lunedì, febbraio 28, 2005

A Bruxelles le lingue sono troppe

INUTILE BATTAGLIA ITALIANA
di Gian Giacomo Migone

La Stampa, 28 febbraio 2005
L’ESCLUSIONE della lingua italiana dalle conferenze stampa di Bruxelles ha attirato l'attenzione sulla Babele linguistica che sono le istituzioni dell'Unione Europea.
Tre sono le prerogative di uno Stato sovrano: un territorio, un governo e una moneta comuni. La lingua non è tra queste. Eppure, per funzionare è ovvio che coloro che occupane le istituzioni comuni devono intendersi tra loro. Oggi ciò avviene tramite interprete. Nelle sedi più ufficiali (Parlamento, Consigli dei ministri) tutte le venti lingue dei venticinque paesi membri devono essere tradotte in tutte le altre: anche dal danese allo sloveno, magari attraverso una staffetta in cui una lingua più nota, di solite l'inglese, funge da tramite. Insomma, una Babele.
Chiunque abbia sperimentato questa forma di comunicazione, ne ha constatato i pregi - un buon interprete trasmette non solo il contenuto, ma le sfumature e il tono della comunicazione originaria - ma anche i limiti: le inevitabili imprecisioni, soprattutto la mancanza di un rapporto emotivo che la traduzione attenua o spegne del tutto.
Ma è con il passaggio dalle lingue ufficiali alle cosiddette lingue di lavoro, nelle sedi sostanzialmente più importanti (negoziati, conferenze stampa, incontri ristretti) che si scatena la bagarre. In omaggio alle identità nazionali (e, soprattutto alla potentissima lobby degli interpreti che hanno trovato una greppia di dimensioni - e costi - colossali) ogni esclusione risulta arbitraria. Perché tedesco e non italiano? Perché italiano e non spagnolo? E perché rappresentanti dei paesi piccoli devono parlare le lingue dei paesi più grandi e non viceversa? Proprio per darne prova, in una passata riunione dei presidenti delle commissioni Esteri dei parlamenti europei, sono sempre intervenuto nella mia madrelingua, lo svedese, ammesso perché lingua dell'allora presidenza.
Anziché combattere una battaglia di retroguardia, nel lungo periodo perdente, perché l'Italia non propone di risolvere il problema alla radice? Se siamo il paese che si è sempre battuto per il massimo di unità dell'Europa, cerchiamo una soluzione unitaria, da applicarsi, per carità, gradualmente: due lingue ufficiali, le più diffuse nel maggior numero di paesi, una di ceppo germanico (l'inglese) e l'altra di ceppo latino (il francese). Ma a una condizione: che gli inglesi (e gli irlandesi) si esprimano in francese e i francesi (nonché i valloni) in inglese. Rinunciando all'unfair advantage, all'ingiusto vantaggio (vedete come è impossibile tradurre con precisione?) di usare la propria lingua.
g.gmigone@libero.it

domenica, febbraio 27, 2005

Non trasformiamo Dante in straniero

di Mina

La Stampa, 26 febbraio 2005
Saremo anche un popolo di fallocefali, un’accozzaglia di cialtroni, ma l’ipotesi di escludere l’italiano dalle conferenze-stampa dell’Ue mi pare decisamente troppo. Certo, se il provvedimento servisse ai giornalisti nostrani per capire quel che si dice nel burocratificio di Bruxelles, senza la mediazione degli interpreti, la cosa potrebbe anche essere un utile esercizio di apertura ad altre espressioni linguistiche. In fondo, un po’ di fatica non ha mai fatto male a nessuno. Purtroppo, però, non vedo alcun intento educativo nell’ennesima malefatta europea. Esigenze di contenimento dei costi? Volontà di evitare la proliferazione delle traduzioni, per impedire che Bruxelles o Strasburgo si trasformino in una succursale della torre di Babele? O forse abbiamo abituato troppo bene l’Europa, con italiani che in quelle sedi si esprimono in perfetto francese, come la Bonino, o che, come Buttiglione, si lanciano in disquisizioni sulla morale kantiana in un invidiabile tedesco? Non so. Di fatto siamo di fronte alla traduzione, stavolta in forma concreta, delle barzellette che ci raccontavamo da piccoli, dove c’erano sempre quattro protagonisti: «Ci sono un inglese, un francese e un tedesco...». Da ultimo sbucava fuori, come un piccolo e bistrattato Calimero, l’italiano, irrimediabilmente destinato alla brutta figura. Immancabili e prevedibili i cori di protesta. Soprattutto di ministri che reagiscono alla protervia europea alzando il tono della voce. L’emarginazione sancita a Bruxelles è la variante europea di una morte che è già stata decretata a casa nostra. La scuola, che annega nei metodi, somministra test, organizza moduli, monitorizza le competenze, costruisce griglie e colma i debiti, privilegia l’educazione stradale piuttosto che la lettura di un sonetto di Petrarca. Gruppi di resistenza si intravedono nelle università, dove liberi studenti, che Dio li benedica, organizzano corsi in cui si legge e si commenta tutto Dante, dopo la sua sostanziale esclusione dai programmi di studio. Invece di inanellare sequele urlate di aggettivi, con tutte le varianti sinonimiche di «inaccettabile», datevi da fare, cari ministri, perché nessuno studente possa considerare Ariosto, Tasso e Leopardi come stranieri che parlano un idioma incomprensibile. E che nessuno, di fronte a chi osasse dire «sciacquare i panni in Arno», sia costretto a chiedere, con occhio ebete: «Perché proprio nell’Arno?».

Italiano declassato «Lacrime finte»

L’OSSERVATORE ROMANO

Corriere della Sera, 27 febbraio 2005
CITTÀ DEL VATICANO - «Sono lacrime di coccodrillo» quelle versate «dai responsabili dell’Accademia della Crusca e dagli uomini politici delle più diverse estrazioni» per il declassamento dell’italiano nell’Unione Europea. Lo sostiene L’ Osservatore Romano : «Pare che in Italia si sia spensieratamente archiviata la questione dell’esclusione dell’italiano dalle traduzioni delle conferenze stampa». Il gesto, secondo il quotidiano della Santa Sede, potrebbe «preludere a una definitiva emarginazione» della nostra lingua. «Un segnale di enorme gravità».

sabato, febbraio 26, 2005

Contro il declassamento di italiano e spagnolo insorgono i partner Ue

Il Tempo, 26 febbraio 2005
BRUXELLES — Italia e Spagna hanno vinto una prima battaglia ottenendo dai partner europei «una sostanziale adesione» alla protesta contro le modifiche apportate dalla Commissione Ue al regime linguistico usato per molte conferenze stampa dei commissari europei, che ha escluso l'italiano e lo spagnolo dalla traduzione, inserendo in modo permanente il tedesco, accanto a inglese e francese. Portandolo sul tavolo del Coreper - il Comitato dei rappresentanti permanenti dei 25 Stati membri della Ue, da dove passano tutti i dossier europei più importanti - l'ambasciatore italiano Rocco Cangelosi e quello spagnolo Carlos Bastarreche hanno fatto diventare politico il caso. Il rappresentante della Commissione Eckart Guth ha reagito indicando una disponibilità a migliorare il sistema per venire incontro alle richieste italo-spagnole. Per l'Italia, le modifiche introdotte dalla Commissione Barroso alla fine di novembre hanno fatto saltare gli equilibri esistenti. L'Italia - terzo contribuente netto al bilancio comunitario - ha anche insistito sul fatto che la traduzione linguistica verso la propria lingua, oltre a essere un diritto, è un servizio che gli Stati membri e i cittadini si aspettano come corrispettivo dei contributi versati. Insieme, Roma e Madrid hanno ribadito che un regime trilingue (inglese, francese e tedesco) è inaccettabile. Il declassamento del peso dell'italiano nelle istituzioni europee è la spia di un problema più vasto che riguarda la mancanza di scuole italiane negli istituti europei del Belgio, dove i nostri connazionali sono circa trecentomila.

L’italiano salvato dai migranti

L’elzeviro di Giuseppe Caliceti

Liberazione, 26 febbraio 2005
La scorsa settimana ha destato molto scalpore una notizia: la lingua italiana è stata decretata off limits dagli atti ufficiali del Parlamento e della Commissione europea. L’Italia ha protestato tramite il suo ambasciatore all'Ue. Durante la settimana si sono susseguite trasmissioni radio e articoli sui giornali, anche da parte di opinionisti e/o scrittori, che gridavano allo scandalo e proponevano soluzioni per ridare vigore alla diffusione della lingua italiana in Europa e nel mondo. D'altra parte, il nostro governo, che ha scommesso sulla presidenza Barroso, è stato ricambiato nominando cinque portavoce tedeschi, cinque francesi, tre inglesi, uno spagnolo e nessun italiano. Anche l'Accademia della Crusca - che non manca mai in queste occasioni - ha sollevato proteste per l'ostracismo decretato nei confronti della nostra lingua, espulsa dai documenti ufficiali dell'Unione. Non è tutto. Il ministro degli Esteri Gianfranco Fini ci ha fatto sapere con un lungo articolo che persino Thomas Eliot, ricordando che la poesia di Dante Alighieri è "europea", esprimeva la sua alta considerazione per il nostro idioma.
D'altra parte, l'importanza e la diffusione di una lingua, è sempre stata una questione di potere. Non a caso il famoso "esperanto" non è mai decollato. E l'Italia politica paga la sostanziale nullità della propria influenza ai piani alti dell'euroburocrazia di Bruxelles.
In passato, come insegnante elementare, sono stato distaccato dall'insegnamento su classe per quattro anni per curare "sul campo" un progetto di integrazione dei bambini migranti nelle scuole elementari di Gattatico e Sant'Ilario d'Enza, due paesi tra Parma e Reggio Emilia: poi il progetto è stato soppresso per mancanza di fondi. Per due anni ho poi avuto modo di essere docente di italiano in corsi accelerati di italiano per giovani uomini di altri paesi (per lo più operai di fonderie) e per giovani e meno giovani donne migranti (operaie, ma anche badanti) che lavoravano in Emilia. Perciò ho seguito con attenzione questa notizia, proveniente da Bruxelles, sull'italiano.
Per rilanciare e diffondere questa nostra povera lingua così bistrattata, ho letto e ascoltato nei giorni scorsi proposte di ogni tipo. E in larga parte condivisibili. Dall'idea di puntare al rilancio collegando l'italiano alla nostra prestigiosa tradizione letteraria, a quella di collegarla a importanti settori di produzione artistica - ma non solo, - dove è già una sorta di lingua indispensabile: si pensi ai settori della moda, della lirica, dell'architettura, del teatro, del design.
La proposta più radicale, convincente e interessante, l'ho comunque ascoltata durante una trasmissione radiofonica intitolata "La lingua del potere, il potere della lingua", su Radio 3. Lo scrittore Erri De Luca parlava dei migranti che arrivano in Italia come possibili "ambasciatori della lingua italiana in Europa e nel mondo".
Anche secondo me, al di là del ruolo più o meno strategico della Case della Cultura italiana all'estero, insegnare bene l'italiano a cittadini italiani di origine non italiana, non è solo un segno di civiltà, ma senza dubbio anche il sistema più semplice e efficace per diffondere e radicare la nostra lingua: non solo nel nostro Paese, ma anche in tanti altri.
Peccato che in questi ultimi anni, rispetto al tema della lingua e in genere della scuola, di fronte alle nuove migrazioni, al di là dei proclami elettorali, l'impegno degli ultimi due o tre governi che si sono succeduti, sia andato scemando. Al punto che queste grida di allarme di Fini e di altri politici di oggi, dopo i nuovi tagli di personale e di fondi del Ministro dell'Istruzione Letizia Moratti, - anche rispetto ai progetti scolastici di integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti nelle scuole italiane - fanno sorridere per la loro goffaggine, ipocrisia e inutilità.

Traduzioni Ue, asse Italia-Spagna

Dal nostro inviato Enrico Brivio

Il Sole 24 ore, 26 febbraio 2005
BRUXELLES - Qualcuno, tra i i 24 ambasciatori europei a! tavolo in ascolto, ha strabuzzato gli occhi nel momento in cui l’ambasciatore Rocco Cangelosi ha cominciato a parlare in italiano. Ma quando, dopo qualche battuta, è passato come di consueto al francese, tutti hanno capito che non si tratta di un lapsus linguistico ma di un gesto premeditato.
Cangelosi ha così voluto sottolineare ieri la sua ferma protesta all'interno del Coreper, Comitato dei rappresentanti permanenti dei 25 presso l'Unione, contro la strisciante deriva dello istituzioni europee e in particolare ella Commissione Ue, verso la formalizzazione di un trilinguismo (inglese, francese e tedesco), che erode gli spazi di lingue come come l’italiano e lo spagnolo.
Ed è stato prontamente sostenuto fall'ambasciatare spagnolo; Carlos Bastarreche, che ha osservato come l’abolizione della tradizionale rotazione tra nove lingue nel regime d interpretariato di alcune conferenze stampa di commissari Ue, “rischi di essere la goccia che fa traboccare il vaso».
La levata di scudi italo-spagnola sembra preludere a un ripensamento del regime delle traduzioni in sala stampa, visto che il rappresentante della Commissione europea Eckart Guth ha assicurato che si studieranno miglioramenti alla situazione, mentre anche i giornalisti reclamano voce in capitolo, come in passato. E la stessa presidenza lussemburghese ha chiuso il dibattito, registrando una sostanziale condivisione delle preoccupazioni di Italia e Spagna.
Cangelosi ha riferito al Coreper la reazione di media, opinione pubblica e Governo in Italia ai cambiamenti apportati nella sala stampa di Bruxelles, quando ci siano conferenze di commissari in giorni diversi dal mercoledì. Ma ha anche ricordato di aver già protestato in passato per una questione dall'impatto economico e politico ancor più rilevarne: il fatto che alcuni bandi di gara, offerte di impiego e concorsi indetti dalla Commissione Ue sono pubblicate soltanto nelle tre lingue dominanti e non in altri idiomi. “Sono situazioni che creano problemi di disparità tra i cittadini dell’Unione – ha sottolineato Cangelosi – e che rischiano di far crescere in maniera esponenziale i ricorsi al mediatore europeo e al Tribunale di prima istanza”. Poi è intervenuto l’ambasciatore portoghese Alvaro Mendonca e Moura per ribadire la posizione “tradizionale” di Lisbona, ovvero a favore della pari dignità di tutte le lingue, anche di Paesi piccoli, mentre il danese Claus Grube ha fatto presente che bisogna trovare soluzioni che garantiscano l’efficacia delle istituzioni. Non facile trovare la quadratura del cerchio. Del resto, gli stessi ambasciatori del Coreper - a parte l'intermezzo di Cangelosi - hanno usato nel corso delle discussioni le loro tradizionali tre lingue di lavoro: francese, inglese e tedesco.

venerdì, febbraio 25, 2005

Italiano declassato - Barroso ci ripensa

Il presidente della Commissione: risolverò tutto. Linea dura di Pisanu e Castelli
Ma scuole Ue chiudono sezioni nella nostra lingua
di Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 25 febbraio 2005
BRUXELLES - Il presidente della Commissione europea, il portoghese José Manuel Barroso, ha annunciato che sta cercando «una soluzione pragmatica» per non essere più accusato del declassamento dell'italiano e dello spagnolo nella sua istituzione comunitaria, rivelato dal Corriere e poi contestato ufficialmente dai governi di Roma e di Madrid. Ma i ministri della Giustizia e dell'Interno, Roberto Castelli della Lega e Giuseppe Pisanu di Forza Italia, hanno ribadito a Bruxelles la linea dura dell'Italia nelle difesa della lingua nazionale e l’indisponibilità a vederla ingiustamente penalizzata nei confronti dell'inglese, del francese e del tedesco, le tre superprivilegiati nell'Ue. Inoltre stanno emergendo discriminazioni perfino nel sistema di scuole nelle lingue comunitarie (controllato dalla Commissione e finanziato dai governi dei 25 Paesi membri), che ha deciso di chiudere sezioni italiane in Germania, Gran Bretagna, Belgio e Norvegia.

