba ad orologeria esplosa nel momento in cui questi giovani si sarebbero affacciati sul mercato del lavoro e si sarebbero accorti che i coetanei tedeschi occupavano un grado più elevato del loro nella scala sociale.
Di fatto la bomba non è scoppiata e gli unici veri disastri - da addebitarsi anche a questa emarginazione sul lavoro - sono stati il comportamento anomalo di alcuni (droga, piccola criminalità, delinquenza ecc.: aspetto spesso accantonato ma ben noto ad ogni assistente sociale o volontario impegnato sul fronte dell'emigrazione) e lo scarso impegno ad affrontare le sfide di una generazione "perduta". In realtà questi giovani hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento, puntando qua e là verso il terziario. Ovviamente lo scarso investimento da parte dei genitori in progetti a lungo termine (educazione superiore per i figli) e la preferenza data al guadagno immediato e all'interesse privatistico hanno fatto emergere una generazione molto simile a quella dei genitori, per cui è facile il passaggio ad una scelta di vita priva di idealità comunitarie: il tipico individualismo del post-moderno.
Si susseguono intanto gli interventi e le ricerche a livello scolastico. Anche la Seconda Conferenza dell'Emigrazione (28 novembre - 3 dicembre 1988) lascia ai margini le giovani generazioni. Durante quella che viene definita come "Conferenza della maturità" (e lo slogan: "Gli italiani che vivono il mondo" tende a far prevalere l'immagine sul contenuto), superati i conflitti ed imboccata la strada dell'unitarietà, il Sen. Gilberto Bonalumi afferma: "Ci stiamo proiettando verso un futuro prossimo che vedrà concretizzarsi e consolidarsi in una politica nuova perché motivata da una lettura aggiornata e attuale dei progetti, delle aspirazioni, dei bisogni e dei diritti che le nostre comunità all'estero esprimono". Nel documento finale scorgiamo alcuni flebili segnali che interessano le giovani generazioni: "Tale processo (nel campo dell'integrazione sociale e della partecipazione politica nel Paese di residenza - ndr) deve soprattutto svilupparsi nell'attenzione alle esigenze delle giovani generazioni e nel sostegno a politiche di integrazione sociale degli anziani e degli invalidi". "Per quanto riguarda il vasto settore dell'educazione, della scuola e della formazione professionale...". Alla terza Commissione era stato assegnato il compito di discutere di "Educazione, scuola, tempo libero. Multiculturalismo in progresso". Il risultato fu una collezione di raccomandazioni nel campo specifico della educazione e della formazione professionale, ma non si discusse del rapporto tra multiculturalimo e giovani generazioni. La Sesta Commissione aveva il compito di discutere di: "Antiche radici e nuova immagine degli italiani nel mondo". Nella relazione si fa cenno a "segnali nuovi per i giovani italiani all'estero". Intanto avanza silenziosamente una minoranza di professionisti che tagliano i legami tradizionali con la comunità di origine: stelle solitarie e non comunicanti. Questi giovani sembrano aver paura di "sporcarsi le mani con la comunità", riprendendo il vezzo di alcuni pseudo-intellettuali che preferiscono dissertare invece di condividere. Andiamo forse verso un sistema di isole e non di arcipelaghi? Vi sono, ovviamente delle eccezioni! Conosco a Ginevra alcuni giovani scienziati del CERN attivamente coinvolti nella vita della Missione Cattolica Italiana. Ad aggravare la situazione è anche la mancanza di dialogo reale con l'Italia ed i suoi giovani, impedendo una apertura vicendevole.
Gli anni '90 parlano di assestamento e di invisibilità mentre le prime generazioni detengono saldamente quello che viene considerato il "potere" e si mostrano incapaci di gestire la transizione. Se analizzassimo le statistiche, constateremmo come nei Comites e nel CGIE europei ed africani - e non solo- soltanto una minima parte dei membri è al di sotto dei 30 anni. Sempre di più troviamo giovani presenti a livello universitario, ricercatori nei poli chimici, ecc. Ma la loro attenzione o è rivolta alle cose italiane (cfr., ad es., la raccolta di firme in certe occasioni) oppure l'attenzione è concentrata sulla propria comunità scientifica o professionale. Sembra siano convinti che non possono trarre alcun vantaggio dalla comunità "immigrata". Non mi addentro sulla questione dei nomadi intellettuali messi in circolazione dai progetti europei come "Erasmus", i quali, tuttavia, ignorando - per mancanza di una formazione di base - la storia dell'emigrazione, si riferiscono agli emigrati soltanto come ad eterni pizzaioli o a chiassosi e simpatici tifosi durante alcune partite di calcio. Non parlo, inoltre, del grave problema del lavoro nero di molti giovani lavoratori diretti soprattutto verso Germania. Non parlo, infine, di giovani in pellegrinaggio verso le "isole della felicità" a Londra o Amsterdam". (aise)

COMMISSIONE EUROPA-NORD AFRICA CGIE/ DOCUMENTAZIONE/ L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEL COMITES-DANIMARCA GRAZIA MIRABELLI

STOCCOLMA\ aise\ - Qui di seguito si riporta l’intervento del Presidente del Comites-Danimarca, Grazia Mirabelli, tenutosi durante la riunione della Commissione Continentale per l’Europa e il Nord Africa del CGIE, che si è svolta a Stoccolma il 6 e il 7 giugno.
"La Danimarca, escluse la Groenlandia e le Isole Faroe, copre una superficie di 43.092 km.quadrati con una popolazione di circa 5.223.000 abitanti. Possiede una rete di infrastrutture ben sviluppata, con circa 70.000 km. di buone strade e con una rete ferroviaria di 3.000 km, che non solo rende agevoli i trasporti all'interno del Paese stesso, ma che ne facilita anche l'entrata e l'uscita dal medesimo, agevolandone la funzione di ponte tra l'Europa centro-meridionale e la Scandinavia. Paese con livello d'istruzione medio alto, la Danimarca è in possesso di una forza-lavoro tecnicamente molto qualificata e standard sociali elevatissimi che comportano alte aliquote fiscali. Questo ne fa uno dei paesi dell'Unione Europea più avanzati tecnologicamente e spesso ai primi posti per l'organizzazione sociale. Di conseguenza, la presenza italiana in Danimarca è affine alla fisionomia del Paese e pochissimi sono i casi di emigrazione come forza lavoro, ed al puro scopo di una ricerca di sistemazione. Si tratta, invece, per lo più di giovani famiglie miste il cui partner italiano è mediamente ben inserito dal punto di vista sociale e spesso anche da quello lavorativo. Frequenti i casi di imprenditoria a livello di ristorazione, ma non solo. Si segnala anche una discreta presenza di imprenditoria nel settore della moda e della tradizione culinaria italiana più in generale. A questa percentuale di presenze, si aggiungono quelle di giovani studenti approdati in Danimarca per motivi di studio e, o professionisti al servizio di ditte qualificate che spesso finiscono poi per entrare a far parte a tutti gli effetti del tessuto sociale di accoglimento in maniera permanente. Non si tratta quindi di una immigrazione organizzata, e questo spiega l'esiguità numerica della fascia anziani, approdati per lo più per motivi di ricongiungimento, o tra i quali si segnalano fortunatamente non numerosi casi di indigenza.
La durata del volo Copenaghen-Milano di due ore circa e le motivazioni della scelta di vivere in Danimarca, fanno sì che l'italiano presente in territorio danese sempre più si senta motivato a salvaguardare la sua identità di cittadino europeo, ben inserito ed in armonia con le norme in vigore nel Paese ospitante, ma dal quale si aspetta il pieno riconoscimento ed il rispetto della propria "diversità culturale". Oltre alla sede dell'Ambasciata ed alla Cancelleria Consolare con sede a Copenaghen, in Danimarca sono presenti due Vice Consolati, rispettivamente a Thorshavn e a Ålborg, ed un Consolato Onorario ad Aarhus. Questo permette di poter gestire con buoni risultati le necessità dei cittadini diffusi sul territorio e che ammontano a 4.250 unità secondo le più recenti stime. L'associazionismo è poco presente proprio perché le caratteristiche che contraddistinguono la collettività e la larga diffusione sul territorio non favoriscono le possibilità di incontro e la richiesta di associazionismo. Esiste un solo Comites di 12 membri per la Danimarca, primo Comites eletto nel 1997 in seguito all'aumento della collettività che aveva superato per la prima volta le tremila unità richieste dalla Legge, dopo dieci anni in cui il Comites era stato nominato dall'Ambasciata. L'attuale Comites vede al suo interno rappresentanti provenienti da tutto il territorio, allo scopo di ben delineare le esigenze della collettività tutta. Il Comites ha dato vita alla rivista Il Ponte, oggi al suo decimo anno di pubblicazione, molto apprezzata dalla collettività e che costituisce di fatto l'unico giornale in lingua italiana diffuso in Danimarca. Lingua e Cultura. Ma la nostra attenzione oggi si rivolge in particolare all'ultima generazione, che si compone di giovani e bambini quasi tutti perfettamente integrati nel mondo della scuola e del lavoro, e che anche per questo chiedono che venga fatto salvo il loro diritto di ricevere in eredità l'enorme patrimonio che la nostra lingua e la nostra cultura rappresentano. Il diritto di salvaguardare quello che padre Giovanni Tassello, a giusta ragione, ben definisce "un valore aggiunto" per i nostri ragazzi. Un valore aggiunto che acquista un significato speciale nell'era in cui il pericolo dell'omologazione rischia di annullare quelle diversità che ci arricchiscono, ponendoci nella dimensione di ambasciatori. Nel nostro caso, di una lingua a cui è stato riconosciuto il valore di lingua di cultura. La realtà attuale relativa ai corsi di lingua e cultura regolati dalla legge 153 in Danimarca è da definirsi quantomeno allarmante. Con l'avvento del nuovo Governo in carica, infatti, i corsi integrativi di Lingua madre organizzati dai Comuni sono stati notevolmente ridotti e solo grazie ad una direttiva europea, recepita dalla Danimarca, non sono stati ancora soppressi. Il loro futuro sembra comunque compromesso e fin dall' agosto prossimo, con la chiusura di alcune sezioni, il lavoro degli insegnanti sarà messo a dura prova, considerato che si troveranno ad operare in classi sempre più promiscue e ad avere nella precarietà e nella discontinuità, elementi a tutto discapito di qualsiasi percorso pedagogico, il loro avversario quotidiano. D'altra parte, il Comitato Pro Scuola, Organismo Gestore costituitosi fin dal 1982 e che gestisce i contributi provenienti dall'Italia grazie al lavoro volontario di persone disponibili, è impedito nel suo lavoro a causa dei ritardi costanti e ripetuti nella elargizione dei fondi inviati. Ritardi che rendono impensabile una pur minima pianificazione ed un investimento razionale dei fondi, lasciando invece il passo a precarietà ed improvvisazione. Attualmente esistono complessivamente 5 corsi in tutto, destinati ai ragazzi dai 6 ai 14 anni di lingua madre italiana distribuiti sul territorio. A questi si aggiunge una sezione di Scuola dell'Infanzia, promossa dai genitori e da loro in gran parte finanziata e coadiuvata dal Comites che ha messo a disposizione i locali. I corsi di lingua madre regolati dalla ex 153 sono quasi interamente finanziati dai Comuni e solo in piccola parte hanno potuto godere di contributi dall'Italia, e dal 1998 al 2000 in parte dalla Comunità Europea. Nell'aprile del 2000 la Comunità ne interruppe improvvisamente l'erogazione per destinarli in altro senso, con grande disagio del Comitato Pro Scuola che non riuscì più da quel momento a far fronte agli impegni presi con gli insegnanti, i quali continuarono a prestare servizio con ritardi gravi ed inammissibili nel ricevere lo stipendio. Quella attuale è sempre più una situazione di emergenza, (i contributi ministeriali del 2000 sono stati erogati solo parzialmente, mentre di quelli 2001 e 2002 ancora non si sa nulla). La realtà conferma perciò l'esigenza di modificare le cose, sicuramente anche promuovendo politiche di collaborazione con lo Stato ospite che agevolino l'ingresso della lingua italiana nel sistema scolastico o favoriscano la presenza di una sezione bilingue presso una scuola locale. Non chiediamo che vengano realizzate richieste irraggiungibili. Chiediamo però che venga assicurato ai nostri ragazzi il diritto, che riteniamo sacrosanto, di poter preservare, attraverso la conservazione della lingua e della cultura, la loro identità italiana. Riteniamo anche che questa nostra richiesta sia in perfetta comunione con lo spirito dell'integrazione Europea, che ci auguriamo si avvii felicemente verso una sempre maggiore unificazione, mentre speriamo che ciò avvenga in assoluta armonia con quelle diversità culturali, la cui salvaguardia rappresenta la premessa indispensabile per un proficuo cammino comune". (aise)