RETROMARCIA - Dopo le proteste dei governi di Berlusconi e Zapatero, Barroso ha subito rimesso in discussione sia l’eliminazione dell’italiano e dello spagnolo dalle conferenze stampa dei commissari nei giorni diversi dal mercoledì (quando sono ancora tradotte tutte le lingue principali), sia la promozione del tedesco a lingua quasi stabile della sala stampa di Bruxelles (in aggiunta al francese e all'inglese). Ha garantito un intervento efficace e di non avere alcuna intenzione di discriminare lingue importanti e significative come l'italiano e lo spagnolo». Ha poi anticipato l'inserimento di un vice-capo italiano nell'ufficio dei portavoce: per frenare le proteste scaturite dalla nomina di sei francesi, cinque tedeschi, cinque britannici e nessun italiano. Barroso, esternando rispetto per «la bella lingua italiana», si è impegnato a parlarla un po' in una prossima conferenza stampa. Ieri però ha mantenuto il cambiamento contestato (inglese, francese, tedesco e lingua del commissario) aggiungendo così solo il suo portoghese.

LINEA DURA - Il governo di Roma non intende allentare la pressione finché non vedrà una soluzione concreta. Oggi ha in programma di sollevare il caso delle lingue declassate nella riunione a Bruxelles degli ambasciatori presso l'Ue dei 25 Paesi membri, dove Francia, Germania e Regno Unito (appoggiati sulle questioni linguistiche da Belgio, Austria e Irlanda) potrebbero trovarsi sotto accusa. «E' assurdo e inaccettabile che l'italiano venga tolto - ha protestato Castelli -. Bisogna che l'Europa torni sui suoi passi. Pretendiamo la dignità che il nostro ruolo storico esige». Pisanu ha aggiunto di considerare l'esclusione dalle conferenze stampa «una improvvida decisione amministrativa, che ha sottovalutato le conseguenze politiche che avrebbe prodotto». Ha invitato Barroso a rimediare «perché l'Italia non è seconda a nessuno, come Paese fondatore» e «perché è il terzo contribuente netto dell'Ue».

DISCRIMINAZIONI - Crea polemiche anche la decisione di chiudere le sezioni in italiano della Scuola europea a Culham (Londra), Mol (Belgio), Bergen (Norvegia) e, soprattutto, a Karlsruhe. In questa città della Germania, dove non esistono alternative per studiare in italiano, 1'Ue ha invece mantenuto perfino la sezione in tedesco. Un comitato di genitori italiani di Karlsruhe sospetta una strategia del vertice di Bruxelles che punterebbe a concentrare le classi in inglese, francese e tedesco e a riservarle solo ai figli dei superpagati eurocrati, diplomatici e manager di multinazionali. Sono stati infatti imposti ingenti aumenti delle rette e incredibili discriminazioni nelle iscrizioni, che appaiono in contrasto con il principio costituzionale dell'eguaglianza dei cittadini nell'accesso all'istruzione finanziata con il denaro dei contribuenti europei.

Quella babele di Bruxelles

L’italiano sotto tiro
di Adriana Cerretelli

Il Sole 24 ore, 25 febbraio 2005
BRUXELLES - Il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso ha convocato ieri giornalisti italiani e spagnoli per assicurare che sarà trovata «una soluzione pragmatica» al regime delle traduzioni in sala stampa. Barroso ha annunciato che presto parlerà in italiano e conta di «essere compreso altrettanto bene di Prodi»: cercando così di placare le polemiche nate dall'esclusione di italiano e spagnolo, ma non del tedesco, in giorni diversi dal mercoledì. Oggi il regime linguistico sarà discusso dagli ambasciatori dei 25 del Coreper. Il ministro italiano della Giustizia, Roberto Castelli, ha definito il declassamento dell'italiano «una umiliazione intollerabile» e il ministro degli Interni, Giuseppe Pisanu, ha parlato di «improvvida decisione amministrativa».

Mai giocare coni regimi linguistici. Chi ci prova, anche con ottime intenzioni, rischia di scottarsi le mani. A Bruxelles è stato facile depennare di soppiatto italiano e spagnolo e inserire alla chetichella il tedesco nel servizio di traduzione simultanea riservato ai commissari che tengano conferenze stampa in giorni diversi dal mercoledì (quando invece sono garantite tutte le 20 lingue dell'Unione). A suggerire il cambiamento del resto è stato un italiano, il direttore generale del Servizio Interpreti della Commissione Ue, ansioso di garantire un servizio migliore, pur tra le mille complicazioni e i costi indotti dall'allargamento. Il portavoce di José Barroso ha accolto quel suggerimento. La sua gaffe non è stata la decisione ma il silenzio che l’ha accompagnata. E così da un casus belli per pochi addetti ai lavori di Bruxelles, è nato un mezzo putiferio. Italia e Spagna ora vogliono veder chiaro nell’intero regime della Commissione. Che è come mettere il naso in un vespaio.
L'art. 1 del regolamento Ue del 1958 riconosce pari dignità a tutte le lingue ufficiali dell'Unione. Però aggiunge che ogni istituzione potrà decidere il proprio regime. Alla Corte di Giustizia da sempre la lingua di lavoro è il francese. Alla Commissione sono tre francese, inglese e tedesco. Rigorosamente per prassi. Niente regole scritte giuridicamente vincolanti, meglio evitare di svegliare i cani che dormono.
Con l'allargamento la Commissione Prodi ha varato la riforma Kinnock che ha cambiato alcune carte in tavola: traduzione integrale sempre in tutte le lingue di tutti gli atti legislativi. Per gli altri documenti di lavoro (Libri bianchi, comunicazioni, bandi di gara e di concorso ...) integrale solo in francese, inglese e tedesco. Nelle altre lingue solo versioni in formato ridotto: un handicap per chi le riceve, una discriminazione, mugugnano in molti. Il brevetto europeo crocifisso sulla questione linguistica la dice lunga sull'argomento. Come se ne esce a questo punto?
Bilinguismo, francese e inglese, prpongono Italia e Spagna. Ma nessuno osa estromettere il tedesco, parlato da 100 milioni di europei. Allora sei lingue invece di tre, con italiano, spagnolo e polacco in nome del loro peso demografico. La quadratura del cerchio? Troppo facile. Al Consiglio dei ministri le lingue sono sei ma con ... l'olandese. Mai provocare Babele.

Made in Italy

Buongiorno
di Massimo Gramellini

La Stampa, 25 febbraio 2005
Può apparire curioso che i commenti più indignati contro il declassamento dell’italiano nelle istituzioni europee vengano da leghisti come Castelli che vorrebbero retrocederlo a lingua di riserva persino a casa nostra. E’ invece solo desolante il modo in cui un po’ tutte le vittime hanno reagito allo schiaffo. I politici di destra se la sono presa con l’Europa cinica e bara, oscillando fra la retorica dell’oltraggio alla cultura, di cui si erano sempre disinteressati, e la partita doppia del pago-pretendo, con riferimento ai soldi che versiamo a Bruxelless. I politici di sinistra hanno taciuto, forse per l’imbarazzo di dover spiegare come mai il quinquennio europeo di Prodi abbia prodotto questo bel risultato di immagine. E i non politici? Hanno incolpato i politici, senza chiedersi cosa abbia fatto il mondo imprenditoriale per difendere la nostra lingua.
Perché è vero che il declassamento, più che una bocciatura culturale è una radiografia di muscolatura politica (in serie B ci è finita pure una lingua parlatissima come lo spagnolo). Ma resta da capire quale diritto abbiano di lamentarsene gli artefici del “made in Italy” che persino per autodefinirsi usano l’inglese: dagli stilisti che lardellano i comunicati stampa di “cool” e di “fashion” agli albergatori che con una cortesia sguiata che spesso tracima nel servilismo fanno gli americani con gli americani, i russi con i russi e se arrivasse un aborigeno improvviserebbero una danza tribale pur di compiacerlo. Il prestigio non si può pretendere. Bisogna meritarselo.

La lingua italiana “declassata“ dalla Ue A Bruxelles si parla solo inglese, francese e tedesco

(9colonne)24 febbraio 2005 BRUXELLES - La lingua italiana “si è persa in fase di traduzione a causa dei burocrati di Bruxelles”. Peter Popham descrive per il britannico "Independent" l’amarezza provata dagli italiani nel sapere che la loro lingua è stata cancellata dalla lista delle 20 maggiori da tradurre nel corso dei vertici europei. “L’Italia è stata colpita direttamente nel suo orgoglio da Bruxelles e da Washington. I burocrati di Bruxelles hanno deciso l’equivalente di una pugnalata al cuore dell’amor-proprio italiano quando hanno degradato la lingua di Dante e Petrarca allo stesso livello di quella di Slovenia e Olanda. I vertici Ue hanno rimosso l’italiano dalla lista delle lingue che meritano la traduzione ad ogni conferenza stampa. Ora - informa l’Independent - solo inglese, francese e tedesco hanno questo diritto. La traduzione italiana è prevista soltanto al mercoledì”. Rocco Buttiglione ha definito la decisione “inaccettabile”.Ma -aggiunge Peter Popham – “questo smacco non è il solo. Una profonda umiliazione è arrivata anche da Washington, quando in sede europea sono stati letti i nomi dei leader di governo che avrebbero parlato con il presidente Bush di temi fondamentali, Blair del Medio Oriente, Schroeder dell’Iran. Un nome mancava all’appello. Fortunatamente, i repentini avvisi e le proteste giunte da Roma hanno permesso di rimediare all’errore. E il nome di Silvio Berlusconi è stato aggiunto alla prestigiosa lista”. “L’italiano, come lingua e come cultura, non può non essere un proficuo canale di comunicazione anche in Europa. Espressione fulgida di una tra le più grandi culture dell’umanità, l’italiano merita di essere parte dell’identità della nuova Unione europea che siamo impegnati a costruire”. E’ il parere di Alessandro Foglietta, deputato di Alleanza Nazionale al Parlamento europeo, rispetto alla decisione assunta in sede Ue di cancellare la lingua italiana dalla maggior parte delle conferenze stampa dei commissari europei. “La discriminazione della nostra lingua – spiega Foglietta – è risalente nel tempo. Contro di essa l’intero Paese, al di là delle appartenenze politiche e degli orientamenti culturali, deve battersi. In ogni caso, ogni polemica che dovesse investire il nostro ministro degli Esteri Fini e il neo commissario Ue Frattini - entrambi di nomina assai recente - circa una loro presunta arrendevolezza sarebbe pretestuosa”. La rubrica del Financial Times riservata alla puntualizzazione in chiave ironica della politica internazionale, l’“Observer”, si è occupata della scarsa "passione" di Manuel Barroso per le lettere. Il nuovo presidente della Commissione europea, Barroso, è stato letteralmente sommerso da missive di protesta giunte dall’Italia, che contestano la recente decisione di togliere l’italiano dalla lista ufficiale delle 20 lingue più importanti, lista che i traduttori devono seguire per stabilire le modalità di traduzione contemporanea nel corso di vertici e riunioni europee. Barroso non ha ancora risposto alle sollecitazioni italiane. L’Observer sottolinea che “in effetti non c’è modo di sapere se il presidente della Commissione abbia ricevuto o meno queste lettere di protesta - continua il pungente ‘Osservatore’. Ai cari vecchi tempi delle presidenza Prodi, la lista della corrispondenza era pubblica. Barroso, che ha promesso trasparenza, ha invece preferito eliminare questa positiva consuetudine".

giovedì, febbraio 24, 2005

Senza italiano un'Europa di ubriachi e puzzoni

Non si può dissociare una lingua da una cultura
Oggi la Commissione europea dovrà decidere se escludere o meno la lingua italiana dalle conferenze stampa della stessa Commissione
di GIOVANNI GOBBER

Libero, 24 febbraio 2005
Diceva Wilhelm von Humbold che le diverse lingue sono quadri diversi del mondo. Ogni lingua offre uno sguardo peculiare sulla realtà. In essa si deposita l’esperienza, la storia, la tradizione di una comunità di parlanti.
La lingua è forse la principale istituzione di una comunità. Senza lingua, un popolo è privato delle memorie, della tradizione che l’ha costituito. Persa la lingua, una comunità è assorbita entro un'altra: è capitato ai Longobardi ai Goti e ad altri popoli germanici che giunsero nell'Impero Romano. Avvenne lo stesso alle popolazioni celtiche del continente, e poi a Franchi di Carlo Magno. Nelle comunità di area linguistica francese e italiana sono confluiti, insieme alle genti che parlavano idiomi eredi del latino, gli antichi popoli celtici e germanici. Le loro parlate hanno lasciato qualche traccia nelle aree di lingua francese e italiana. Ma la matrice dominante fu latina, perché latina era la lingua e la cultura dell'Europa in stato nascente. Le tradizioni galliche, longobarde, gotiche non ressero perché i loro popoli le lasciarono perdere: forse conclusero che non valeva la pena mantenerle, e abbracciarono un'altra lingua e un'altra cultura, portatrice di un modo nuovo di guardare alla realtà.
La lingua è uno strumento di comunicazione. Ma è anche uno strumento costitutivo della comunità: siamo italiani non solo perché c’è lo Stato italiano, ma anche perché abbiamo in comune la lingua. Non ci riferiamo al dialetto, che serve nell'esperienza quotidiana. Abbiamo in mente la lingua come deposito organizzato di un patrimonio di esperienze chiamato cultura. Qui, per “cultura" non intendiamo gli "usi e costumi", che variano da borgo a borgo, ma lo spirito che li anima: è il contributo di un popolo alla comprensione del mondo. Così, nell'apporto degli italiani alle arti e alle scienze si coglie in filigrana un gusto tutto "italiano" per la vita, e per il vivere bene, che gli altri popoli ci invidiano. In fin dei conti, qui c’è un tratto essenziale del punto di vista cristiano sull'esistenza: siamo contenti di vivere. A suicidarsi, pensino gli europei sopra alle Alpi, dove tutto è così perfetto, che si è persa la voglia di rischiare, e magari anche di vivere.
Non si può dissociare una lingua da una cultura: si imparano insieme, come fanno i bambini che diventano adulti crescendo insieme con la comunità e diventando, anche per questo, italiani. L'individuo isolato è una possibilità disumana: piace tuttavia a quell'ammasso di europei sradicati che hanno perso la trebisonda e pensano che la realtà sia come loro se la sognano.
Senza la cultura e la lingua italiana l'Europa sarebbe un ammasso di inglesi ubriachi, di tedesche malvestite e di francesi maleodoranti (e ci dispiace per le francesi). Questo tuttavia vogliono i voivodi francesi e tedeschi dell'Unione Europea. Non vengano a raccontarci che l' italiano resta una lingua ufficiale uguale tutte le altre eccetera eccetera. Non spiegano mica perché il francese e il tedesco siano più uguali delle altre. Passi per l’inglese: è la lingua franca internazionale, ed è la lingua parlata da metà degli italiani, che si sono trasferiti in America, dove magari anche a noi converrà tra poco cercare rifugio.
I kapò di Bruxelles mortificano l'italiano perché detestano il popolo italiano. Non una novità: il principe di Metternich diceva che l’Italia è un'espressione geografica. Può darsi che sia vero: ma è meglio essere nati in un'espressione geografica, che trascinarsi per la vita con lo sguardo inespressivo di certi euroburocrati nordici.
Si sentono superiori a noi italiani. Hanno stabilito che l’italiano è la lingua di un popolo di pezzenti berlusconiani. Ci tollereranno in futuro solo se chiederemo scusa di esistere e finiremo di svendere loro il nostro patrimonio nazionale. Ma dobbiamo toglierci dalla testa di contare.
Avviene infatti che, oggi, nel nostro continente comandino classi dirigenti subordinate a un asse franco-tedesco.
Anche in Italia, peraltro,la "razza padrona" e gli intellettuali suoi servitori hanno il mito dello statalismo centralista francese e tedesco, che si è riversato sulle istituzioni comunitarie e ha imposto all'Europa l'ottusità di burocrati abituati a girare come rotelline di un ingranaggio.
Un mostro del genere ha scelto di parlare con le lingue dei capi. Tutti coloro che non accettino la supremazia della trojka franco-anglo-tedesca saranno presto dichiarati "barbari". Questa parola indica "gli altri", che balbettano, perché non sono capaci di parlare: sono più vicini alle bestie che agli uomini. Ma a stabilire i confini tra la bestia e l'uomo non sarà la realtà: saranno i "superuomini" del comitato di Bruxelles.

Italia e Spagna unite: la Ue non rinunci alle nostre lingue

EUROPA/Protesta ufficiale dei Governi. Barroso pronto a mediare.
An: senza tradizioni, sciopero bianco a Strasburgo
di Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 24 febbraio 2005
BRUXELLES - Il caso del declassamento della lingua italiana in Europa è stato fatto inserire dal governo Berlusconi all'ordine del giorno della riunione di domani a Bruxelles degli ambasciatori presso l'Unione Europea dei 25 Paesi membri. Ma anche la Spagna ora appoggia l’Italia in quella che sta diventando la rivolta delle lingue ridimensionate nelle attività comunitarie dallo strapotere del trilinguismo (inglese, francese e tedesco). L'ambasciatore di Madrid presso l'Ue ha scritto una lettera di protesta in cui definisce «inaccettabile» l'analoga penalizzazione riservata alla lingua del suo Paese dalla portavoce-capo del presidente della Commissione José Manuel Barroso. Questo perché sono stati eliminati l'italiano, lo spagnolo e altre lingue meno parlate dalle conferenze stampa dei commissari nei giorni diversi dal mercoledì (l'unico in cui continuano ad essere tradotte), mentre è stato promosso di fatto il tedesco come terza lingua quasi stabile della sala stampa della Commissione, in aggiunta all’inglese e al francese.

DOPPIO ATTACCO - L'attacco politico contro il trilinguismo nell'Ue si sta così estendendo in Europa e in Italia. E non mette più in imbarazzo solo l'istituzione comunitaria di Bruxelles. A Strasburgo il leader degli eurodeputati di An, Cristiana Muscardini, ha annunciato che la sua delegazione attuerà uno «sciopero bianco» ogni volta che nell'Europarlamento non avrà a disposizione traduzioni e documenti di lavoro in italiano. Inoltre ha chiesto al ministro degli Esteri e leader di An, Gianfranco Fini, di far inserire il problema linguistico al prossimo vertice Ue. A Roma il governo, rispondendo a delle interrogazioni tramite il ministro dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, ha affermato di aver fatto «tutti i passi necessari» per tutelare la lingua nazionale nell’Ue e per ottenere una presenza nell'ufficio dei portavoce di Barroso (dove sono stati nominati sei francesi, cinque tedeschi, cinque britannici, uno spagnolo e nessun italiano). «Il governo riafferma il suo impegno a contrastare qualsiasi tentativo, anche informale e surrettizio, di istituire dei ceppi linguistici preferenziali», ha rassicurato Giovanardi.

LA COMMISSIONE - Nella Commissione stanno cercando di allentare la crescente pressione inserendo un italiano come vice-capo dei portavoce. E stanno considerando una «retromarcia» nella decisione di eliminare l'italiano, lo spagnolo e le altre lingue meno parlate nelle conferenze stampa nei giorni diversi dal mercoledì. I collaboratori di Barroso ieri hanno dovuto ammettere che nella precedente Commissione Prodi queste conferenze erano state circa 230. L'esclusione dell'italiano e delle altre lingue potrebbe riguardare così oltre il 50% dell'attività di comunicazione dei commissari (ora che sono aumentati da 20 a 25 con l’allargamento a Est).

NEL PPE - L'eurodeputato dell'Udc, Antonio De Poli, ha contestato con un’interrogazione a Barroso il cambio linguistico: ricordando che la Costituzione europea consente a tutti i cittadini di poter fare domande e ricevere risposte in italiano. Udc e Forza Italia hanno sollevato il problema della lingua anche nel loro gruppo Ppe, il più importante dell'Europarlamento, perché non intendono continuare a usare solo inglese, francese e tedesco. Gli eurodeputati ds sollecitano un riequilibrio della presenza dell'Italia tra i portavoce della Commissione. Il vicepresidente dell'Europarlamento, Mario Mauro di Forza Italia, ha invitato il numero uno dell'Assemblea, lo spagnolo Josep Borrell, a far discutere la «discriminazione dell'italiano e di altre lingue dell'Ue» con l'obiettivo di promuovere un intervento bipartisan del centrodestra e del centrosinistra.

Ue, summit per l’italiano

DOMANI LA RIUNIONE, PROTESTA AN

Il Mattino, 24 febbraio 2005
Il nuovo regime linguistico della Commissione Ue, che ha escluso l’italiano dalle traduzioni delle conferenze stampa dei commissari Ue che si tengono in giornate diverse dal mercoledì, sarà discusso domani dai rappresentanti dei 25 Stati membri della Ue. La richiesta di una discussione al Coreper (il Comitato tra i rappresentanti permanenti degli Stati membri presso la Ue) era stata annunciata dall’ambasciatore italiano Rocco Cangelosi, in una lettera di protesta ufficiale inviata sabato scorso al presidente della Commissione Ue, José Manuel Durao Barroso. Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, dell’Udc, rispondendo alla Camera al question time, ha informato che il governo italiano ha chiesto «spiegazioni direttamente al presidente della Commissione Barroso e alla presidenza di turno lussemburghese» dell’Unione. Ha inoltre informato che la lingua italiana incontra interesse nel mondo e che la Farnesina ha allestito ben 75 mila corsi gestiti dagli Istituti italiani di cultura. Lo stesso ministro degli Esteri Fini, ieri a Belgrado, ha confermato il sempre più diffuso interesse nel mondo per la nostra lingua: in Serbia sono «oltre mille gli iscritti alla cattedra di italianistica dell’Università di Belgrado», senza contare gli iscritti ai vari corsi «presso gli Istituti di cultura e scuole pubbliche e private». Ieri è cominciata una protesta degli eurodeputati di Alleanza nazionale con uno sciopero bianco: non parteciperanno ai lavori parlamentari che non hanno traduzione in italiano e non accetteranno documenti di lavoro non tradotti in italiano. An ha chiesto che tutti i documenti urgenti all’europarlamento arrivino nelle tre lingue ufficiali di lavoro- francese, inglese e tedesco - «affinché ogni deputato di altra nazionalità possa scegliere la lingua che meglio conosce». Il capogruppo Cristiana Muscardini ha denunciato anche la «penalizzazione che l’Italia ha subìto sia con i precedenti governi sia con la stessa Commissione Prodi» nel numero dei funzionari: 3 direttori generali nella Commissione Ue, contro i 6 della Germania, i 5 della Francia e i 4 della Gran Bretagna.

L’Europa lo esclude: l’italiano costa troppo

La Ue “parla” solo inglese e francese
di T.P.

Il Messaggero, 24 febbraio 2004
NESSUNA discriminazione nei confronti della nostra lingua in cui si esprime una delle radici più antiche e autentiche dell’Europa. La decisione di escludere l'italiano tra le lingue delle conferenze stampa dei commissari europei a Bruxelles in giorni diversi dal mercoledì «è puramente pragmatica e tiene conto anche della preoccupazione per i costi aumentati dopo l'allargamento». Così ha spiegato la portavoce della Commissione Ue Francoise Le Bail illustrando il regime linguistico che prevede l'uso dell'inglese e del francese durante tutta la settimana e la traduzione in tutte le altre lingue comunitarie il mercoledì, giorno in cui si riunisce l'eurogoverno. Intanto il nuovo regime linguistico sarà discusso domani dai rappresentanti dei 25 Stati membri dell'Unione Europea. La richiesta di una discussione al Coope era stata annunziata dall'ambasciatore italiano Rocco Cangelosi, in una lettera di protesta ufficiale inviata al Presidente della Commissione Us José Manuel Durao Barroso. Mettendo in relazione l'episodio dell'esclusione dell' italiano con quello «della mancata nomina di un italiano tra i portavoce dei Commissari» l'ambasciatore ha chiesto a Barroso di rassicurare al più presto «il Governo e l'opinione pubblica circa la volontà dell'esecutivo comunitario di agire conformemente ai principi e alle norme dell'Unione, fugando ogni dubbio di discriminazione o di situazione di privilegio nei confronti di questa o quella lingua».
Intanto a Bruxelles il ministro degli Esteri Gianfranco Fini è tornato sul tema della valorizzazione della lingua italiana ribadendo che «l'impegno al di là della specifica vicenda della soppressione delle traduzioni, è quello di rendere la lingua italiana, che sottolinea un’identità e presenta un patrimonio, più diffusa non solo nell'Unione Europea, ma nel mondo intero». Questa linea di tendenza significa tra l'altro potenziare gli Istituti di cultura italiana e la Dante Alighieri e valorizzare le nostre comunità italiane all'estero che continuano a rimanere fedeli alla nostra lingua madre. La carta che l'Italia possiede per consolidare il proprio ruolo nella scena del mondo è quella della sua straordinaria vicenda culturale. L'Italia è stata ponte di civiltà, piazza degli incontri più significativi, questo l'ha resa diversa, la molteplicità degli uomini e delle culture. Questo è il suo tratto di identità, la sua esperienza, il suo contributo all'Europa che fu, il fondo di conoscenza per l’Europa che viene.

mercoledì, febbraio 23, 2005

Lingua italiana da salvare col Cnr

Per avviare 139 progetti di ricerca

Il Gazzettino di Venezia
Roma, 23 febbraio 2004 - È dedicato al patrimonio e all'identità culturale e linguistica italiana il finanziamento (per 1.500.000 euro) che il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) ha annunciato ieri, volto ad avviare 139 progetti di ricerca. L'annuncio del Cnr arriva all'indomani delle polemiche sulla lingua italiana e sulla patria identità culturale e linguistica che ha animato nei giorni scorsi, a Bruxelles, i commenti di alcuni esponenti politici, in merito alla decisione dell'Unione Europea di instaurare di fatto un regime trilingue (inglese, francese e tedesco) nelle conferenze stampa tenute dai Commissari.

«Fino ad oggi - commenta il vicepresidente del Cnr Roberto de Mattei - è mancata, sia a livello comunitario, sia a livello nazionale, un'efficace politica linguistica. Il Cnr, che in questo campo vanta una tradizione prestigiosa - basti pensare all'Opera del Vocabolario Italiano, ospitata proprio presso l'Accademia della Crusca - oltre ad aver avviato nuovi, importati progetti, è impegnato in questa opera di valorizzazione dell'identità linguistica e culturale italiana».

L'identità culturale come fattore di integrazioné è il filo conduttore dei progetti che daranno nuovo impulso alla ricerca nelle scienze umanistiche che vedrà un'ampia partecipazione di giovani ricercatori, a quali sono stati indirizzati i due terzi dell'importo complessivo del finanziamento. Inoltre per il 2005 il Cnr ha annunciato il raddoppio, oltre all'intenzione di creare un dipartimento espressamente dedicato alle identità culturali.

L'iniziativa, fortemente voluta da Roberto de Mattei (che è anche consigliere culturale del ministro degli Esteri, Gianfranco Fini), costituisce il primo stanziamento di risorse a sostegno della ricerca nel campo delle scienze umane. «È fondamentale il rapporto tra le differenti identità culturali, specie in un Paese come il nostro, nel quale il patrimonio culturale e intellettuale è una delle principali risorse. Da un lato, infatti - prosegue de Mattei - il processo di globalizzazione rischia di mortificare quella varietà culturale, di tradizioni e linguistica, con l'affermazione dell'inglese quale idioma universale, che costituisce un'imperdibile ricchezza, dall'altro le tensioni prodotte dalla società multietnica in cui viviamo, se lasciato allo scontro ideologico, rischiano di produrre effetti devastanti». De Mattei insiste anche sul tema della difesa delle molteplicità:«se c'è un punto in cui lo slogan «unità nella diversità, citato nel preambolo del Trattato costituzionale europeo, è specialmente vero, questo è il campo culturale. La ricchezza dell'Europa consiste nella varietà delle sue identità, delle sue lingue e delle sue culture». L'attività del Cnr rientra in un quadro istituzionale più ampio che comprende iniziative, quali la prossima conferenza degli Istituti di cultura italiana all'estero (in programma alla Farnesina e che sarà dedicata proprio al rilancio della nostra identità linguistica e culturale) o la organizzazione annuale della settimana della lingua italiana, in collaborazione tra il ministero e la Crusca».

In italiano o in inglese? Il problema delle lingue a Bruxelles

Risponde Sergio Romano

Corriere della Sera, 23 febbraio 2005
Sulla questione della lingua italiana declassata a Bruxelles, perché stupirsi? L'italiano è da tempo insignificante rispetto a inglese, francese, spagnolo e tedesco come lingua franca in Europa e nel mondo. Mi sembra naturale che venga considerato alla pari per esempio del polacco, che si parla solo in Polonia. L'argomento che l'Italia è tra i Paesi fondatori dell'Ue e quindi la sua lingua merita un trattamento a parte non sta in piedi, perché allora anche l'olandese dovrebbe essere lingua di lavoro comunitaria. Ma gli olandesi non hanno problemi con inglese, tedesco e francese, mentre noi purtroppo molto spesso si. E' questo dunque il problema?
Ernesto Gilli, Amsterdam

Caro Gilli,
negli scorsi mesi ho letto informazioni e commenti sugli eccellenti risultati della diffusione dell'italiano nel mondo, e ho avuto l'impressione che fossero un po' troppo compiaciuti e ottimistici. Oggi il quadro, dopo le notizie giunte da Bruxelles, è diventato improvvisamente catastrofico; e questo mi sembra altrettanto esagerato.
Sull'uso della nostra lingua nel-le istituzioni europee ho qualche ricordo ed esperienza personale. La battaglia per difenderla è stata fatta sempre in modo saltuario e distratto, senza quegli scatti di volontarismo che hanno spesso distinto la politica linguistica dei francesi e dei tedeschi. Per tutti, comunque, la situazione cominciò a cambiare quando la Gran Bretagna aderì alla Comunità e si trascinò dietro alcuni Paesi che avevano già adottato l'inglese, da molto tempo, come lingua veicolare. Fu subito chiaro che i membri di un comitato si sarebbero serviti, per le loro deliberazioni, della lingua parlata dalla maggioranza e che questa lingua, soprattutto dopo gli allargamenti successivi, sarebbe stata l'inglese. Quella scelta, dettata da considerazioni di praticità e di efficienza, ebbe subito inevitabili ricadute linguistiche sui seguiti delle riunioni. Il verbale viene generalmente redatto nella lingua utilizzata per i lavori e il comunicato finale si serve di espressioni desunte dal verbale. Il multilinguismo ufficiale delle istituzioni europee vorrebbe che verbale e comunicato arrivassero contemporaneamente negli uffici e in sala stampa in tutte le lingue dell'Unione. Ma i tempi stringono, gli interpreti sono sommersi dal lavoro e le priorità linguistiche vengono generalmente dettate dalle circostanze.
La Francia e la Germania si battono meglio di noi, ma giocano con più carte. Il francese è parlato da una parte del Belgio, dai cantoni francofoni della Svizzera, da un pezzo di Canada, dall'Africa francofona e dagli allievi dei Lycées sparsi nel mondo, vale a dire dalla migliore rete scolastica mai creata da un Paese per la diffusione della propria lingua. Il tedesco è la lingua di un'area politico-culturale che corrisponde a quella del vecchio Reich e dell'Impero austro-ungarico, per non parlare della maggior parte dei cantoni svizzeri e di alcuni Stati balcanici. Ma ciononostante anche il francese e il tedesco stanno perdendo terreno.
Esiste naturalmente il caso delle conferenze stampa in cui i giornalisti dei maggiori Paesi dovrebbero avere la possibilità di fare domande nella propria lingua. Ma le segnalo, caro Gilli, che Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea ed ex governatore della Banca di Francia, risponde generalmente in inglese anche alle domande che gli vengono rivolte in francese. Ha constatato che l'inglese è ormai la lingua ufficiosa della Bce e sa che le parole, in materia di finanza, non debbono mai essere improvvisate. Se quelle con cui è stata definita la politica monetaria della banca sono state concordate in inglese, è meglio evitare traduzioni e possibili discordanze.
Un'ultima notizia. Le Monde dell'aprile dell'anno scorso ha pubblicato un bell'articolo in cui vengono descritte le angosce della francofonia, sempre più insidiata a Bruxelles, dall'uso corrente dell'inglese. Forse qualcuno potrebbe dedurne, con una punta di cinismo, che la lingua italiana è arrivata per prima là dove il francese e il tedesco arriveranno con un po' di ritardo.