COMMISSIONE EUROPA-NORD AFRICA CGIE/ DOCUMENTAZIONE/ L’INTERVENTO DEL DOTTOR FRANCESCO DURATURO – NORVEGIA

STOCCOLMA\ aise\ - Qui di seguito si riporta l’intervento del dottor Francesco Duraturo - Norvegia, tenutosi durante la riunione della Commissione Continentale per l’Europa e il Nord Africa del CGIE, che si è svolta a Stoccolma il 6 e il 7 giugno.
"Ringrazio anzitutto gli organizzatori della Riunione ed il Consigliere Oscar Cecconi per avermi invitato a intervenire nei lavori della Commissione. Questo mio intervento si propone di offrire qualche materia di riflessione sulla dimensione culturale e linguistica dei giovani di origine italiana in Norvegia, che spero possa essere utile in una fase di rielaborazione degli strumenti governativi dei quali l'Italia si avvale per esportare la propria cultura linguistica, tecnica, artistica, scientifica e letteraria. L'intervento si articola in due parti. La prima parte contiene un panorama storico del contesto nel quale si sono sviluppati i processi formativi dei nostri giovani. La seconda parte si propone di formulare una cornice teorica per l'interpretazione dell'identità culturale e linguistica dei giovani di origine italiana in Norvegia. La conclusione di questo intervento è quella di tanti altri interventi: si spera di riuscire a dare un contributo a sostegno delle ragioni che giustificano una risposta alla domanda, di natura politica, del perché promuovere all'estero l'immagine dell'Italia come di un Paese moderno, tecnologicamente avanzato e notevole esportatore di cultura tecnica e scientifica.
I. L'emigrazione italiana in Norvegia è un'appendice dell'emigrazione in Svezia alla cui storia rimando per le grandi linee. Tuttavia mentre in Svezia si è assistito alla formazione di comunità italiane di una certa consistenza, in Norvegia, dato l'esiguo numero dei nostri connazionali, nonchè la loro dispersione sul territorio, non si è mai arrivati alla formazione di una comunità consistente tale da poter costituire un gruppo sociale di pressione per il mantenimento di alcune componenti fondamentali delle proprie tradizioni culturali e linguistiche. Quando negli anni sessanta il movimento migratorio italiano in Norvegia sembrava assumere dimensioni di massa, i nostri connazionali si ritrovavano nella sede della Caritas. Era il periodo dei "degos", appellativo dispregiativo con cui venivano chiamati. Significativamente istituzioni missionarie come la Caritas rappresentavano allora un rifugio contro l'intolleranza e la discriminazione. La logica che s'imponeva era infatti quella di un programma sociale-assistenziale, mirante alla tutela e alla dignità della persona, di là dai diritti formali pure garantiti dallo Stato norvegese. In questa logica la comunità italiana assolse ad una funzione terapeutica fino agli inizi degli anni settanta. Durante gli anni settanta, buona parte dei nostri immigrati lasciò la Norvegia per altri paesi oppure rientrò in Italia. I pochi rimasti si dispersero "integrati" nella maggioranza, in genere coniugati con cittadini norvegesi. Negli anni ottanta fu dato avvio ad un progetto di revisione della Convenzione tra l'Italia e la Norvegia in materia di sicurezza sociale. Nel corso del vasto processo del negoziato in atto tra i due Stati, gli italiani in Norvegia avvertirono l'esigenza di porsi come organo di consultazione e di confronto e pertanto si costituirono in Associazione. Tuttavia lo sviluppo degli accordi a livello comunitario rese meno prioritarie le trattative bilaterali con successivo abbandono del progetto di revisione. La nascente Associazione si sciolse sotto la spinta della demotivazione. Intanto il clima politico degli anni ottanta, influenzato dalla consistente immigrazione extraeuropea, invogliava la Norvegia ad un superamento di una politica decisamente assimilatoria verso gli immigrati e alla introduzione nella programmazione scolastica di un riconoscimento del multiculturalismo sociale e promozione delle lingue minoritarie.
In queste circostanze, gli italiani in Norvegia, superata la fase discriminatoria che ora si riversava sui nuovi immigrati extraeuropei, trovavano nel clima di multiculturalismo un'occasione di rilancio del prestigio della propria origine. Nel 1992 nasceva una nuova Associazione con lo scopo di sostenere proposte dirette alla trasformazione pluralistica della società norvegese attraverso iniziative propositive del ruolo degli italiani in Norvegia e appoggio allo sviluppo di scuole bilingui. Il principale motivo a sostegno di queste proposte va ricercato nella consapevolezza che l'insegnamento dell'italiano ai giovani di origine italiana era in gran parte un fallimento per mancanza di sufficiente motivazione sia da parte dei genitori che dei figli. L'offerta d'italiano nelle scuole pubbliche si trova in una posizione meno privilegiata nel panorama delle altre lingue dei paesi più industrializzati, dal momento che, fatta parziale eccezione per il turismo, l'Italia non attira l'interesse della Norvegia. Non mancano tuttavia organizzazioni private che gestiscono corsi d'italiano extrascolastici. Nei locali dell'Associazione ha operato per un breve periodo il Patronato INCA. La presente Associazione si trova ora in difficoltà economiche in quanto il Comune di Oslo non dà più contributi alle associazioni dei paesi dello Spazio Economico Europeo. Tuttavia essa continua la pubblicazione del suo organo in lingua italiana L'Aurora e mantiene aperto un sito su internet. L'Aurora rileva intanto nel numero di gennaio-febbraio del 2002 che l'ammontare degli italiani in Norvegia dispersi su tutto il territorio nazionale è modesto. Secondo i dati dell'Ufficio Centrale di statistica norvegese, al primo gennaio del 2000 gli italiani in Norvegia erano 1219 (829 uomini e 390 donne). Secondo i dati della Cancelleria consolare di Oslo, gli iscritti all'AIRE sono all'incirca 2800. La discrepanza tra i dati si giustifica col fatto che i cittadini in possesso della doppia cittadinanza non vengono registrati come italiani nelle statistiche norvegesi.
Fin da quando nel secolo scorso il movimento emigratorio italiano assunse dimensioni di massa, i pochi italiani che si stabilirono in Norvegia non hanno mai costituito un gruppo sociale con componenti culturali proprie in grado di sopravvivere nel tempo, perché stretto dal vincolo della comune appartenenza. Non esiste una discendenza di immigrati italiani in Norvegia.
Un nonno italiano oppure una nonna, ovvero entrambi, non costituisce nel giovane di terza generazione una componente fondamentale di identificazione culturale e linguistica. Negli italiani che oggi espatriano e che si stabiliscono in Norvegia, l'interesse per l'associazionismo tradizionale è pressoché inesistente. Per cui mentre da un lato i vecchi modelli di aggregazione sociale si esauriscono, dall'altro non se ne producono di nuovi, eccetto che nella cerchia delle amicizie personali. I lavoratori alle dipendenze di imprese italiane, che permangono in Norvegia per periodi di tempo limitati, hanno scarsissimi rapporti con i connazionali residenti permanenti.
II. Fino a quando l'immigrazione in Norvegia non assunse dimensioni di massa negli anni ottanta con i flussi immigratori da paesi extraeuropei, la politica norvegese nei confronti degli immigrati ha avuto un atteggiamento sostanzialmente assimilatorio. La reazione degli italiani in Norvegia a questa politica decisamente assimilatoria si risolse in un atteggiamento di tacita accettazione. L'inserimento e l'emancipazione sociale in questo paese poteva essere solo garantito dal pieno possesso della lingua e della cultura norvegese nonché dalla riqualificazione professionale. D'altra parte la risposta alla domanda "Perché trasmettere la lingua e la cultura italiana ai nostri figli?" sembrava tanto ovvia quanto inutile. L'insegnamento dell'italiano veniva considerato, e a tutt'oggi considerato, di norma come un provvedimento affettivo-famigliare, irrilevante sia per il resto della comunità italiana che per la carriera del giovane dato che serve poco per trovare lavoro. In assenza di una politica di informazione sull'Italia moderna, sull'importanza dell'Italia come nazione trainante dello sviluppo industriale e tecnologico europeo, il discorso sull'insegnamento dell'italiano si esaurisce sul piano emotivo dell'identità personale. Del resto, il superamento della politica assimilatoria in Norvegia, con l'introduzione di elementi di bilinguismo nella programmazione scolastica, non si è sufficientemente strutturato pedagogicamente per essere considerato produttivo. Lo scopo è quello di facilitare attraverso l'insegnamento delle lingue minoritarie l'inserimento dell'alunno nella scuola, che resta fondamentalmente monoculturale. La società norvegese non ha ancora modificato, a tutt'oggi, un sostanziale atteggiamento assimilatorio.
In quanto alla validità dei corsi d'italiano extrascolastici, ci sono non pochi dubbi. Questi corsi infatti non essendo inseriti nel curriculum scolastico norvegese, non offrono alcuna possibilità di essere coordinati con gli approcci metodologici del sistema d'insegnamento ufficiale. In pratica la metodologia in essi applicata potrebbe addirittura contrastare con quella praticata nella scuola locale. Inoltre, fattore importante e particolarmente sensibile nei bambini e nei giovani, questi corsi sono totalmente privi di interesse per gli amici di tutti i giorni e hanno insito il pericolo di associare l'insegnamento dell'italiano alla condizione di immigrato. Bisogna poi tener conto del fatto che spesso c'è divario tra il tipo di cultura presente nei libri di testo della scuola locale e i testi pubblicati nei paesi d'origine. E non è un fatto scontato che i giovani cresciuti in Norvegia siano disposti a recepire l'approccio culturale dei testi scolastici elaborati nel contesto culturale italiano.
Le ragioni, che hanno suggerito agli italiani in Norvegia di non trasmettere ai propri figli una tradizione culturale e linguistica pur prestigiosa, riflettono l'aspirazione di facilitarne la carriera scolastica fino ai più alti livelli di formazione attraverso il pieno possesso della lingua e della cultura locale. E' ormai da tempo che queste ragioni, sia in Italia che all'estero hanno un ruolo centrale nel discorso sull'emigrazione. Meno evidenti sono forse le ragioni che renderebbero utili lo studio dell'italiano e l'interesse per la realtà italiana fuori dall'Italia. In altre parole, la domanda che si pone è se lo studio dell'italiano e la conoscenza della realtà italiana possano diventare un punto di forza nella formazione del giovane in quanto rappresentano un veicolo di studio e una via d'accesso ad un patrimonio tecnologico, industriale, scientifico, artistico, storico e letterario di una nazione che occupa un posto di primo piano tra i paesi economicamente sviluppati.
L'Italia rappresenta oggi un principale centro d'irradiazione economico-culturale con vistose realizzazioni in tutti i campi, tuttavia l'immagine che ne ricava rispetto alle altre aree avanzate del mondo appare piuttosto riduttiva. Se si suppone che in Norvegia viene presentata l'immagine di un paese allo sfacelo, si capisce pure perché la cultura tecnologica-scientifica, letteraria e artistica italiana non trova adeguata considerazione, ma per converso svalutazione e noncuranza. Questa prospettiva è particolarmente interessante in quanto il mantenimento o recupero di una identità linguistico-culturale dei nostri giovani si identifica con la necessità di trovare il modo di correggere l'immagine a dir poco distorta della realtà italiana. A fronte del dinamismo creativo dell'economia, della scienza, della tecnologia, e della cultura italiana in genere, manca una oculata e differenziata scelta degli strumenti adatti a portare avanti un'informazione più completa sul nostro paese.
I nostri emigrati che hanno superato sia le difficoltà dell'inserimento in una società straniera, sia la condizione d'inferiorità nel rapporto con gli indigeni, possono avere un ruolo molto importante per attivare e sviluppare la presenza dell'Italia nei mercati culturali dei paesi di residenza. Il conseguito inserimento dei nostri immigrati negli strati medi della società norvegese, l'accresciuto livello di sicurezza economica, l'elevazione culturale delle famiglie in genere predispongono i nostri giovani ad una riscoperta dell'Italia e della sua cultura come grande serbatoio di competenze in tutti i settori del sapere umano. Perciò tra i fattori trainanti della rivalutazione dell'immagine "Italia" potrebbero esserci, a parer mio, i giovani di origine italiana, che integrati nelle strutture sociali ed economiche della Norvegia, possono stimolare, con articolate strategie d'intervento, maggiore interesse per l'Italia negli operatori culturali locali. In tal senso possono fare da supporto per la diffusione di più musica italiana, più letteratura italiana, più tecnologia italiana, più film italiani, in pratica più Italia. E, per induzione, più italiano nelle scuole pubbliche". (aise)