martedì, febbraio 22, 2005

«Salviamo le lingue dal prepotere dei tre grandi»

Il presidente della Crusca torna sull'italiano «cancellato» a Bruxelles. La portavoce di Barroso: nessuna discriminazione
di Francesco Sabatini, Presidente dell’Accademia della Crusca

Corriere della Sera, 22 febbraio 2005
«Nessuna discriminazione verso l'italiano», è stata la risposta di Françoise Le Bail, portavoce della Commissione Ue, alle polemiche nate dopo la decisione di escludere l'italiano dalle lingue in cui vengono tradotte le conferenze stampa dei commissari nei giorni diversi dal mercoledì (quando si riunisce l'eurogoverno e vengono diffuse le decisioni più importanti). «Dopo l'allargamento dobbiamo tradurre in 20 lingue, i costi sarebbero enormi», ha aggiunto la Le Bail, che si è detta invece «disposta a discutere» sulla novità dell’introduzione del tedesco. Sul tema è tornato anche il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, che ha ribadito «l' impegno, al di là della vicenda di Bruxelles, a rendere la lingua italiana più diffusa non solo nell'Unione, ma nel mondo intero». Le brutte notizie sulla lingua italiana provenienti da Bruxelles e da me commentate nell'articolo-intervista del 17 scorso hanno, finalmente, scosso parecchie menti. Protocollato questo effetto, ritengo utile qualche approfondimento, suggeritomi dalle opinioni, tutte largamente consenzienti anche se con qualche distinguo, espresse dal coro di voci. Anzitutto, ho manifestato posizioni che sono il frutto di lunghe analisi della situazione linguistica italiana ed europea condotte dall'Accademia della Crusca insieme con gli altri membri della Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali, attiva da cinque anni. Questo organismo ha emanato quattro anni fa le «Raccomandazioni di Mannheim-Firenze», da me ripetutamente commentate sui giornali e presentate in più occasioni: anche, con un lungo documento del 22 luglio 2003, a un gruppo di lavoro convocato dalla Direzione generale delle «Culturali» del ministero degli Esteri. Le idee che circolano in materia, non solo nell'Accademia, ma nella comunità scientifica dei linguisti italiani (Associazione degli Storici della lingua italiana e Società di Linguistica Italiana) non sono affatto ispirate a una difesa nazionalistica dell'italiano e delle lingue in genere, né a una banale anglofobia. Il nucleo forte della nostra riflessione sul tema è dato dal principio che tutte le lingue dei popoli europei sono un bene culturale fondamentale dell'intera Unione e che perciò occorre assolutamente una politica comunitaria delle lingue, per sottrarre la loro gestione al prepotere delle tre «nazioni forti» che, come ha ben detto Galli della Loggia, tendono a fare dell'Europa una propria riserva di dominio (ovviamente in tutti i campi). La proposta proveniente dalla comunità scientifica, inascoltata dai politici di almeno due legislature, consiste nel suggerire (modestamente) agli esponenti italiani di farsi promotori di una politica linguistica comunitaria e di aggregare così intorno a sé il favore degli altri potenziali esclusi. Sarà recepita ora questa proposta? A chi si pone, forse dopo di noi, il problema dei costi o delle difficili combinazioni delle molte lingue, desidero segnalare che il problema è stato ampiamente dibattuto e che più soluzioni sono state indicate: turni di privilegio alle lingue; opportunità di dedicare risorse alla formazione di un buon numero di ottimi traduttori e interpreti (segno distintivo di una civiltà complessa ma anche dinamica e pluralista); possibilità di creare, a spese della comunità, compensazioni per le lingue meno presenti nelle funzioni istituzionali. Quanto al rilievo da attribuire - o, secondo qualcuno, da non attribuire - alla lingua come elemento portante, non solo emblema, di un'intera realtà culturale, politica ed economica, dovrebbe bastare la riflessione su quanto fanno con accanimento i Paesi che ci escludono. La superficialità in argomento è, invece, un tratto tutto italiano: cioè, di quella parte della nostra collettività che non ha bene riflettuto sulla nostra storia. Massima attenzione, però, a che questo risveglio d'interesse per le condizioni e le sorti della lingua italiana non serva a resuscitare modelli autarchici e progetti di un Ufficio che detti la grammatica di Stato. La comunità scientifica ha già rifiutato massicciamente tali propositi. I provvedimenti da prendere riguardano invece, innanzi tutto, la migliore (più scientifica e libera) formazione degli insegnanti delle nostre scuole. A chi, infine, ritiene che le mie proteste tendano in fondo a colpire il governo in carica (così G.C. Romoli Venturi su Il Secolo d' Italia del 20 c.m.), in aggiunta alle informazioni che do qui sopra, dico: 1) nella mia intervista ho dichiarato esplicitamente che l'inefficace azione per tutelare nelle sedi istituzionali europee le posizioni dell'italiano è «colpa tipica dei politici italiani, e non da oggi»; 2) richiami del genere ho fatto negli anni passati in varie sedi e voglio qui segnalare quello esplicito nella mia relazione al Convegno «L'Italia fuori d'Italia» (Roma, 7-10 ottobre 2002), nella quale già evocavo la lunga tradizione italiana di latitanza politica sull' argomento; 3) l' appello a iniziative da prendere con urgenza non poteva non essere rivolto al ministro degli Esteri in carica, il quale con un suo articolo (nel Corriere del 20) dà atto della serietà del problema e non lo riduce, giustamente, a un attacco alla sua recente gestione politica. Sarebbe il caso, dunque, di non farne materia - e lo dico in tutte le direzioni politiche - di piccoli o grandi dirottamenti di colpe sul passato e sul presente. La materia, oltre che politica, è tecnica ed è anche per questo che la comunità scientifica, inascoltata, si risente.

Lingua italiana. Ora almeno se ne parla

Il Cnr ha avviato dei progetti sull’identità culturale. Bottai: “Conquistiamo gli ambienti colti”
di Riccardo Paradisi

L’INDIPENDENTE, 22 febbraio 2005
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA sul Corriere della Sera di sabato scorso c'era andato giù duro, come si dice, nel commentare la notizia che la lingua italiana è stata cancellata dalle conferenze stampa dei commissari dell'Unione europea.«L'italiano», scriveva, «è stato escluso dal gruppo delle lingue stabili, al quale appartengono francese, inglese, tedesco... Il nostro Paese non sarà così tra le nazioni guida dell'Unione, ma occuperà un posto di seconda fila». Insomma per l'Italia si tratterebbe di uno smacco che segnerebbe la sua retrocessione a ruolo di comprimaria nel novero della comunità europea. Domenica il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, sempre sul Corriere, interveniva sul tema definendo eccessive le conclusioni di Galli Della Loggia: «Non si può dedurre dal fatto che la lingua italiana sia stata cancellata dalle conferenze stampa di singoli commissari che il nostro Paese occuperà un posto di seconda fila tra le nazioni guida dell'Unione. Anche se» ammetteva Fini «il problema esiste». Ma quali sono allora i contorni, le radici e le soluzioni di questo problema?
Per il presidente dell'Accademia della Crusca Francesco Sabatini la causa della perdita di prestigio dell'italiano sarebbe nel fatto che «gli istituti di cultura all'estero non vengono sostenuti abbastanza dalla Farnesina, mentre le istituzioni nazionali, come la stessa Accademia della Crusca o la Società Dante Alighieri sono costrette a lavorare con scarsi mezzi». All'indifferenza della politica, per Sabatini, si deve aggiungere anche «la disorganizzazione del mondo accademico che non riesce a fare massa critica esercitando una pressione significativa». Pia Luisa Bianco, direttrice dell'Istituto italiano di cultura a Bruxelles dà invece una lettura diversa della questione: «Quello che è accaduto nella commissione europea è una questione politica che riguarda i rapporti interni alla Ue».
Per rilanciare la lingua italiana all'estero «non servono i piagnistei», per la Bianco «occorre valorizzare e inserire la nostra lingua in professioni sofisticate come designer, stilisti, architetti, conservatori di musei».
E anche il pensiero dell'ambasciatore Bruno Bottai, presidente della Società Dante Alighieri: «L'italiano è una lingua di cultura, da valorizzare e diffondere in ambiti influenti e particolari. Non possiamo pensare all'italiano come una lingua d'uso: questa funzione per motivi storici attualmente è dell'inglese». Sarebbe comunque sbagliato dire che non si sta facendo nulla. In Parlamento sono in discussione due disegni di legge per il potenziamento dell'italiano nel mondo e il Cnr ha avviato il finanziamento di 139 progetti sulle identità culturali per un importo di 1 milione mezzo di euro. Di questi 139 progetti una decina sono mirati in particolare sulle analisi linguistiche. Insomma qualcosa si muove. E dopo i fatti di Bruxelles il problema sembra stia diventando di pubblico interesse.

Italian is lost in translation by bureaucrats of Brussels

Italy has been left with a bruised ego after suffering a double whammy with slights from Brussels and Washington this week.
By Peter Popham in Rome

The Indipendent, 22 February 2005
Brussels bureaucrats delivered the equivalent of a stiletto to the heart
of Italian amour-propre when they downgraded the language of Dante and
Petrarch to the status of Slovenian and Dutch.
EU officials removed Italian from the list of major languages - for
which translation is provided at every press conference. Now only
French, German and English will be fully serviced. Italian translation
will be provided only on Wednesdays.
Italy's minister for Europe, Rocco Buttiglione, was taking it seriously:
"The decision to downgrade the role of Italian is unacceptable," he
said.
But a more humiliating development was averted at the last minute. As EU
leaders lined up to lecture President George Bush on important topics
during his visit - Blair on the Middle East, Gerhard Schröder on Iran -
one name was missing from the list. Last-minute protests from Rome got
the name of Prime Minister Silvio Berlusconi added to the roster.

lunedì, febbraio 21, 2005

L’Europa ha bisogno della cultura italiana

Si è fatto un gran parlare della decisione del Presidente dell’Ue, José Manuel Barroso, di escludere la lingua italiana dalle conferenze stampa settimanali dei commissari, fatta eccezione del mercoledì, giorno in cui è prevista la traduzione delle principali lingue dell’Unione.
di Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri

Il Tempo, domenica 20 febbraio 2005
La levata di scudi contro Barroso è sembrata opportuna, anche se un po' eccessivo mi è apparso l'attacco al Ministro degli esteri, accusato sul Corriere della Sera di venerdì scorso di essere latitante in un momento tanto decisivo per le sorti del nostro idioma in Europa. È ovvio che chi segue la diffusione della lingua italiana, e ancor di più chi fa politica attiva in questa direzione, debba tener d'occhio attentamente ciò che accade fuori dall'Italia, non solo per prevenire ed arginare, ma anche per comprendere ed eventualmente correggere talune improvvide decisioni. Tuttavia occorrerebbe tenere nervi saldi ed esaminare con più obiettività i temi. Soprattutto se questi riguardano aspetti delicati come la considerazione della nostra lingua e cultura all'estero. Del resto che un "caso" sulla questione delle lingue in seno all'Unione Europea scoppiasse era nell'aria, ma non mi sembra opportuno con questo precipitare le conclusioni e confondere il lettore con dati approssimativi. Innanzitutto è bene sapere che alcune decisioni in materia sono state già prese dalla Commissione, differenziando l'uso delle varie lingue a seconda delle competenze: traduzione obbligatoria per tutte e 20 le lingue per le sedute dei rispettivi ministri; inglese e francese per la politica estera comunitaria; e a pagamento per il resto dei gruppi di lavoro. Del resto è impensabile che nell'Unione Europea e soprattutto negli uffici che contano la lingua italiana non abbia il giusto riconoscimento di rango che le spetta tra le lingue comunitarie, essendo l'Italia nazione fondatrice dell'originaria comunità d'Europa. Il fastidio generato dalla decisione di Barroso, dunque, potrebbe presto rientrare anche se il problema nel suo complesso non troverà rapide soluzioni. Il problema tuttavia resta ed è altra cosa. La cultura italiana è espressione fondamentale dell'identità politica e morale della giovane Europa che va formandosi. Dante, quanto Cervantes, Goethe o Shakespeare è un passaggio obbligato della storia al quale nessun paese civile può permettersi il lusso di rinunciare. Con la "Divina Commedia" o con il "Decameron" l'Italia ha perfezionato già oltre sette secoli fa la fisiognomica dell'individuo occidentale ed è per questo che il potere intellettuale di una lingua di arte, di scienza, di filosofia, di economia come la nostra non può che non essere ridefinita concretamente nel primo cerchio delle lingue d'Europa. La Società Dante Alighieri, chiamata in causa direttamente da Ernesto Galli della Loggia nell'editoriale del Corriere della sera di ieri, opera da "gran tempo" quale unica istituzione di prestigio tra gli enti non statali che impegnano a fondo le poche risorse a disposizione per difendere e diffondere la nostra lingua e cultura in tutto il mondo. Prova ne sono gli oltre 400 comitati sparsi nei vari continenti e ancor di più l'incredibile aumento registrato nell'arco degli ultimi cinque anni che ha visto passare ad oltre 250.000 gli studenti di italiano secondo una graduatoria che al primo posto vede iscritto l'interesse per il nostro patrimonio artistico e culturale e secondariamente quello economico e produttivo. Sono attivi nel mondo oltre 5400 corsi di lingua che assicurano, grazie al volontariato di migliaia di docenti, una conoscenza certificata e garantita della nostra lingua secondo i parametri previsti da Quadro di riferimento delle lingue europee da Bruxelles. L'attestazione della conoscenza dell'italiano per mezzo di un certificato, come è stato riconosciuto anche dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo scorso 24 settembre in occasione della consegna dei diplomi agli studenti della "Dante Alighieri" in Italia per motivi di studio e di lavoro, apre anche il fronte interno dell'integrazione sociale dei "nuovi italiani", gli immigrati. Purtroppo dalla polemica aperta dalla Crusca sono restati fuori i problemi più concreti di cui soffre la nostra politica linguistica e di cui la "Dante" si occupa con una endemica carenza di fondi erogati dallo Stato italiano al confronto di quanto messo in cassa dagli altri paesi europei nei rispettivi istituti culturali. Con poco più di un milione di euro si debbono coprire vaste aree non solo d'Europa, ma del resto del mondo con oltre 177 sedi nelle Americhe, 14 in Oceania, 13 in Asia, 20 in Africa e nel mondo arabo ed oltre 177 in Europa. Solo negli ultimi due mesi vi è stata richiesta di italiano con apertura di sedi a Tirana, Sofia, Cattaro, Amman, Nazareth e ancora in Alaska, in Nepal, in Mongolia e perfino nella penisola arabica. Vuoi per la musica e per l'architettura, come per le scienze e la filosofia l'italiano è e resterà una lingua di profonda penetrazione nelle classi colte come negli ambienti della ricerca umanistici. Per ragionare di politica della lingua serve a poco solo sollevare singoli episodi di scandalo. Meglio sarebbe se si perseguisse una linearità coerente e costruttiva che sia, ad esempio, molto più sensibile e dia ascolto alle realtà a noi vicine, come la Svizzera, Malta o il nord africa, non dimenticando San Marino e il Vaticano, ove l'italiano prima ancora di essere un vezzo di cultura è contenuto fondamentale nel rapporto politico tra genti e nazioni. Così pure occorrerebbe resuscitare qualche nuova idea per tutta l'area dalmata e del basso Adriatico dove le nostre comunità mantengono intatta oltreché la lingua, l'identità italiana come il caso di Pola, Zara, Fiume, Parenzo, Rovigno e giù fino a Spalato e Dubrovnik, l'antica Ragusa. Nella vicina Svizzera hanno chiuso la Cattedra di italianistica al Politecnico di Zurigo e si accingono a fare altrettanto anche a Neuchatel, unico Cantone elvetico con tricolore italiano. Presenti in forza di 20 Comitati, la "Dante Alighieri" è stata l'unica istituzione a marciare per protesta contro il Rettore a La Chaux de Fonde per difendere il diritto allo studio dell'idioma di Dante, ma anche a proporre a Zurigo, al Museè Suisse, la più grande mostra sulla lingua italiana ("La Dolce lingua") che sia mai stata realizzata all'estero e che replica il successo della originaria versione degli Uffizi inaugurata il 13 marzo 2003 dal Capo dello Stato e che ha visto oltre 1.300.000 visitatori. Speriamo che tutto ciò una conferenza stampa a Bruxelles possa presto annunciarlo nuovamente anche in italiano, in quella sede dove per primi abbiamo posto le basi di un comune sentire europeo ad iniziare dall'unica moneta che riporta al mondo l'effige del Sommo Poeta, e dove il "sì" dovrebbe tornare a suonare.