Data inserimento in rete: mercoledì, giugno 12, 2002
IIC Bruxelles - Agenzia del 06/06/02

ALESSANDRO BARICCO A BRUXELLES PER INIZIATIVA DEL FESTIVAL DI WALLONIE ET DELL' ISTITUTO ITALIANO

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MUSICA: BARICCO, BASTA CON DIRETTORI ORCHESTRA IN ABITO NERO LO SCRITTORE A
BRUXELLES PARLA DELLA CRISI DELLA CLASSICA

(ANSA) - BRUXELLES, 6 GIU -
Cambiamo d'abito ai direttori d'orchestra e facciamoli parlare: la musica
classica e' in crisi, perche' non sa rinnovarsi e raccontare se stessa. E'
la provocatoria tesi esposta dallo scrittore Alessandro Baricco.
Perche' non ci raccontano come Beethoven ha pensato la nona sinfonia?
Perche' i musicisti continuano a vestire quei tristi abiti neri? Perche' i
direttori d'orchestra parlano sempre cosi' poco? Baricco - invitato ieri a
Bruxelles per la conferenza inaugurale di 'Access', un simposium
internazionale sulla musica classica - si interroga e attacca: ''La musica
classica e' in crisi perche' oggi non e' il luogo giusto, perche' oggi la
gente ha poco tempo, deve capire in fretta e cerca forme di narrazione che
sappiano raccontare il mondo''.
La musica classica, invece, ''rimane un rito di ripetizione del passato -
ha aggiunto Baricco, solo sul palco assieme ad un attore-inteprete - un
gesto colto, d'affezione per il passato, come puo' essere il collezionismo
di argenti del Settecento. Ma inesorabilmente esterno all'accadere del
mondo e del tempo che sono nostri: non puo' essere che oggi possa
funzionare per mio figlio la stessa cosa che funzionava per mio nonno''. E
cosi' capita che ''sappiamo tutto della vita privata di Pavarotti - ha
continuato lo scrittore torinese - della malattia dei direttori famosi, ma
non abbiamo piu' recensioni''.
Baricco, parlando alla manifestazione organizzata in collaborazione
con l'Istituto italiano di cultura di Bruxelles
, ha fornito una sua
spiegazione: ''Non e' che il mondo e' piu' volgare, la gente piu' ignorante,
i media piu' stupidi. E' che la musica classica non e' stata capace di
cambiare il modo di esibirsi, come invece ha fatto l'arte, riuscita a
resuscitare i quadri facendoli diventare parte della vita di oggi. La musica
classica ha deciso di non esibirsi. E - aggiunge lo scrittore - non ha
avuto la capacita' di raccontare se stessa: la musica classica non si
racconta mai e nessuno pensa a raccontarla.
Mentre ''e' proprio nelle sue storie - conclude Baricco - che non capiamo
che i musicisti del passato, con tutto il loro mondo, erano proprio come
noi''. (ANSA).


Conferenza dei Veneti d’Europa (Berlino 7-8-9 giugno 2002)
Documento finale del Gruppo di lavoro “Cultura e Cittadinanza”


Inform n. 117, 12 giugno 2002
Cultura

- considerato che per "cultura" si intende un complesso di valori che
caratterizzano una comunità e quindi ogni individuo che da essa proviene;
- considerato che per tali valori si intende lingua e lavoro, usi e
costumi, religione, storia ed arte, associazionismo, che accompagna la vita
di comunità e individui;
- considerato che tale complesso di valori deve rimanere vivo in
qualsiasi contesto ambientale dove parte della comunità o gruppo di
individui si trovano a risiedere, (compresi i loro discendenti), nonché
coloro che sono venuti a trovarsi, per motivi storici particolari, ad
essere emigrati senza aver emigrato
- considerato che per "cultura" si intende un complesso di valori che
caratterizzano una comunità e quindi ogni individuo che da essa proviene;
- considerato che per tali valori si intende lingua e lavoro, usi e
costumi, religione, storia ed arte, associazionismo, che accompagna la vita
di comunità e individui;
- considerato che tale complesso di valori deve rimanere vivo in
qualsiasi contesto ambientale dove parte della comunità o gruppo di
individui si trovano a risiedere, (compresi i loro discendenti), nonché
coloro che sono venuti a trovarsi, per motivi storici particolari, ad
essere emigrati senza aver emigrato
Si chiede alla Regione Veneto di mantenere attive tutte quelle iniziative
che sono state realizzate nel passato e possibilmente di ampliarle, quali
la formazione professionale dei giovani (comprese le borse di studio),
l’informazione, i soggiorni in Regione di giovani e possibilmente di
anziani di particolare bisogno, le associazioni di tipo tradizionale e
nuove, soprattutto dei giovani, e progetti di interscambio culturale (anche
fra veneti residenti in altri paesi), e simili. Inoltre la Regione Veneto
prema presso gli organismi nazionali affinchè le risorse finanziarie
destinate agli enti di gestione dei corsi di italiano, di cui alla legge
153, vengano avviati in tempo utile.

Cittadinanza

Per quanto concerne l’argomento "cittadinanza", si precisa che con questo
termine si intende un insieme di persone che si riconoscono nelle
caratteristiche e nei valori che identificano una specifica comunità.
Cittadinanza oggi, quindi, significa non solo appartenenza ad un territorio
politicamente delineato, ma anche appartenenza alla cultura della comunità,
per cui cultura e cittadinanza diventano strettamente collegate.
La profonda presa di coscienza della propria identità culturale veneta deve
accompagnarsi, per i veneti ovunque residenti, all’esercizio effettivo di
minori diritti di cittadinanza nei confronti della Regione Veneto, il che
comporta una partecipazione adeguata alle scelte da questa prese.
In questo contesto si sottolinea la pressante rivendicazione dei veneti,
divenuti cittadini di un altro Paese, di poter acquisire la cittadinanza
italiana e la conseguente richiesta di un intervento fattivo della Regione
Veneto in questa direzione.
Si chiede che si intervenga per l’abolizione dell’art. 17 che ha limitato
nel tempo la possibilità della riacquisizione della cittadinanza italiana.
Si chiede, inoltre, alla Regione Veneto, con la collaborazione dell’ANCI,
di aggiornare tutte le anagrafi dei Comuni per quelli che risiedono
all’estero (A.I.R.E.).
La Commissione allega come parte integrante dei suoi lavori le relazioni
presentate dai delegati della Comunità italiana di Fiume, per quanto
concerne la cultura (presentata da Norma Zani), e da Luciano Alban, per
quanto concerne la cittadinanza.
(Inform)


IIC Istituti italiani di cultura - Agenzia dell'11/06/02

Il Premio Flaiano per la cultura italiana nel mondo

Roma – E' stata presentati oggi, presso la Sale delle Conferenze Internazionali della Farnesina, la 29° Edizione dei Premi internazionali Flaiano di letteratura, teatro, cinema e televisione, che si svolgerà dal 12 al 14 luglio prossimo a Pescara.
La conferenza stampa è stata tenuta dal Sottosegretario agli Esteri Mario Baccini, dal Direttore generale per la promozione e la cooperazione culturale Francesco Aloisi de Lardarel e dall'Assessore alla Cultura della Regione Abruzzo Tonino Di Severio, ma ha anche visto l'intervento del presidente della giuria, sezione teatro, Giorgio Albertazzi. Sono stati annunciati, inoltre, i vincitori dei quattro premi di Letteratura, unica giuria ad aver chiuso i lavori, e dei quattro premi riservati all'italianistica che, su iniziativa del Ministero degli Esteri e con la partecipazione dei 93 Istituti italiani di cultura nel mondo, vengono assegnati a partire da questa edizione.
Quanto ai premi Letteratura, il premio internazionale poesia è stato assegnato al poeta siriano Ali Ahmad Sai'Id Esber (Adonis), salutato come il maggior poeta vivente, per il suo "Memoria nel vento"; mentre, i premi internazionali narrativa sono andati all'australiano Peter Carey per il suo "La ballata di Ned Kelly"; allo svedese Per Olov Enquist il cui "medico di corte" ha raggiunto in pochissimo tempo le quarantamila copie vendute nella sola Svezia ed è stato eletto Miglior Libro Straniero in Francia; ed infine all'italiana Silvana Grasso per "Pupa di zucchero".
I quattro premi internazionali di italianistica sono stati assegnati alla francese Daniela Amsallem per "Lo Specchio della sua opera: Primo Levi, il testimone, lo scrittore, il chimico"; all'austriaco Peter Kuon per " Corporalità e medianità nell'opera di Pier Paolo Pisolini"; alla scozzese Eanna O'Ceallachain per "Eugenio Montale: poesia degli ultimi anni"; ed alla polacca Joanna Ugniewska per "Storia della letteratura italiana del XX secolo".
Oggi, è stato presentato anche il convegno internazionale "Il cinema italiano nel mondo", organizzato in collaborazione con il Ministero degli Esteri, che vedrà la partecipazione dei maggiori specialisti italiani e stranieri del settore e dei maggiori responsabili delle nostre istituzioni cinematografiche, che si terrà dal 27 al 29 giugno all'Auditorium Flaiano, sempre a Pescara. News ITALIA PRESS


Data inserimento in rete: martedì, giugno 11, 2002
IIC Vancouver - Agenzia dell'11/06/02

SEMINARIO INTERNAZIONALE SCIENTIFICO SULLE BIOTECNOLOGIE

VANCOUVER\ aise\ - Giovedì 13 giugno si svolgerà un interessante seminario scientifico internazionale organizzato dall'Istituto Italiano di Cultura di Vancouver in collaborazione con il St. John's College e l'Institute of European Studies della UBC, l'Ambasciata d'Italia a Ottawa e l'ICGEB di Trieste, il Centro Internazionale per l'Ingegneria Genetica e le Biotecnologie dal titolo "International Cooperation in Biotechnology" (Cooperazione Internazionale nelle Biotecnologie). L’incontro si terrà presso il Campus dell’Institute of European Studies della UBC (aise)


IIC Jakarta - Agenzia dell'11/06/02

A SORPRESA UN FITTO CALENDARIO DI EVENTI PER L’IIC DI JAKARTA

JAKARTA\ aise\ - Proseguendo il nostro cammino alla ricerca di eventi e manifestazioni culturali organizzate dagli Istituti Italiani di Cultura spersi nel mondo, ci siamo imbattuti in una lieta sorpresa: l’IIC di Jakarta (Indonesia), che offre a italiani e non un fitto calendario di eventi e manifestazioni di tutto rispetto.
Dopo il successo di ieri, replicheranno, domani sera (mercoledì 12 giugno), presso la sede dell’Istituto, i Fratelli Mancuso con un divertente e piacevole concerto tipicamente ‘italiano’. Enzo e Lorenzo Mancuso, infatti, sono cantautori e compositori di musica etnica. Essi proporranno, nel corso del loro concerto, un vasto repertorio tratto dalla tradizione popolare siciliana, accompagnati da strumenti tipici, quali la chitarra battente, il saz, la ghironda ed i liuti arabi. Le loro canzoni vogliono creare l'atmosfera di un sud magico e reale dove riaffiora l'antica anima siciliana e mediterranea, tenera, aspra, ironica e solare.
La serata di domani è organizzata nell’ambito del festival internazionale dell'arte, il Jak@ART 2002, che si svolge annualmente nella capitale indonesiana.
Per quanto riguarda il cinema, l’Istituto ha dato appuntamento a tutti gli amanti del cinema italiano per il prossimo mercoledì 19 giugno, con la proiezione di Malena. Il film, diretto da Giuseppe Tornatore, e interpretato da Monica Bellocci e Giuseppe Sulfaro è ambientato negli Anni Quaranta. La storia narrata, è la storia della bellissima Maléna Scardia, palese oggetto del desiderio di un'intera cittadina siciliana. Suo marito scompare in guerra e con il lutto arrivano anche notevoli difficoltà di carattere pratico che spingono i notabili locali ad approfittare biecamente della donna, spingendola verso la prostituzione. La vicenda di Maléna è filtrata attraverso il punto di vista di un "narratore" adolescente, avvinto, come il resto dei suoi concittadini, dalla straordinaria avvenenza della donna, pronto a pedinarla in tutti i suoi spostamenti. Il film è supportato da una dettagliata ricostruzione storica, il periodo della seconda guerra mondiale pur volgendosi, a tratti, al surreale.
Oggi, invece, 11 giugno presso l’Hotel Borobudur della capitale indonesiana ad attrarre l’attenzione sono stati I Pupi di Mimmo Cuticchio accompagnati dalla suggestiva musica dei sopraccitati Fratelli mancuso. Per la prima volta i pupi di Mimmo Cuticchio e i Fratelli Mancuso, cantautori di canzoni etniche mediterranee, si esibiranno in uno spettacolo esclusivo. I due gruppi siciliani ci offriranno una serata ricca di sorprese: la magia dei suoni del mediterraneo e i pupi porteranno a Jakarta un angolo di Sicilia. Fortunatamente non sarà un evento unico, Repliche tutte da vedere ed ascoltare ci saranno il 13 e il 16 giugno (in collaborazione con Vice consolato onorario d'Italia- Yogyakarta) ed eccezionalmente il 20 a Bali.
Cosa p chi sono i Pupi? È presto detto. Dal 1840 in poi in vari centri della Sicilia cominciarono a diffondersi piccoli teatri dove storie cavalleresche rivivevano nei famosi "pupi". La compagnia teatrale di Mimmo Cuticchio ci condurrà nell'ambiente cavalleresco di Carlo Magno e dei suoi paladini attraverso l'originale interpretazione delle sue marionette.
Ancora teatro, ancora pupi, ancora Sicilia il 14 giugno nella Sede dell'Istituto. Quello di venerdì non sarà uno spettacolo, ma un seminario. Nel corso dell’incontro si affronteranno i tre linguaggi della comunicazione teatrale: il recupero delle tecniche tradizionali dei pupi e del "cunto", la ricerca e la sperimentazione di nuove tecniche. Tradizione delle marionette siciliane: similitudini differenze con la tradizione dei Wayang indonesiani.
Nell'ambito del Festival dell'Arte di Yogyakarta, la compagnia teatrale Mimmo Cuticchio ci condurra nell'ambiente cavalleresco di Carlo Magno e dei suoi paladini attraverso l'originale interpretazione delle sue marionette.
Concludiamo la lunga serie di appuntamenti offertici dal calendario ‘italo- indonesiano’ con un Seminario scientifico, in corso essendo iniziato oggi e che proseguirà fino 13 Giugno, presso l’Hotel Borobudur/Eijkman institute.
Il Seminario si propone di facilitare lo scambio delle conoscenze e dei dati su una grave malattia ereditaria, la Talassemia, e di studiare nuove metodologie per la prevenzione. Fino ad oggi la prevenzione si fonda principalmente sull'individuazione dei portatori e sulla consultazione genetica. La tre giorni è stata organizzata nell'ambito del Protocollo di cooperazione S & T tra Italia e Indonesia in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Biomediche e Biotecnologie dell'Università di Cagliari e l'Eijkman Institute of Molecular Biology di Jakarta. (aise)