A Bruxelles l’italiano non è discriminato

IL CASO
Dopo le polemiche parla O’Sullivan, segretario della Commissione
di a. b.

la Repubblica, 21 febbraio 2005
BRUXELLES - Ma davvero l'italiano è stato estromesso dalla Commissione europea come lingua di lavoro? Davvero, come ha scritto un autorevole commentatore politico nostrano, è stato escluso dal gruppo delle lingue stabili dell' Unione? Il segretario generale della Commissione, l’irlandese David O'Sullivan, massimo responsabile del funzionamento della macchina burocratica comunitaria, trasecola quando gli si riferisce della tempesta in un bicchier d'acqua che è stata scatenata in Italia e che ha sollevato tanti nobilissimi sdegni, compreso quello dell'Accademia della Crusca. «Non capisco. Non c'è stato assolutamente nessun cambio nel regime linguistico in vigore da quando posso ricordare».
E cioè?
«Cioè dai tempi di Prodi e, prima di lui, di Santer e, prima ancora, di Delors».
Si spieghi, signor O'Sullivan. «Le lingue di lavoro della Commissione sono sempre state solo l'inglese, il francese e il tedesco sia nelle riunioni dei funzionari sia in quelle dei commissari. E questo da almeno una ventina di anni. Anche se non escludo che, nella prima commissione Delors, negli anni `80, il commissario Natali si esprimesse in italiano perché non padroneggiava bene le altre lingue. In sala stampa, invece, si parla inglese o francese. Tranne il mercoledì, quando di solito ci sono le conferenze stampa dei commissari, e allora è previsto un servizio di interpretazione in tutte le lingue».
Compreso l'italiano?
«Compreso l'italiano, naturalmente».
E che cosa è cambiato, rispetto a questa norma?
«Nulla».
Ma le conferenze stampa dei commissari negli altri giorni?
«Prima venivano fatte solo in inglese e francese. Adesso, avendo un maggiore disponibilità del servizio di interpretariato, si tengono nelle tre lingue di lavoro, inglese, francese e tedesco, più quella del commissario. Inoltre, se si tratta di un argomento che interessa un Paesi specifico, nella lingua di quel Paese».
Si spieghi meglio.
«Se, per esempio, il commissario Frattini venisse un lunedì a parlare di un problema che riguardi l'immigrazione in Polonia, il regime linguistico sarebbe esteso all’italiano e al polacco. Se la commissaria Baria Kroes dovesse parlare di aiuto di stato all'Italia, si parlerebbe anche italiano e olandese».
Dove sta il minor uso dell'italiano?
«Non c'è, assolutamente, un ridotto ricorso all'italiano. Glielo ripeto. Anzi, questa piccola innovazione semmai aumenta leggermente la possibilità di utilizzare h lingua italiana nel corso della conferenza stampa».
E allora da dove nasce tutto questo allarme che ha percorso l'Italia?
«Francamente non capisco. Lo dico e lo ripeto, non si sono ridotte in nessun modo le possibilità di utilizzare la lingua italiana in sala stampa rispetto a quanto è sempre successo negli ultimi quindici-venti anni. Semmai, questa possibilità è stata leggermente aumentata».
Ma il Paese è indignato.
«Guardi, mi rendo conto che in ambito comunitario le questioni linguistiche sono un terreno delicato, emotivo, e giustamente mo-to sensibile. Ma non riesco a vedere le basi fattuali di questo allarme».
L'italiano non è discriminato, allora? Possiamo stare tranquilli che, almeno su questo fronte linguistico-burocratico, non stiamo perdendo terreno in Europa?
«Direi proprio di sì. Anzi, se posso aggiungere una nota personale, nei miei colloqui di assunzione con i nuovi funzionari che provengono dai paesi dell'Est europeo sono rimasto impressionato nel constatare quanti di loro hanno una conoscenza media o anche molto buona della lingua italiana. Sinceramente, non me lo sarei aspettato».

Berlusconi: l’italiano declassato a Bruxelles? Non è un problema

IL PREMIER. NO AGLI ECCESSI. MA FINI PROTESTA CONTRO L’ESCUSIONE DELLA NOSTRA LINGUA DALLE CONFERENZE STAMPA
di Raffaello Masci

La Stampa, 21 febbraio 2005
ROMA - «A Bruxelles si parla inglese, francese, tedesco, l'importante è che ci si capisca. E pretestuoso parlare di difesa dell'italiano, non vedo la necessità: quando si parla italiano ci sono le traduzioni. D'altra parte in Europa ci sono 20 lingue e non si può fare la traduzione di tutto. Un conto è difendere l'italiano come lingua, ma qui mi sembra che siamo all'eccesso».
Così ha parlato Silvio Berlusconi
, uscendo da casa Bossi, a Gemonio. La guerra dell’italiano - dopo che la Commissione europea aveva deciso di limitare a tre (inglese, francese e tedesco) le lingue di comunicazione durante le conferenze stampa ordinarie - ha così conosciuto un nuovo episodio. In quella grande babele con circa venti idiomi, non sarà l'Italia - dunque - a sovvertire la pax linguistica, tanto più che l'importante è - come ha detto Berlusconi - capirsi, con buona pace di chi se la prende tanto.
Peccato però che la sortita del presidente del Consiglio sia giunta dopo che la Farnesina (e quindi Fini) aveva compiuto già le sue mosse, apprestandosi a innalzare barricate di lettere, proteste e ricorsi, contro quel colpaccio di mano che la commissaria svedese alle Relazioni istituzionali, Margot Wallstrom, ha compiuto ai danni della lingua di Dante. Senza dire che lo stesso ministro per le Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, aveva testimoniato il suo amor di patria stigmatizzando come «inaccettabile la decisione di diminuire in sede comunitaria il ruolo della lingua italiana».
In tutto questo contendere si è inserito un intervento di Gianfranco Fini nel quale il ministro degli Esteri precisa che non è certamente una guerra linguistica quella che intende muovere a Bruxelles, ma che tuttavia una vertenza resta aperta, eccome. «Dedurre - scrive Fini - dal fatto che la lingua italiana è stata cancellata dalle conferenze stampa di singoli Commissari, oppure dal ritardo a identificare un portavoce italiano della Commissione, la conseguenza che il nostro Paese occuperà un posto di seconda fila tra le nazioni guidi dell'Unione, mi sembra davvero eccessivo. «Il problema naturalmente esiste - osserva Fini - in Europa la prassi di tradurre tutti i comunicati stampa nelle cosiddette lingue di lavoro (francese, inglese e tedesco) marginalizzando l'italiano, viene da lontano. L'allargamento dell'Unione Europea a 25 membri con ben venti lingue ufficia li non ha facilitato le cose. Su questo punto, negli ultimi anni, la nostra rappresentanza permanente presso la Ue si è sempre battuta con fermezza ed è intervenuta, anche prima delle polemiche, per richiedere una revisione di questa prassi e per sollecitare la nomina di un portavoce italiano».
Secondo Fini la questione va molto al di là di questi episodi, e riguarda, più in generale, la promozione della lingua e dell'identità italiana all'interno dell'Unione Europea e nel mondo. Il tema non solo non è secondario ma rientra negli obiettivi prioritari del ministero degli Affari esteri. Tanto che Fini ha dato indicazione che la prossima conferenza degli Istituti di cultura, i cui direttori saranno riuniti alla Farnesina, abbia tra i temi di fondo proprio un progetto di rilancio della nostra identità linguistica.
C'è dunque una problematica culturale aperta ma anche un contenzioso politico. Tanto che l'ambasciatore italiano presso l'Unione europea, Rocco Cangelosi, è stato latore di una dura lettera ai vertici dell'Ue, in cui auspica che la decisione di declassare la nostra lingua «non abbia nessun avallo della Commissione» in quanto configurerebbe «una palese violazione dei trattati e una grave discriminazione» nei confronti di un Paese che è tra i fondatori dell'Unione. Dopo l'iniziativa dell'ambasciatore in molti si aspettano un contrordine della Wallstrom o di Barroso. Ma ora - dopo l’uscita di Berlusconi - se la potrebbero cavare con due righe di spiegazione.

Aiuti, lingua, incarichi: così Roma perde peso a Bruxelles

A rischio i finanziamenti per il Mezzogiorno, declassato l’italiano, ridotte le poltrone di rilievo. E le liti maggioranza-opposizione peggiorano le cose
DAL NOSTRO INVIATO Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 21 febbraio 2005
BRUXELLES - Non sono isolate le decisioni della Commissione di Josè Manuel Barroso di declassare la lingua italiana e di nominare portavoce sei francesi, cinque tedeschi, cinque britannici e nessun italiano. Una penalizzazione ben più pesante rischia di privare l’Italia dei fondi strutturali di Bruxelles per alcune aree del Mezzogiorno. Questo perché Germania, Francia e Gran Bretagna (e altri Paesi) intendono ridurre i contributi al bilancio comunitario. A Berlino non vogliono tagliare i costi per le non necessarie traduzioni in tedesco dell'attività della Commissione europea (che è già in francese e in inglese). A Parigi rifiutano riduzioni dei sussidi Ue per gli agricoltori transalpini o di cancellare l'assurdo e costosissimo trasferimento mensile a Strasburgo dell'intero Europarlamento di Bruxelles. A Londra difendono lo «sconto» sui loro contributi all'Ue, spuntato negli anni della Thatcher. Preferirebbero così risparmiare a spese del Mezzogiorno, già colpito nell'attribuzione dei fondi dall'ingresso nell'Ue dei meno sviluppati Paesi dell'Est.
Stavolta l'Italia sembrava voler reagire per non farsi ancora calpestare in Europa dai Paesi più influenti. Il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, e i principali gruppi italiani dell'Europarlamento hanno dichiarato di voler tutelare il Mezzogiorno e la lingua nazionale. Ma Berlusconi ieri ha frenato sulla difesa dell’italiano nell’Ue. E resta il declino del «sistema Paese», che è evidente ed è stato caratterizzato dall'assenza di un «gioco di squadra» dell'apparato politico-governativo e istituzionale-burocratico. La litigiosità tra maggioranza e opposizione ha prodotto rovinosi autogol, come lo stop della nomina di tre magistrati italiani all'antifrode Olaf di Bruxelles: ordinato dal ministro Roberto Castelli, non dall’asse franco-tedesco.
In questo contesto le penalizzazioni contro l'Italia sono dilagate. Vanno dall’idioma all'assegnazione degli incarichi importanti. Vari eurocrati sostengono che il «Regolamento n.1» considera ufficiali tutte le lingue dei Paesi membri. L’uso nella Commissione di solo tre delle lingue dei quattro Stati più grandi si sarebbe consolidato per esigenze pratiche (francese e inglese) e per accontentare il governo più influente (tedesco). Ne è scaturito un vantaggio competitivo per gli eurocrati francesi, britannici e tedeschi in un'attività dove è decisivo anche scrivere. Oggi tutta la documentazione della Commissione è diffusa in inglese, francese e tedesco. Una disposizione consente ulteriori traduzioni, ma per un numero minimo di pagine. Pertanto gli atti in italiano e nelle altre lingue minori sono spesso sintesi incomplete. Perfino i bandi di gara comunitari possono escludere «a priori» le imprese italiane che non hanno accesso a un adeguato apparato di traduzione.
Quando a Bruxelles c’erano Romano Prodi nel ruolo più prestigioso (presidente) e Mario Monti in quello di maggior potere (Antitrust), l'Italia sembrava rilanciata. A livello direttivo, però, ha continuato a perdere terreno. Le hanno tolto le importanti direzioni generali dell'Economia e dell'Industria, passate ai tedeschi (che hanno anche Mercato interno, Controllo finanziario e Olaf). In cambio ne è arrivata una di seconda fascia (Società dell'Informazione), una dimezzata (la Sviluppo privata dei fondi per la cooperazione) e una marginale (Servizio interpreti). L’Italia vanta anche un condirettore di fatto senza superiore, ma segue l'Allargamento (ormai quasi tutto avvenuto). La Francia controlla Servizio giuridico, Energia e trasporti, Affari sociali, Fiscalità. I britannici dirigono Antitrust, Affari regionali, Giustizia, Sanità e protezione dei consumatori. Perfino la Spagna ha maggiore peso dell'Italia (Relazioni estere, Agricoltura e Bilancio). Nei gabinetti dei commissari ormai l'unico capo italiano è con Franco Frattini, responsabile della Giustizia. Questo portafoglio è stato offerto al governo Berlusconi dopo il rifiuto della Francia, che ha preferito i Trasporti (in aggiunta alla presidenza della Banca centrale europea). La Germania ha in Günter Verhugen il supervisore della politica economico-industriale della Commissione. La Gran Bretagna, che non è nemmeno nell’euro, cura il Commercio estero. La Spagna somma gli Affari economici, la politica estera del Consiglio e la presidenza dell'Europarlamento. Qui i leader dei principali gruppi politici sono due tedeschi (Ppe e Pse), un britannico (liberali), un franco-tedesco (verdi) e un francese (comunisti). Per trovare italiani bisogna scendere ai co-presidenti di verdi e destra e al vertice di commissioni parlamentari secondarie (Sviluppo, Giuridica, Affari sociali e Trasporti). In compenso all'Europarlamento, alla Commissione o al Consiglio si incontrano tanti uscieri italiani.