IIC Zurigo - Agenzia dell'11/06/02

Muzio Clementi: “padre del pianoforte”
Celebrazione del 250° anniversario della nascita del compositore, maestro della didattica del pianoforte.


(Italcult) ZURIGO, “Scoperto” nella natia Roma, a soli quattordici anni, da un facoltoso gentiluomo inglese che lo condusse con sé, e ambientatosi poi nel mondo musicale londinese sino a divenirne uno dei principali protagonisti, Muzio Clementi – nato nel 1752, giusto duecentocinquant’anni fa, e spentosi in Inghilterra nel 1832 – costituisce uno dei tanti esempi di compositori italiani divenuti, nel corso della loro carriera, non solo celebri all’estero, ma totalmente e pienamente ambientati in una dimensione culturale continentale. Con una particolarità: mentre a quest’epoca ciò avveniva soprattutto per i compositori di musica teatrale (come ad esempio – per restare nella stessa epoca – il “francese” Luigi Cherubini), Clementi diede piuttosto un incalcolabile contributo – nei suoi molteplici ruoli di virtuoso, organizzatore, editore, fabbricante di strumenti, e naturalmente compositore – alla fondazione della grande civiltà strumentale del periodo classico. I capricci della narrazione storica hanno voluto che, agli occhi dei posteri, il fulcro della nuova civiltà strumentale europea fosse rappresentato da Vienna, la città dove operarono Haydn e Mozart, poi Beethoven. Eppure, se un contemporaneo avesse dovuto scegliere un luogo ove la musica strumentale si praticava più assiduamente, grazie all’impressionante sostegno dato dalle classi agiate alle istituzioni del concerto pubblico e all’editoria, avrebbe probabilmente scelto Londra – la città dove, in definitiva, approdò anche Haydn una volta libero da impegni “cortigiani”, e dove sarebbe giunto lo stesso Mozart se la morte non l’avesse rapito anzitempo.

Fulcro, a diversi livelli, di questa cultura strumentale, che si nutriva anche di un ricco substrato di riflessione estetica sul nuovissimo ruolo della musica strumentale “assoluta”, Clementi fu noto ai contemporanei in primo luogo come rivoluzionatore della didattica pianistica e grande virtuoso: se Mozart, suo rivale in una famosa “contesa” svoltasi a Vienna, diede del suo modo di suonare un giudizio negativo (bravo, ma troppo meccanico), altri testimoni, come gli estasiati spettatori del suoi concerti svizzeri del 1784, furono conquistati proprio dalla ricchezza e dall’espressività del suo fraseggio. La fama di “padre del pianoforte” – uno strumento relativamente recente, che proprio a cavallo fra Settecento e Ottocento attraversò uno sviluppo enorme sul piano costruttivo e su quello della tecnica d’esecuzione – ha finito tuttavia per lasciare, di Clementi, un’immagine un po’ riduttiva, di mero cultore della tecnica strumentale: come d’altronde il fatto che di suo, nel repertorio corrente, siano rimasti soprattutto alcuni brani a carattere didattico, sui quali si sono affaticati – comprensibilmente senza entusiasmo – generazioni di studenti del pianoforte. Visione parziale ed ingiusta: la sua musica pianistica, che Beethoven stimava superiore a quella di ogni altro contemporaneo, presenta una stupefacente ricchezza di atteggiamenti espressivi, un controllo sovrano dei diversi mezzi stilistici e delle forme più moderne di conduzione del discorso tematico; né la produzione di Clementi si limita alla sola musica pianistica (le sinfonie, ad esempio, furono celebrate fra le migliori del suo tempo).

La ricorrenza attuale offre una buona occasione per ripensare e riesaminare, senza i pregiudizi del passato, la musica di Muzio Clementi. Da un lato si è avviata un’edizione moderna della sua opera, che possa renderla disponibile – in forma attendibile e senza incrostazioni – agli interpreti ed agli studiosi d’oggi; dall’altro gli vengono dedicati nuovi studi storico-critici. Fare il punto sullo stato attuale degli studi, e permettere una migliore conoscenza della figura di Clementi, è l’obiettivo delle iniziative organizzate – col sostegno essenziale del Centro di Studi Italiani di Zurigo – dall’Istituto di Musicologia dell’Università di Friburgo, diretto dal prof. Luca Zoppelli: al centro dell’iniziativa (cui dànno man forte anche l’Università di Berna e la sezione bernese della Società Svizzera di Musicologia) una tavola rotonda che si svolgerà il pomeriggio del 25 giugno, martedì, presso l’Istituto Medesimo con la partecipazione di alcuni fra i principali studiosi dell’opera di Muzio Clementi: fra di essi Anselm Gerhard, docente a Berna e massimo conoscitore della civiltà strumentale londinese che culmina in Clementi; ed i responsabili dell’Edizione Completa, recentemente avviata a Bologna. La sera stessa a Friburgo, nonché la sera predente (lunedì 24 giugno) presso il Conservatorio di Zurigo, sarà possibile ascoltare il fortepianista Andrea Coen in un programma interamente dedicato a Clementi, ed eseguito su uno strumento d’epoca, uscito dalla ditta londinese dello stesso Clementi, e certamente adatto, più di ogni altro, a corrispondere con le sue sonorità all’immaginazione musicale di questa affascinante figura di italiano europeo. (Italcult)


Data inserimento in rete: lunedì, giugno 10, 2002
IIC Copenaghen - Agenzia del 10/06/02

Il pianista e compositore Paolo Russo a Copenaghen

Notiziario NIP - News ITALIA PRESS agenzia stampa - N° 111 - Anno VIII, 10 giugno 2002
Copenaghen - Questa sera nell'auditorium del Rytmisk Musikkonservatorium si terrà, sotto gli auspici dell'Istituto Italiano di Cultura, un concerto del pianista e compositore italiano Paolo Russo, accompagnato da nomi di grande rilievo internazionale come Bo Stief e Andrea Marcelli.
Il giovane musicista pescarese, diplomato in pianoforte presso il Conservatorio L. D'Annunzio nel 1993, è stato ammesso, dopo severe selezioni, al Conservatorio per la Musica Ritmica, un'istituzione danese unica in Europa e famosa internazionalmente per il suo altissimo livello professionale e per aver tenuto a battesimo numerosi talenti, ormai stelle di prima grandezza nel campo del jazz.
Questo concerto corona la conclusione degli studi di Paolo Russo presso questo conservatorio. Paolo Russo, tra le numerose tournée che l'hanno portato, fra l'altro, in Germania, Belgio, Inghilterra, Irlanda, Italia, Svizzera e Russia, si è stabilito a New York e a Buenos Aires per lunghi soggiorni di perfezionamento.
È stato appunto durante la sua permanenza nella capitale argentina che Paolo Russo, ispirandosi alle musiche di Piazzolla, Aguirre, Gianneo, al tango e alla milonga ha introdotto nel suo stile jazzistico un originalissimo "sound" che si armonizza con quello che il compositore chiama"la fragranza del mare Adriatico".
Di prossima pubblicazione è il CD Alchemy, dal nome del complesso diretto dal musicista italiano, di cui fanno parte Bo Stief e Andrea Marcelli, che raccoglie le ultime esperienze musicali del compositore.
Ma la grande novità di questo concerto, che non mancherà di avere delle ripercussioni nell'ambiente del jazz internazionale, sono le composizioni che Paolo Russo eseguirà col bandoneon. Il bandoneon, uno strumento sviluppatosi in Germania e introdotto in Argentina alla fine del secolo XIX dai marinai tedeschi, è diventato l' "anima" del tango e della milonga. Se la chitarra è indissolubilmente legata alla musica country, il bandoneon è l'interprete di una musica urbana, nata nei barrios di Buenos Aires, ma di antica provenienza caraibica e negra, per opera di musicisti di prevalente origine italiana.
Incoraggiato da Pablo Ziegler, lo storico pianista dell'orchestra di Astor Piazzolla, il musicista pescarese ha imparato a suonare questo complicatissimo strumento diventandone un virtuoso. News ITALIA PRESS


Appello agli hacker: trovate la password, cultura a rischio

L'archivista di un Centro culturale norvegese muore. E si porta nella tomba la chiave d'accesso di un importante archivio elettronico. Disperati, gli studiosi chiedono su internet che gli hacker gli diano una mano

Il Nuovo, 7 GIUGNO 2002
OSLO – Un hacker per salvare la cultura. E’ quello che disperatamente chiedono i norvegesi del Centro Ivar Aasen, l’istituto per la lingua e la cultura del paese scandinavo, che non possono più accedere all’archivio elettronico che il ricercatore Reidar Djupedal ha realizzato quando era in vita perché nessuno conosce la chiave d'accesso.
Quando Djupedal è morto (nel 1994), aveva lasciato in eredità un archivio di oltre undicimila titoli - con testi, libri e giornali, dedicati alla cultura scandinava - l’archivio venne donato al Centro Ivar Aasen (l’ideatore alla fine del 1800 del “nuovo norvegese”, la seconda lingua ufficiale del paese) e affidato a un unico archivista, di recente scomparso senza tramandare ai posteri la password di accesso.
I curatori del Centro culturale si sono quindi ritrovati davanti a questa straordinaria scatola virtuale con l’accesso sbarrato e dopo centinaia di tentativi, fatti di anagrammi digitati davanti al computer, si sono arresi chiedendo pubblicamente l’aiuto di un qualsiasi programmatore in grado di abbattere il sistema di protezione.
L’appello il museo norvegese l’ha lanciato alla comunità scientifica e poi alla comunità mondiale di internet, chiedendo l’intervento di un hacker. Ottar Grepstad, il direttore del Centro, ha detto che finora le ha tentate tutte, digitando tutti gli anagrammi riconducibili ai nomi legati alle famiglie di Aasen e di Djupedal. L’accesso all’archivio è rimasto però chiuso e l’Istituto ha messo il suo catalogo su un sito web invitando tutti gli esperti di computer a tentare di trovare un ingresso.
Non sono mancate mail e telefonate di risposta contenenti suggerimenti. “Adesso”, dice il capo bibliotecario Kirsti Langstoeyl, “un esperto locale sta lavorando sul caso, cercando di risalire alle origini dell'archivio e di contattare gli ex colleghi del suo creatore. Ha ricevuto anche una copia di tutti i suggerimenti pervenuti per tentare di aprire l'archivio''.
Con la speranza che le informazioni contenute nell'archivio possano tornare alla luce per essere immesse nel sistema Bibsys, una banca dati che offre servizi a tutte le biblioteche universitarie norvegesi.
Il caso del Centro Aasen riporta comunque d’attualità un problema già noto al mondo informatico, quello della perdita delle password. Al quale la comunità scientifica adesso risponde con l’idea di creare un programma in grado lanciare una serie di funzioni - dalla notifica alla famiglia e agli amici alla spedizione di messaggi e alla cancellazione di dati ''sensibili'' - se non viene resettato alla scadenza prevista. E intanto gli hacker gongolano: come farebbe il web a sopravvivere se non ci fosse lo smanettone di turno pronto a intervenire in caso di cyber-emergenza?


Data inserimento in rete: domenica, giugno 09, 2002
- Articolo del 09/06/02

il personaggio
Io, diplomatico napoletano alla Farnesina

di p.r.

La Repubblica, 9 giugno 2002
C'era una volta una facoltà che poteva realizzare il sogno. Console, ambasciatore...era un trampolino per la carriera diplomatica.
Giuseppe Scognamiglio, 38 anni, napoletano, dopo aver già girato mezzo mondo, dalla Turchia all'Argentina, oggi al ministero è il custode delle innovazioni previste dall'annunciata riforma della Farnesina, è il tecnico che materialmente la sta «scrivendo». All'Orientale è stato da giovane laureato, come ricercatore esperto in diritto internazionale. «Quando ho iniziato spiega Scienze Politiche era la facoltà che formava meglio chi volesse intraprendere la carriera diplomatica. Ma rimaneva il problema: e se fosse andato male il concorso? Oggi è positivo andare verso una caratterizzazione economica della facoltà. Se avessi 17 anni, sceglierei Economia e Commercio, anche perché poi è più facile risolvere il problema dell'alternativa. Molti del mio concorso che non sono riusciti a superarlo, oggi sono manager in grandi aziende. Scienze Politiche dà un'ottima preparazione, ma meglio specializzarsi nella parte economica».
Ma molti studenti si lamentano per i pochi posti messi a concorso. «Non è proprio così spiega Scognamiglio ogni anno i posti sono sempre gli stessi: 28. E quest'anno ne sono stati previsti di più, 51. Si va verso l'allargamento degli organici in vista dell'attività di promozione economica annunciata dal governo».