Il ritorno di Dante e Manzoni

IL TEMA

Corriere della Sera, Cronaca di Milano, 21 febbraio 2005
L'ipotesi potrà forse suonare scherzosamente blasfema: eppure… non vuoi vedere che Françoise Le Bail, portavoce di Barroso e responsabile dell'esclusione dell'italiano dalle conferenze-stampa dei commissari, non ha fatto altro che trarre le debite conseguenze di quanto accade da noi? In fondo, se il nostro acceleratore ministeriale spinge su inglese e informatica, con conseguente limatura di ore ad altre materie tra cui l'italiano, poteva comportarsi altrimenti la figlia d'una nazione che conduce feroci battaglie a salvaguardia della madrelingua contro l'inglese, tanto, ad esempio, da preferire Ordinateur a Computer o PC? E che siamo noi i primi a farci del male te lo può dire un programma come Il milionario: col concorrente che situa temporalmente Garibaldi, Duse e D'Annunzio, ma non lo «sconosciuto» Ugo Foscolo. O una rivista come Liber: con la giusta indignazione di cultori della letteratura per l'infanzia contro direttive ministeriali che la espungono dalla scuola.
Come meravigliarsi allora dell'attuale «alfabetismo di ritorno» che detta gli affollamenti alle pubbliche letture di Dante, Petrarca o Manzoni, esponenti di quella «vecchia» cultura che sembrano ormai trovare nelle aule scolastiche il luogo a loro meno adatto? E vorrà pur dire qualcosa la presenza sempre più massiccia, in romanzi di largo consumo, di testi e personaggi della letteratura, dalla Commedia (in particolare Inferno e Purgatorio) al Polifilo, e da Dante a Leonardo, Filone Alessandrino e ora pure Machiavelli nelle vesti di investigatori. Vuoi vedere che si finirà per conoscere questi nostri «autori da esportazione» solo in questo modo, arrivando prima o poi a vederli protagonisti in tale veste delle sole letture scolastiche consigliate? Un paradosso? Sarà! Ma non poi così dissimile dal Swift che, «per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro paese e per renderli utili alla comunità» durante la forte carestia del 1729, giungeva satiricamente ad avanzare la «modesta proposta» di cibarsene?

Manager per la cultura

All’Università di Genova il primo master finanziato dal Ministero degli Esteri

Il Secolo XIX, 21 febbraio 2005
Genova. Domani alle ore 11 presso l'Aula Mazzini di via Balbi 5 si terrà la cerimonia inaugurale della quarta edizione del Master in management culturale internazionale organizzato dall'Università di Genova (facoltà di Lingue e letterature straniere, facoltà di Scienze politiche, Perform) d'intesa con il ministero degli Esteri, l'Istituto diplomaticc "Mario Toscano" e la direzione generale promozione e cooperazione culturale. Si tratta del primo master in campo culturale finanziato dal ministeri degli Esteri che contribuisce anche con un importante supporto alla didattica e con l'offerta di stages formativi presso la Famesina, consolati, ambasciate, istituti italiani di cultura all'estero.
La lezione inaugurale sarà tenuta dal dottor Piero Castaldo, segretario generale della Compagnia di San Paolo di Torino.
Interverranno il magnifico rettore dell'Università di Genova Gaetano Bignard e Elisabetta Kelescian, della direzione generale per la promozione e la cooperazione culturale del ministero degli Esteri.
Ideato e progettato sulla base di un approfondito confronto con analoghe esperienze internazionali e un costante dialogo con esperti e professionisti del settore, il master ha come obiettivo la formazione di operatori culturali altamente qualificati, in grado di inserirsi professionalmente nel settore delle relazioni culturali internazionali e delle politiche culturali nazionali ed europee. In particolare nelle istituzioni culturali internazionali, negli istituti italiani di cultura e nelle rappresentanze diplomatiche e consolari.

domenica, febbraio 20, 2005

Mi impegno a rilanciare l'italiano

POLITICA
L'intervento del Ministro degli Esteri Gianfranco Fini
di Gianfranco Fini (Ministro degli Esteri)

Corriere della Sera, 20 febbraio 2005
ROMA - Il dibattito che si è aperto sul tema della diffusione della lingua italiana all'estero è certamente utile, ma a condizione che sia correttamente impostato. Dedurre, dal fatto che la lingua italiana è stata cancellata dalle conferenze stampa di singoli Commissari, oppure dal ritardo a identificare un portavoce italiano della Commissione, la conseguenza che il nostro Paese occuperà un posto di seconda fila tra le nazioni guida dell'Unione mi sembra davvero eccessivo. Il problema naturalmente esiste.

In Europa, la prassi di tradurre tutti i comunicati stampa nelle cosiddette «lingue di lavoro» (francese, inglese e tedesco), marginalizzando l’italiano, viene da lontano e non si è attenuata nemmeno quando Prodi presiedeva la Commissione. L’allargamento dell’Unione Europea a 25 Stati membri con ben venti lingue ufficiali non ha facilitato ovviamente le cose. Su questo punto, negli ultimi anni, la nostra Rappresentanza permanente presso la Ue si è sempre battuta con fermezza ed è intervenuta, anche prima delle polemiche in corso, per richiedere una revisione di questa prassi e per sollecitare la nomina di un portavoce italiano. Va anche ricordato, in proposito, che l’italiano è oggi utilizzato su base di parità in tutte le riunioni del Consiglio grazie all’accordo sul regime linguistico raggiunto dalla Presidenza italiana nel 2003 (ogni Stato membro deve accollarsi i costi di interpretariato per la propria lingua, inclusi inglesi, francesi e tedeschi). La questione va però molto al di là di questi episodi. Riguarda, più in generale, la promozione della lingua e dell’identità italiana all’interno dell’Unione Europea e nel mondo.

Il tema non solo non è secondario, ma rientra negli obiettivi prioritari del ministero degli Affari esteri. Ho dato quindi indicazione che la prossima conferenza degli Istituti di cultura, i cui direttori saranno riuniti presso la Farnesina, abbia tra i suoi temi di fondo proprio un progetto di rilancio della nostra identità linguistica e culturale, e questo al di là dei programmi già in atto, che vedono tra l’altro oltre 6 mila corsi di lingua italiana all’estero e l’organizzazione annuale, proprio in collaborazione con l’Accademia della Crusca, di una settimana della lingua italiana con manifestazioni ed eventi per la promozione dell’italiano a cura dei nostri Istituti di cultura. Sono convinto, infatti, che in una società globalizzata, e in cui l’inglese è la lingua «universale», la varietà delle lingue, delle culture e delle tradizioni costituisca una autentica ricchezza da preservare per tutti e specialmente per un Paese come l’Italia che ha le sue principali risorse nel suo patrimonio culturale e nel suo capitale intellettuale. Le diverse identità nazionali vanno oggi considerate come il patrimonio più autentico a cui l’Europa può attingere. Il contributo italiano alla costruzione dell’identità culturale europea, lo ha osservato tra gli altri Salvatore Settis, è e deve essere in primo luogo una riflessione sulla identità e sul patrimonio culturale nazionale. Non si può pensare all’Europa se non riconducendola a una molteplicità di esperienze, di culture, di identità che ne formino una più vasta «macro identità». Mi si permetta poi un’ultima osservazione. La difesa della lingua e dell’identità italiana prescinde da ogni attitudine «nazionalista». Per quasi sei secoli, dall’età del giovane Dante fino alle soglie dell’unità politica della Nazione, è lo stesso presidente della Crusca Francesco Sabatini a osservarlo in un suo saggio, la letteratura fiorentina prima e italiana poi sono state espressione di una cultura poco legata a un contesto sociale nazionale e molto più spesso ispirata, invece, da ideali e motivi universalistici.

Uno scrittore come Thomas Stearns Eliot ci ricorda da parte sua che la visione del mondo universale di Dante e la sua ispirazione religiosa ne fanno «di gran lunga il più europeo» dei poeti del nostro continente. Ciò si deve alla caratteristica multinazionale dell’Italia e alla sua vocazione universale. L’Italia, voglio dire, è tanto più fedele alle proprie radici, quanto più è «europea» e «universale». Per questo motivo e in questo spirito bisogna difendere la nostra lingua all’interno delle istituzioni europee e promuoverla nel mondo, nella convinzione che se c’è un punto in cui il concetto di «unità nella diversità», del preambolo del Trattato costituzionale europeo, è particolarmente vero, questo è proprio quel campo culturale dove la lingua italiana non rischia certo, per i capolavori che ha prodotto nei secoli, di essere marginalizzata. Lo conferma il fatto che la domanda di italiano, lungi dall’essere in declino, è in espansione dovunque nel mondo: con pochi mezzi Istituti di cultura e Società Dante Alighieri già oggi fanno miracoli. Con più risorse e facendo sistema domani potrebbero ottenere risultati ancor più significativi e duraturi per la diffusione dell’italiano nel mondo.

Ue, l'Italia conta meno e si aggrappa alla lingua

Il governo nasconde il declino di prestigio facendo scoppiare il caso dell'italiano declassato

L'ambasciatore ha scritto una lettera di proteste per l'esclusione del nostro idioma
dalle conferenze stampa dei commissari dell'Unione

Un problema nato a causa dell'allargamento e del moltiplicarsi delle spese per interpreti. Il governo invece non sembra preoccuparsi della mancata nomina di portavoce italiani
DAL CORRISPONDENTE Sergio Sergi

l'Unità, 20 febbraio 2005
BRUXELLES - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, aveva inventato la parola d'ordine delle tre «I»: impresa, internet e inglese. S'era dimenticato una quarta «I», quella di Italiano. E così, il suo amico Josè Barroso, il presidente della Commissione, lo ha preso sul serio: ha fatto scomparire l’italiano, inteso
come lingua, dalla sala stampa di Bruxelles in tutti i giorni lavorativi, eccetto il mercoledì. La decisione ha portato alla mobilitazione, su disposizioni romane, dell’ambasciatore (italiano) presso la Ue, Rocco Cangelosi, il quale ha reso nota una lettera di protesta inviata all' amico di Berlusconi, appunto il Barroso, con cui si rappresentano lo «stupore e lo sconcerto» per il fatto che, così agendo, si intende «relegare l’italiano a posizione del tutto secondaria». L’altro giorno ha protestato anche il presidente dell’Accademia della Crusca, il professor Sabatini, addolorato per la crociata di Barroso contro l’italiano (sarebbe utile, in verità anche una crociata dell'Accademia contro il mancato uso del congiuntivo, in Italia e non in Europa). E, infine, il vice presidente della Commissione, l’italiano Franco Frattini, amico di Berlusconi che è amico di Barroso, ha promesso (o minacciato?): «D'ora in poi, parlerò in italiano nei miei prossimi appuntamenti con i mezzi di comunicazione».
Come si vede, la questione ha preso una brutta piega. Il caso è montato. Anche perché Barroso tarda a nominare un italiano nel folte gruppo dei portavoce della Commissione. Ci sono tanti inglesi, tanti francesi, tanti tedeschi e tanti britannici. Ma nessun portavoce italiane doc. Che sta succedendo? In verità ben poco. E accaduto, per stare ai fatti, che nell'Europa allargata, fatta di 25 Paesi, si parlino non più undici ma almeno diciotto lingue. Dall’inglese, al maltese. Da qui il problema di semplificare il funzionamento della sala stampa di Bruxelles (800 giornalisti accreditati, una delle più grandi del mondo) e di contenere i costi dell'interpretariato. Che hanno fatte gli uomini di Barroso (o meglio la donna, visto che la portavoce n° l la francese Françoise La Bail)? Hanno confermato che le lingue di lavoro, all'appuntamento di mezzogiorno in sala stampa, restano, come avviene da anni, il francese e l'inglese (con qualche eccezione per il tedesco) e che, in occasione delle conferenze stampa dei commissari, la traduzione sarà garantita per tutte le lingue nella giornata di mercoledì, tradizionalmente la più importante.
L'unica variazione riguarda eventuali incontri stampa dei commissari organizzati in altri giorni. In questo caso, è stato stabilito che le cabine degli interpreti siano principalmente quelle francesi, inglesi, tedesche (ma è controverso) e della lingua parlata dal commissario che sta sul podio. Tuttavia, il commissario potrà richiedere la copertura linguistica che più gli interessa, anche completa.
L’ambasciatore Cangelosi è andato giù duro. Ha avvertito Barroso che il problema sarà messo sul tavolo del «Coreper», l'organismo operativo del Consiglio dei ministri Ue. Non vorrebbe, l'ambasciatore, che si tratti di «una palese violazione dei Trattati e di una grave discriminazione operata nei confronti di un Paese membro, e per di più fondatore dell' Unione Europea». La frase sembra, francamente, caricata. Che dovrebbero dire, per conseguenza, i Paesi piccoli ma, per Trattato, con eguali diritti degli altri? Ma essa è rivelatrice, anzi mette il dito sulla piaga. Segnala la sofferenza italiana e il suo progressivo minore peso specifico nelle istituzioni comunitarie. L'italiano della sala stampa, lo scarso numero di italiani nei Gabinetti degli altri 24 commissari e alla guida delle direzioni generali, sono dettagli, anche importanti, di un problema molto più grande. Forse un grido per nascondere il nodo politico vero dell’influenza italiana in Europa. Della sua decadenza. Della perdita di autorevolezza. A forza di attaccare l'Ue, la moneta unica, il mandato d'arresto, il protocollo di Kyoto, le politiche antixenofobe, non ci si crea degli amici. Se si propone Buttiglione e non si conferma Monti, se a Bruxelles risuona il messaggio leghista di Forcolandia, alla lunga i risultati arrivano. Quelli negativi. E, come ha ammesso Galli della Loggia sul «Corriere» di ieri, gli italiani, da fondatori dell’Europa «sono diventati dei comprimari».

Tanta storia, pochi soldi l’italiano stretto nei confini

Ma si scopre anche che la Società Dante Alighieri che dovrebbe diffondere l’idioma nazionale nel mondo percepisce solo qualche “spicciolo” dallo Stato

Il ministro degli Esteri Fini risponde a Barroso: «C’è un accordo del 2003: inaccettabili le innovazioni in sede europea ai danni della nostra lingua»

di Rita Sala

Il Messaggero, 20 febbraio 2005
Un attacco alla Dolce lingua? L’Europa declassa l’Italiano? Il Paese non difende l’idioma della Divina Commedia , opera fondamentale per l’universo mondo, né più né meno che Hamlet o il Quijote? Queste le domande suscitate dalla supposta ghettizzazione dell’Italiano in seno al Governo europeo, anche in seguito all’indignazione, in materia, di un’istituzione autorevole come l’Accademia della Crusca. Tutto è partito dalla notizia che alle conferenze stampa dei Commissari europei nei giorni diversi dal mercoledì (in cui è assicurata la traduzione in tutte le lingue ufficiali dell’Unione), verrebbero negati gli interpreti italiani. Si grida al pericolo, si “accusa” lo Stato di essersi preso poca cura, da sempre, dell’idioma nazionale. Il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, precisa oggi formalmente al presidente Barroso che non possono essere accettate innovazioni, in sede europea, a danno della nostra lingua. Ricorda che l’Italiano è utilizzato su basi di parità in tutte le riunioni del Consiglio, grazie all’accordo sul regime linguistico raggiunto dalla Presidenza italiana nel 2003 (ogni Stato membro deve accollarsi i costi di interpretariato per la propria lingua, inclusi gli inglesi, i francesi e i tedeschi). E ribadisce che la difesa dell’Italiano nel mondo è uno degli obiettivi prioritari dell’azione del Ministero.
Ma le pietre dello scandalo non sono queste diatribe. Hanno un’altra faccia, un’altra natura. Pensiamo innanzitutto a quanto la Società “Dante Alighieri”, dalla fine dell’Ottocento organismo preposto alla diffusione dell’Italiano nel mondo, sia penalizzata, nello svolgimento del suo compito, dalla mancanza di un sostegno finanziario degno di tal nome. A fronte dei 42 milioni di euro annui di cui dispone, ad esempio, la “Alliance Française”, corrispettivo d’Oltralpe, per mantenere un paio di centinaia di scuole, e dei ben 60 milioni di euro destinati dalla Spagna ai 56 istituti Cervantes, lo Stato italiano eroga, per i 400 istituti fra eccellenti, medi e piccoli della “Dante Alighieri”, appena 1 milione e 248 mila euro l’anno. Il bilancio annuale complessivo della Società, per contro, è di circa 15 milioni di euro: ma attenzione. Elemosina di Stato a parte, il grosso della cifra consta di quelli che Giosuè Carducci, agli albori dell’associazione, definì, “bilanci morali”, vale a dire la somma degli introiti che le varie scuole ricavano dall’attività di un anno e diligentemente comunicano alla Casa Madre. La quale ne prende nota ma non incassa, essendo quei denari alla base del futuro lavoro di ogni istituto. In cosa consiste, allora, il sostegno di Roma alle quattrocento scuole? In qualche borsa di studio e in un pugno di libri di testo, non sempre di prima scelta. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio inviato a Bruno Bottai, presidente della “Dante Alighieri”, ha definito così l’Italiano: «Lingua popolare e lingua colta che rappresenta non solo il patrimonio di identità della nostra nazione, ma è lievito di saperi universali. In questa lingua sono state scritte grandi opere scientifiche, testi immortali di arte, letteratura e poesia. L'italiano è stato la nostra prima Patria. Ha unito le genti d’ Italia allora divise e ne ha rafforzato la dignità nazionale». E ancora, nel discorso del 24 settembre 2004: «Mai più l’Italia senza una conoscenza certificata delle lingua italiana». Da cui l’apertura, da parte della “Dante”, in collaborazione con il Ministero del Lavoro, di un progetto sperimentale per la formazione linguistica delle quote di immigrati in procinto di entrare per lavoro nel nostro Paese. Di chi le “colpe”? Non dei nostri poeti, dei nostri artisti, dei nostri scienziati. Forse nemmeno di Barroso e di chi per lui. Certo di chi non ha mosso un dito pur sapendo che zone di influenza e diffusione specifica dell’Italiano come la Svizzera (a Zurigo è stata addirittura chiusa la cattedra di Italianistica, di cui fu titolare, a suo tempo, un signore chiamato Francesco De Sanctis) o Malta, non sono state adeguatamente difese. Di chi taglia, di anno in anno, il bilancio della “Dante”, benché da ventiquattro mesi la Società sia in grado di rilasciare attestati di frequenza con valore europeo (i cosiddetti Plida). Di chi vedi l’esortazione del ministro degli Esteri, che chiede la tempestiva messa a punto di nuove strategie non si cura di come e quanto agiscano i nostri istituti di Cultura all’estero a favore delle scuole di lingua italiana.
Dobbiamo forse sperare nell’amor che muove il sole e l’altre stelle? Meglio forse il vecchio adagio, aiutati che Dio t’aiuta. Senza disperdere le forze.

Nelle sedi dell’UE l’italiano è da sempre osteggiato

Una discriminazione che viene da lontano
di Giancarlo Romoli Venturi, Direttore Onorario della Commissione dell’Unione Europea

Il Secolo d’Italia, 20 febbraio 2005
Leggo sul Corriere della Sera di venerdì 18 febbraio un'intervista del professor Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, circa la perdita di prestigio che avrebbe recentemente subito la nostra lingua nelle sedi istituzionali europee, anche e soprattutto a seguito della decisione del portavoce del presidente della Commissione europea, José Manuel Durao Barroso, di cancellare la lingua italiana dalla maggior parte delle conferenze stampa dei commissari europei. Lungi da me l'intento di polemizzare con Sabatini che, a mio avviso e giustamente, si preoccupa della diffusione della nostra lingua nel mondo, espressione "prima" di una cu1tura tra le più grandi nella storia dell'umanità. Non vorrei, tuttavia, che le recenti decisioni comunitarie non fossero altro che il pretesto per muovere critiche alla maggioranza di governo e alla sua politica estera, facendo così da eco alle recenti polemiche sorte a seguito delle presunte dichiarazioni del presidente francese Jacques Chirac sul diminuito ruolo dell'Italia in sede europea. E valga il vero: il problema della lingua italiana come lingua di lavoro dell’Amministrazione comunitaria è sempre esistito, sin da quando, giovane funzionario italiano, iniziai, il 6 gennaio 1959, il mio lavoro presso la Commissione, conclusosi il primo luglio del 1995, ma non è mai stato risolto per noi in senso positivo nei quasi 50 anni di vita delle Istituzioni europee. Già nell'Europa a sei, le lingue di lavoro, teoricamente tre (italiano, francese e tedesco) si riducevano a due, se non a una il francese costituendo per ragioni pratiche la lingua veicolare. È altresì evidente che, nel più ridotto contesto della Piccola Europa, l'italiano avesse, comunque e proporzionalmente un peso maggiore dell'attuale, stante le dimensioni del Paese, del numero dei suoi funzionari, dei giornalisti accreditati. Si aggiunga che per molti anni il portavoce della Commissione è stato di nazionalità italiana, per cui il lavoro dei giornalisti italiani godeva obiettivamente di ovvii privilegi. Ciononostante, anche allora, da un punto di vista squisitamente nazionale, la situazione non veniva considerata soddisfacente, e non poche erano le voci che si levavano dello stesso tenore di quelle di Sabatini. I progressivi allargamenti della co¬munità, primo fra tutti quello che ha condotto il Regno Unito nelle istituzioni europee, non potevano che modificare in senso negativo la situazione per la lingua italiana, e anche il tedesco ha finito in un dato momento per farne le spese e in misura mino¬re lo stesso francese, che ha perso lo status di unica lingua veicolare di fatto. Posso capire il disappunto di Sabatini, che è anche il mio, ma addebitare all'attuale ministro degli Esteri Gianfranco Fini, e al commissario Ue, Franco Frattini, entrambi di fresca nomina, il fatto che il tedesco sia stato privilegiato nei confronti dell'italiano (perché in sostanza a questo si riduce il problema, visto che è incontestabile il carattere internazionale dell'inglese e del francese) è pretestuoso e ingeneroso. Certe situazioni si maturano negli anni e si concretizzano sotto la spinta degli eventi. L’Europa a 25 si allarga a est, Paesi sotto l'influenza della lingua tedesca, quella cioè di un Paese di gran lunga il più popoloso dell'Unione. II fatto di aver lavorato 36 anni in una delle Istituzioni europee mi consente di escludere l'esistenza di ogni volontà discriminatoria da parte del presidente Barroso e del suo portavoce Françoise Le Bail. Solo chi non co¬nosce i problemi pratici che la gestione di una macchina così complessa come la Commissione comporta, può attribuire le recenti decisioni amministrative a una volontà preordinata di umiliare uno Stato membro fondatore dell'Unione. Qualità quest'ulti¬ma che conferisce al nostro Paese autorità morale e prestigio, ma che temo non possa influenzare i problemi di comunicazione. D'altra parte, lo stesso Sabatini afferma che l’italiano è studiato dai ceti colti della società. Forse che questi ceti cesseranno di studiarlo a seguito delle decisioni della signora Le Bail? Sabatini si è mai chiesto come mai i governi italiani del dopoguerra non hanno mai favorito l'apertura di nostre scuole all'estero e hanno semmai chiuso quelle precedentemente esistenti? Non sarebbe il caso di rivisitare la nostra politica degli anni passati invece di trovare ogni occasione per delegittimare il governo attuale?

sabato, febbraio 19, 2005

Frattini: «Ora userò solo la nostra lingua»

di Franco Frattini

Corriere della Sera, 19 febbraio 2005
Non so se sia soltanto della cultura politica la colpa dell'«italiano declassato». Certo questa caduta viene da lontano e ha ragioni complesse. Le più evidenti e recenti: la nuova Europa a 25 sta segnando e segnerà una diversa geografia del potere e forse alleanze variabili, mobili, come del resto la relazione transatlantica ha recentemente dimostrato, mettendo da un lato in crisi l'asse tradizionale della politica europea, dall'altro favorendo i singoli attori dotati di capacità di attrazione.
Il ricongiungimento europeo e la pluralizzazione delle lingue hanno poi certamente incoraggiato quei processi di semplificazione che vedono oggi accompagnare il trionfo delle «lingue di lavoro»: l'inglese e il francese. Forse Romano Prodi pensava proprio a questo - semplificare e risparmiare - nella sua battaglia per la lingua unica, l'inglese, tanto che il 26 aprile del 2002 era chiamato a difendersi dichiarando che «la Commissione non ha adottato alcuna decisione che privilegi la lingua inglese rispetto alle altre lingue ufficiali. Né sono state impartite ai servizi direttive che suggeriscano l'utilizzo esclusivo della lingua inglese nella elaborazione e distribuzione di documenti o di materiale». Dobbiamo ringraziare il Presidente Ciampi per la ripresa coraggiosa dei temi di un identità e di una lingua italiane che il dopoguerra ha osteggiato e sacrificato. Non abbiamo saputo coltivare e coniugare ideale europeista con una difesa intelligente e aperta dell'identità italiana. E non lo si è voluto fare in nome di un relativismo culturale che è negazione delle radici. Abbiamo inseguito una appartenenza «superiore» - un cosmopolitismo amorale - che un nuovo qualunquismo «politicamente corretto» alimenta. Lo abbiamo fatto proprio in un mondo e nel tempo di una forte ripresa dell’identità nazionali sfiancando il grande ruolo di influenza politica ed economica che una lingua può giocare.
E veniamo alla vicenda del portavoce, intesa come una spia del «declassamento» della nostra lingua: anche se è vero che una lenta e quasi carsica deriva sembra accompagnare l'italiano fuori dai Palazzi della sommissione. Francesi e tedeschi,al contrario di noi, hanno saputo imporre una presenza delle loro lingue nella prassi codificata, nonostante un declino a tutto vantaggio dell'inglese. Dunque alcune lingue ufficiali sono più ufficiali di altre.
La precedente Commissione poi confermò la prassi di tradurre tutti i comunicati stampa nelle cosiddette lingue di lavoro - francese, inglese e tedesco -, relegando quindi l'italiano a lingua utilizzata solo per decisioni e procedure relative al Paese. E aprendo anche la strada a un minore appeal dell'italiano come lingua del portavoce. Un eccesso di europeismo, probabilmente. In questa situazione l'Ufficio deI Portavoce della Commissione mentre da un lato si è mosso tardivamente per cercare un riequilibrio, dall'altro sconta la denuncia dell'associazione di categoria (Api) che, retta da un giornalista tedesco, ha protestato vivacemente per l'«italiano declassato».
Abbiamo ora di fronte a noi l'impegno di un portavoce italiano che sono certo il Presidente Barroso onorerà al più presto, e la mia decisione: parlerò in italiano nei miei prossimi appuntamenti con i mezzi di comunicazione.

Italiani, salviamo l'italiano

Nelle riunioni della Ue la nostra lingua sarà esclusa
di RAFFAELE SIMONE

Il Messaggero, 19 febbraio 2005
ORMAI è sicuro. L'italiano è stato cancellato l'altro giorno dalla lista delle lingue utilizzabili nelle conferenze-stampa dei commissari europei, ad eccezione di quelle del mercoledì, unico giorno in cui è assicurata la traduzione delle lingue di lavoro dell'Unione europea (inglese, francese, tedesco e, fino a ieri, per l'appunto la nostri). Sembrerebbe solo una notizia curiosa, invece è un fatto grave, anche perché la decisione è stata presa (dicono i giornali) al più alto livello: dalla portavoce del presidente dell’Unione, il portoghese José Maria Barroso. In pratica, nelle conferenze stampa, i partecipanti (giornalisti e commissari dettile) non potranno più parlare in italiano, ma dovranno ripiegare su una delle altre lingue ammesse, ossia parlare in una lingua straniera.
Che differenza fa? Chi come me partecipa spesso a congressi scientifici sa bene che la differenza c'è, ed è molto pesante. Quando si deve sostenere una tesi, magari in modo polemico e argomentato, o rispondere a una domanda pericolosa, o difendersi da un'osservazione maliziosa, non c'è nulla di meglio della propria lingua, nella quale si abita e in cui ci si muove senza sforzo.
Nei congressi scientifici, dove (piaccia o no) si parla quasi universalmente inglese, i nativi di questa lingua vengono a trovarsi così con un immenso e ingiusto vantaggio comparativo su tutti gli altri: le loro relazioni sono le più ascoltate, le loro argomentazioni le meglio riuscite, le loro discussioni le più brillanti. Quando si tratta di scegliere una linea alternativa a un'altra (una tipica attività della politica), è chiaro che le posizioni espresse nella propria lingua madre vengono formulate meglio e hanno maggiore possibilità di imporsi.
C'è però anche un risvolto politico, ed è molto malinconico. La decisione di Bruxelles significa che l’italiano (la sua cultura, il suo patrimonio, la sua immagine) perde peso in Europa, e che la stessa cosa capita al Paese. I nostri politici, rispondendo alla notizia di ieri, si sono stracciati le vesti denunciando la discriminazione, l'apartheid e altre consimili birbonate. Credo che farebbero meglio a cambiare registro: questa bocciatura dell'italiano non è il frutto della malignità di Barroso, ma della loro indolenza, cioè dell'inesistenza di qualunque politica linguistica italiana, in Italia e fuori.
Chi lancia strali farebbe bene a coprirsi il capo di cenere, come segnalo da tempo su questo giornale. Le lingue non sono il passatempo di letterati noiosi, ma beni culturali e più ancora oggetti politici (ancor più della mozzarella di bufala e dell'uva da tavola). Togliere a un popolo la lingua (come fu fatto nell'Unione Sovietica nei confronti delle popolazioni non-russe) significa impedirgli di esprimersi, di ricordare, di discutere, di elaborare idee nuove. Al contrario, riconoscere ad una lingua il diritto di esser usata nella pienezza delle sue funzioni significa permettere a chi la parla di presentare e difendere le proprie idee. Questi concetti elementari non sono mai sembrati rilevanti ai nostri politici, che sembrano poco sensibili alla dimensione simbolica della loro attività.
Del resto, in ciò somigliano molto agli italiani, che (come ho già notato su queste colonne) sono incredibilmente poco "leali" verso la loro lingua, cioè pronti a rinunciare a dir le cose in italiano per ricorrere (chissà perché) a frammenti raccogliticci di altre lingue. Basta confrontare, per esempio, il gergo informatico francese o spagnolo (interamente adattato in quelle lingue) con quello italiano (penosamente scimmiottato sull'inglese) per cogliere l'enorme differenza. La mia può sembrare una rivendicazione da purista, ma non lo è: è al contrario la diagnosi di una grave fragilità culturale collettiva, di cui oggi paghiamo una nuova rata. Perfino Romano Prodi, quand'era presidente dell'Ue, fu accusato più e più volte di aver rinunciato a parlare italiano (come le regole comunitarie gli avrebbero permesso) per ricorrere al suo inglese, non proprio fluidissimo.
Nel 1764 Voltaire scriveva che l'italiano, «per via delle sue immortali opere del Rinascimento, era in condizione di dominare in Europa», cioè di diventare lingua internazionale dei paesi colti del continente. Oggi, per l’imbelle noncuranza di un intero ceto politico, corre invece il rischio di diventare una lingua da marca di confine.

L'Ue boccia l'italiano a Bruxelles

Lingua morta, identità negata
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Corriere della Sera, 19 febbraio 2005
La notizia pubblicata dal «Corriere», che la lingua italiana è stata cancellata da tutte le conferenze stampa (salvo quelle del mercoledì) tenute dai commissari dell’Unione Europea, e che quindi essa è stata esclusa dal gruppo delle cosiddette lingue stabili dell’Unione al quale appartengono francese, inglese e tedesco, riveste una notevolissima importanza politica. Per la prima volta, infatti, se non sbaglio, l’opinione pubblica italiana è informata per un tramite che può ben definirsi ufficiale (la notizia di cui sopra è stata data dal portavoce del presidente Barroso) che il nostro Paese non sarà tra le nazioni guida dell’Unione ma occuperà un posto di seconda fila.