Inform n. 114, 9 giugno 2002

Veneti nel mondo L’Assessore Zanon apre
a Berlino la Conferenza dei Veneti in Europa
“La nuova identità del Veneto nel 2000 deve riferirsi anche alle comunità
emigrate"


BERLINO - Parte da Berlino, nel cuore dell'Europa, la scommessa del Veneto
per una nuova forte identità che non sia solo economica ma anche sociale e
comunitaria e comprenda le esperienze e il patrimonio delle nostre comunità
emigrate all'estero. Comunità emigrate che non siano più solo testimoni del
passato ma partecipi a pieno titolo del futuro complessivo della regione.
Questa la linea portante della relazione con la quale l'assessore regionale
ai flussi migratori, Raffaele Zanon, ha aperto il 7 giugno presso l'Hotel
Holiday Inn Esplanade la Conferenza dei Veneti in Europa. La capitale della
Germania - paese dove vive la più grande comunità dell'emigrazione italiana
con oltre 650 mila persone è diventata così per tre giorni la capitale
dell'emigrazione veneta in Europa.
L'assessore Zanon si è soffermato su altri punti fermi della politica
regionale nei confronti dei Veneti in Europa. "Individuare la nuova
identità del Veneto nell'epoca della globalizzazione - ha detto - significa
valorizzare le comunità venete emigrate. Partire anche dall' "altro" Veneto
(quasi 5 milioni di emigrati e figli di emigrati veneti nel mondo) per
indicare un modello di sviluppo per il Veneto del 2000 che fornisca un
contributo originale alla costruzione dell'Europa del futuro: un'Europa che
non può riconoscersi solo nella moneta unica ma che va allargata e poi
unita. Per fare questo possiamo utilizzare la capacità, la pragmaticità, la
volontà di programmazione che fa parte delle migliori tradizioni venete".
Secondo l'esponente del governo regionale ci si trova "davanti a una sfida:
non accettare passivamente la globalizzazione ma saperla affrontare in
termini competitivi potenziando la ricerca, l'economia, la cultura,
costruendo un sistema che deve avvalersi anche del patrimonio e delle
esperienze delle nostre comunità venete nel mondo. Ne dovrà tener conto
anche il nuovo Statuto della Regione". L'assessore veneto ha parlato
davanti ad un centinaio di delegati di circoli veneti sparsi in tutt'Europa
e a rappresentanti delle istituzioni provinciali e comunali del Veneto che
hanno voluto essere presenti a questa assise dell'emigrazione veneta.
"Il problema del Veneto nel futuro - ha sottolineato Zanon - non potrà e
non dovrà essere a una dimensione solo economica. Il problema del Veneto
come quello di tutto il Nord Est non è solo più economia ma fare più
società, direi più comunità. E in questo si inserisce il tema dell'identità
che è in forte ripresa - ha aggiunto l'assessore - anche per le giuste
sollecitazioni pervenute dal Presidente della Repubblica e per
l'approvazione del diritto di voto per i nostri connazionali che vivono
all'estero". Nel vecchio continente risultano iscritti all'AIRE (l'anagrafe
degli italiani residenti all'estero) 2 milioni 218 mila italiani di cui si
calcola che oltre 200 mila siano veneti. La presenza maggiore
dell'emigrazione italiana e di quella veneta è soprattutto in Germania
(circa 700 mila italiani stabilitisi), in Svizzera (circa 525 mila), in
Francia (circa 380 mila persone) e in Belgio (281 mila).
I temi ai quali sono dedicate le giornate venete di Berlino riguardano
l'essere veneti in Europa nel mondo della globalizzazione, la mobilità e le
migrazioni nell'Europa dei popoli, la comunicazione multimediale e la
rappresentanza sociale, i diritti di cittadinanza nell'Europa del 2000 in
relazione soprattutto alla formazione, al lavoro e alla sicurezza sociale.
Dopo l'intervento di apertura dell'assessore regionale si è svolta una
tavola rotonda sul tema "Essere Veneti in Europa per fare sistema nel mondo
della globalizzazione". I lavori sono stati presieduti dal presidente del
Consiglio regionale del Veneto. Sono intervenuti Ulderico Bernardi
dell'Università di Venezia, Maurizio Castro direttore delle risorse umane
del gruppo Electrolux Zanussi, Gustavo Selva presidente della Commissione
Esteri della Camera dei Deputati, Vera Slepoj dell'Authority del Terzo
Settore, Romano Tiozzo direttore dell'Uniocamere del Veneto. (Inform)

Conferenza dei Veneti in Europa: molti giovani presenti
fra i delegati dei circoli veneti provenienti da tutta Europa


BERLINO - La Conferenza dei Veneti in Europa è il secondo appuntamento
dell'emigrazione veneta nel Vecchio Continente. Il primo si è tenuto in
Lussemburgo nel 1999. Nella seconda giornata dei lavori dell'assise
berlinese si sono affrontati i temi relativi alla mobilità e alle
migrazioni dei popoli in Europa, alla comunicazione multimediale e alla
rappresentanza sociale, ai diritti di cittadinanza nell'Europa del 2000 in
relazione soprattutto alla formazione, al lavoro e alla sicurezza sociale.
Sulle migrazioni dei popoli in Europa, la tavola rotonda è stata coordinata
dal Presidente dell'Unione Regionale delle Province Venete che ha ricordato
l'iniziativa attuata dalla Regione Veneto in collaborazione con i Ministeri
del Lavoro e per gli Italiani nel mondo a favore di oriundi veneti
d'Argentina che hanno avuto la possibilità di rientrare ed essere assunti
nelle fabbriche del gruppo industriale dell'Electrolux-Zanussi.
Franco Narducci, segretario generale del Consiglio Generale degli italiani
all'estero ha sottolineato che "la mobilità e le migrazioni nell'Europa dei
popoli, sono una tappa importante di un percorso che ha chiare due opzioni
per il futuro: l'avvio del processo di allargamento dell'Europa, la
possibile nascita di una costituzione europea". A differenza degli
appuntamenti precedenti con l'emigrazione veneta nel mondo, in questa
iniziativa berlinese organizzata dall'assessorato regionale ai flussi
migratori si nota una rilevante presenza, tra i delegati dei circoli veneti
che provengono da tutti i paesi d'Europa, di giovani d'origine veneta a
testimonianza di una ripresa di interesse notevole per il tema
dell'identità culturale e delle proprie radici e di un percorso di
rinnovamento all'interno dell'associazionismo che è stato auspicato da
tempo. (Inform)

Conferenza dei Veneti in Europa: tavola rotonda sui diritti di
cittadinanza nell'Europa del 2000: formazione, lavoro e sicurezza sociale


BERLINO - Il mondo produttivo veneto e il sindacato hanno accolto l'invito
dell'assessore regionale ai flussi migratori Raffaele Zanon, fatto a
Berlino durante la giornata di apertura dei lavori della Conferenza dei
Veneti in Europa, perché il Veneto pensi a un nuovo modello di sviluppo con
il contributo di tutti i soggetti sociali e politici per avere una regione
che non sia solo economia ma faccia più società, più comunità. Sabato
pomeriggio, infatti, durante lo svolgimento della seconda giornata dei
lavori della Conferenza, Luigi Rossi Lucani Presidente degli Industriali
del Veneto e Giorgio Santini segretario nazionale della Cisl, sono
intervenuti affrontando i problemi della formazione, del lavoro e della
sicurezza sociale nell'Europa del 2000 e, riferendosi all'intervento di
Zanon, hanno dimostrato di condividere le sue sollecitazioni, per un
confronto su un nuovo modello di sviluppo che integri economia e società,
economia e politica.
Dopo l'intervento dell'assessore regionale al lavoro e alla formazione
professionale della Provincia di Padova che si è soffermato sui temi della
formazione all'interno del contesto europeo, Rossi Lucani ha affermato che
"l'economia veneta, pur avendo subìto un rallentamento, continua a crescere
più di quella italiana e più di quella europea" e ha ricordato che "il
numero più alto di immigrati non è richiesto dall'industria bensì dal
settore della cura alle persone e dall'agricoltura, nella misura del 60 per
cento delle richieste totali". "Il Veneto - ha detto ancora l'imprenditore
veneto - è un territorio che va mutando, che va ridisegnato su un nuovo
modello di sviluppo". Santini da parte sua ha sottolineato che vanno tenute
assieme le misure per l'occupazione, la riforma dell'economia e la coesione
sociale. "L'immigrazione odierna nella nostra regione - ha detto ancora -
rappresenta una metafora delle sfide future del Veneto nel contesto
europeo. Per arrivare alla sicurezza - ha proseguito - bisogna partire
dall'integrazione e l'integrazione si può ottenere solo con il lavoro".
Secondo il rappresentante sindacale tre sono le sfide future che si
presentano al Veneto nell'Europa del 2000: aprirsi ai mercati, coniugare
flessibilità e sicurezza, ripensare al sistema dei servizi alle persone.
(Inform)