È questa una conclusione obbligata, dal momento che risulta davvero assai difficile credere che un Paese la cui lingua è considerata poco importante possa poi rivestire un ruolo politico primario. Ci sarà tempo domani per discutere se un tale esito fosse evitabile o invece fosse in un certo senso scontato da sempre; oggi dobbiamo prendere atto di questo dato politico decisivo: e cioè che dal far parte del novero dei principali iniziatori della costruzione europea ne siamo diventati dei semplici comprimari. Ma non si tratta solo di questo. Attraverso la prospettiva della lingua siamo messi d’improvviso di fronte a un ulteriore aspetto fondamentale della suddetta costruzione europea, rimasto fin qui occultato dalla valanga di retorica che ci viene abitualmente rovesciata addosso quando si parla di Europa. E cioè che questa Europa non sembra affatto destinata a diventare un vero soggetto sopranazionale quanto piuttosto una struttura plurinazionale sottoposta alla leadership permanente, e sia pure bisognosa di consenso, di un ristrettissimo gruppo di Stati nazionali.

Le formazioni statali piccole e medie lentamente forse si stempereranno, perderanno vigore e consistenza, ma gli Stati grandi, gli Stati leader certamente invece rimarranno nel pieno del loro rango e del loro potere, specie simbolico. È precisamente questo ciò che ci dice il modo in cui la questione della lingua si sta ponendo. L’italiano cessa di essere una lingua dell’Unione, infatti, ma non già a pro di una fantomatica, e inesistente, lingua europea, bensì a pro del francese, del tedesco e dell’inglese, che se non sbaglio sono le lingue di tre Stati che si chiamano Francia, Germania, Gran Bretagna, i quali quindi ne risultano accresciuti come culture, come società, come tradizioni storiche, insomma come Stati nazionali appunto. Altro che superamento dei medesimi in nome dell’Europa.

In tutto ciò, naturalmente, paghiamo anche errori nostri. Come giustamente ha ricordato il presidente della Crusca, Francesco Sabatini, nell’intervista a Paolo Di Stefano sul «Corriere» di ieri, la decisione di Bruxelles è anche il frutto della svogliataggine, della pigrizia burocratica con cui, complice non trascurabile la cronica mancanza di stanziamenti, gli enti e le amministrazioni italiane preposte alla diffusione della nostra lingua e della nostra cultura interpretano da decenni il proprio ruolo: la «Dante Alighieri» da gran tempo sopravvive a se stessa; gli Istituti italiani di cultura all’estero, dal canto loro, sono troppi, privi di mezzi e per lo più considerati dalla Farnesina come l’ultima delle sue preoccupazioni. Più in generale - e ciò che è più grave - manchiamo da sempre di una visione e di una guida politiche che comprendano come una delle principali carte che l’Italia possiede, per consolidare e illustrare il proprio ruolo sulla scena del mondo, è la carta rappresentata dalla sua straordinaria vicenda culturale. I risultati si vedono.

Ue: il governo protesta per l'addio all'italiano

POLITICA
Il diplomatico Cangelosi: «Stupore e sconcerto del nostro Paese»
Lettera dell'ambasciatore a Bruxelles alla Commissione per l'abolizione dell'uso della nostra lingua nelle conferenze stampa

Corriere della Sera, 19 febbraio 2005
BRUXELLES (BELGIO) - A giochi fatti arriva la protesta. L'ambasciatore italiano Rocco Cangelosi, rappresentante permanente dell'Italia a Bruxelles, ha inviato una lettera al presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Durao Barroso per protestare contro l'esclusione dell'italiano tra le lingue in cui vengono tradotte le conferenze stampa dei commissari.

Il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Durao Barroso (Ap)
Nella lettera, Cangelosi protesta perchè con questa decisione - scrive - si relega «l'italiano a posizione del tutto secondaria».
LA LETTERA - «Non Le saranno sfuggiti lo stupore e lo sconcerto provocati nell'opinione pubblica italiana, nel Governo, nel Parlamento Europeo e nella Stampa dalla decisione che sarebbe stata presa dal Capo del Servizio dei portavoce, la signora Le Bail, di instaurare di fatto un regime trilingue (inglese, francese e tedesco) nelle conferenze stampa tenute dai Commissari nei giorni diversi dal mercoledì, relegando l'italiano a posizione del tutto secondaria», scrive Cangelosi a Barroso. «Questo episodio si coniuga con quello già più volte segnalato della mancata nomina di un italiano tra i Portavoce dei Commissari. Alle richieste di spiegazioni indirizzate dal Capo dell'Ufficio Stampa della Rappresentanza italiana alla signora Le Bail - aggiunge l'ambasciatore - non è seguita alcuna risposta così come nessun riscontro ho ricevuto alle mie lettere del 18 novembre e del 7 febbraio scorsi ed ai successivi interventi che io stesso ho effettuato presso il suo Gabinetto. L'urgenza di ricevere i necessari chiarimenti e l'esigenza di approfondire in una sede ufficiale questa delicata questione mi hanno spinto a richiedere l'iscrizione del punto al prossimo Coreper (il Comitato dei rappresentanti permanenti presso la Ue)». Cangelosi conclude:«Voglio ritenere che la situazione determinatasi sia dovuta a scelte adottate a livello amministrativo, senza nessun avallo politico dei vertici della Commissione. Si tratterebbe in caso contrario di una palese violazione dei Trattati e di una grave discriminazione operata nei confronti di un Paese membro, e per di più fondatore dell'Unione Europea».
L'INVITO - Concludendo, Cangelosi rivolge a Barroso questo invito: «credo che Lei comprenderà come sia necessario rassicurare al più presto il Governo e l'opinione pubblica italiana circa la volontà dell'Esecutivo comunitario di agire conformemente ai principi ed alle norme dell'Unione, fugando ogni dubbio di discriminazione o di situazioni di privilegio nei confronti di questa o quella lingua». Si tratta del secondo intervento di protesta dell' ambasciatore italiano verso la Commissione europea in pochissimi giorni. Giovedì scorso era stato reso nota una lettera inviata da Cangelosi al commissario Ue al mercato interno Charlie McCreevy per protestare, a nome delle autorità italiane, sulle modalità di invio della missiva con cui Bruxelles chiedeva al governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, chiarimenti sui presunti vincoli imposti alla presenza e al controllo di gruppi bancari stranieri nelle banche italiane.

venerdì, febbraio 18, 2005

Italiano addio, sconfitto in Europa

LA DENUNCIA Il presidente dell’Accademia della Crusca: è un colpo di mano amministrativo, ci hanno cancellato dalle conferenze dell’Unione
Sabatini: «A Bruxelles i nostri politici non difendono il prestigio della lingua»
di Paolo Di Stefano

Corriere della Sera, 18 febbraio 2005
Il sospetto è che il presidente dell’Unione Europea, José Manuel Barroso, non ami l’Italia. La notizia è che il suo portavoce-capo, la francese Françoise Le Bail, ha cancellato la lingua italiana da tutte le conferenze-stampa dei commissari, ad eccezione di quelle che si tengono il mercoledì, unico giorno in cui è garantita la traduzione delle principali lingue dell’Ue. Dunque, l’italiano esce dal gruppo ristretto delle lingue stabili dell’Unione, al quale appartengono l’inglese, il francese e il tedesco. Quanto basta per mandare su tutte le furie il presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, il quale alla difesa della nostra lingua anche nelle sedi istituzionali si dedica anima e corpo da anni.

Professore, che significato ha questa decisione?
«Se è così, significa che il prestigio della nostra lingua è molto diminuito. Fino a qualche anno fa la conoscenza dell’italiano presso il pubblico colto europeo era maggiore rispetto al tedesco e allo spagnolo. Oggi purtroppo non è più così».

Che cos’è successo negli ultimi anni?
«È successo che il valore e l’importanza della nostra lingua non sono stati abbastanza difesi nelle sedi istituzionali».

Dai politici? Dal governo? Dai nostri rappresentanti in Europa? «I politici non hanno fatto nulla per difendere in Europa il ruolo dell’italiano. Il ministro competente è Gianfranco Fini, il ministro degli Esteri. Vorrei chiedergli: dov’è finito il nazionalista di An? Gli sbandieramenti generici dell’italiano non bastano».

Ma perché l’italiano dovrebbe essere privilegiato rispetto alle lingue degli altri Paesi: lo sloveno, il danese, il portoghese, il ceco, l’ungherese, il finlandese eccetera?
«Intanto, l’italiano è la lingua di uno dei paesi fondatori, il nostro Paese è stato a lungo il più popoloso dell’Unione, e ora si è fatto scippare la propria lingua come nulla fosse... Fino a due o tre anni fa la nostra lingua era affiancata al tedesco come lingua più studiata fuori dal paese d’origine».

Oggi la popolazione europea che parla l’italiano come lingua straniera è il 2 per cento, la metà rispetto allo spagnolo. Dunque?
«Un fatto del genere lo fa regredire ancora di più. Io sostengo questo: le lingue dell’Ue sono 20? Bene, manca una politica ufficiale dell’Unione sul problema linguistico complessivo e così si va avanti per vie di fatto che sono dei colpi di mano amministrativi. Invece bisognerebbe decidere una volta per tutte con un programma definito democraticamente e insomma con una politica linguistica vera e propria».

Che non esiste? «C’è una Federazione europea delle istituzioni linguistiche, fondata a Stoccolma nel ’93, che raccoglie tutte le accademie scientifiche, come la Crusca. Questa Federazione ha dichiarato la necessità di una politica dell’Unione: si è parlato di possibili compensi alle lingue che non vengono usate nelle istituzioni».

Che tipo di compensi?
«Per esempio finanziare l’insegnamento di queste lingue, sostenere le traduzioni per questi paesi, eccetera. Insomma, intraprendere tutta una serie di iniziative per aiutare quegli idiomi che non godono del privilegio di un uso istituzionale nei lavori dell’Unione. Se questo non si realizza, è una violazione dei diritti della carta europea dove si parla di pari dignità anche sul piano linguistico».

Ma non si può certo pretendere che tutti i Paesi siano rappresentati con le loro lingue in sala stampa. Non crede che sarebbe un po’ eccessivo?
«È vero, se bisogna restringere per motivi economici, è necessario mettere in atto quei compensi di cui dicevo oppure stabilire dei turni che favoriscano ora questa ora quella lingua. Tanto ci sono sempre i traduttori. Queste però non sono decisioni che spettano al direttore di un ufficio ma al Parlamento».

Questa decisione sulla lingua italiana va di pari passo con la perdita di prestigio politico del nostro Paese? Ha ragione Chirac?
«Indubbiamente sì. Il prestigio di una lingua dipende dalla considerazione politica, culturale ed economica del Paese. Se si elimina l’italiano dai comunicati stampa, non è tanto per motivi finanziari, ma è perché si vuole affermare la superiorità di altri Paesi. La politica linguistica ha conseguenze sui rapporti commerciali e sul mondo produttivo: non è detto che un mobiliere della Brianza abbia a disposizione un traduttore per parlare con un’azienda tedesca...».

Altre conseguenze sul piano pratico?
«Sul piano pratico, questa decisione significa che la circolazione di informazioni non avverrà più nella nostra lingua, che l’insegnamento dell’italiano in generale sarà indebolito e che i giornalisti italiani nell’Unione saranno molto meno richiesti rispetto a quelli tedeschi o francesi. Senza dire che anche molti commissari avrebbero deciso di escludere i portavoce italiani».

L’Accademia della Crusca ha già protestato in altre occasioni per casi simili?
«L’anno scorso protestammo perché certi bandi di concorso europei non nominavano l’italiano come lingua straniera da far valere per essere assunti. Ricordo che in quell’occasione mi mandarono il testo di un concorso scritto in un italiano pieno di errori: su quel testo un candidato italiano avrebbe dovuto svolgere la sua prova per essere assunto come impiegato della Ue. Ciò significa che i nostri candidati erano sfavoriti in partenza e che nella commissione non c’era un solo italiano... Allora, io sono d’accordo che chiunque debba conoscere l’inglese, ma non è giusto che si selezionino politici, funzionari e impiegati sulla base dell’inglese».

Ma non basta la presenza di buoni traduttori per ogni lingua? «Si è calcolato che i traduttori dell’Unione costano circa due euro a ogni cittadino europeo. Allora io dico: si finanzino traduttori in modo tale che l’italiano venga tradotto in finlandese, in cipriota e domani in turco e viceversa. Ma non si agisca sottobanco».

Questo modo di agire sottobanco è una novità? «Un passo alla volta, è un fenomeno strisciante. Ma la colpa tipica dei politici italiani, e non da oggi, è trascurare la questione linguistica: un po’ perché sono assenti alle riunioni, un po’ perché sono incompetenti, un po’ perché la faccenda viene sottovalutata, e nessuno ne fa una vera questione politica di principio».

martedì, febbraio 15, 2005

Copenaghen scopre il design italiano

Appuntamento al Kunstindustrimuseum

News ITALIA PRESS, 14 febbraio 2005
Copenaghen - Quest'anno il Kunstindustrimuseum (Museo danese delle arti e del design) mette l'accento sul design industriale. Proprio in questo periodo, il museo espone 100 famose icone del design provenienti dalla collezione permanente della Triennale di Milano. L'esposizione è stata allestita in collaborazione con la Triennale di Milano e l'Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen.

La grande mostra di design italiano al Kunstindustrimuseum espone 100 oggetti scelti della Triennale di Milano che spaziano dal 1945 fino ad oggi. Le icone del design rappresentano la molteplicità e l'incisività del design italiano. La mostra comprende grandi icone quali: La Vespa, La macchina da scrivere portatile Valentine di Ettore Sottsass, Archizooms AEO, la poltrona postmoderna Proust di Mendini e le lampade da terra amorfe di Guglielmo Berchicci. Il design italiano per il suo spirito innovativo, giocoso, appassionato, per la ricchezza di dettagli e per l'eleganza e la raffinatezza tecnica, gode di grande rispetto e considerazione in tutto il mondo.

Designer come Aldo Rossi, Enzo Mari, Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Richard Sapper, Antonio Citterio e Mako Hasuike sono nomi famosi sulla scena del design internazionale e ditte come Aretemide, B&B Italia, Alfa Romeo, Olivari e Tecno hanno ottenuto grande successo con le loro particolari sculture innovative, offrendo ai designer ormai affermati la possibilità di svilupparsi e nello stesso tempo hanno introdotto nuovi giovani talenti nella scena del design. La mostra di design italiano del Kunstindustrimuseum è imperniata sugli oggetti della Triennale per l'architettura e il design di Milano chiamata anche Triennale di Milano, fondata già nel 1923 a Monza e trasferita a Milano nel 1933.

Attraverso gli anni è diventata una delle principali collezioni permanenti di design e architettura. La spettacolare mostra presso il Kunstindustrimuseum permette di orientarsi sui nuovi sviluppi e le più recenti tendenze del design e dell'architettura attraverso gli ultimi 50 anni. L'identità del design italiano è basata su una espressione semplice, razionale e fondamentalmente modernistica e funzionalistica. Questa tendenza è rappresentata nella mostra da Gio Ponti e Franco Albini. Gli italiani sono tuttavia noti per la cosciente ricerca d'infrangere le linee di demarcazione tra il design e l'arte, creando un'espressione dove la forma non segue pedissequamente la funzione.

I designer italiani hanno deliberatamente intrapreso un lavoro di sperimentazione cercando di allargare i confini dell'espressione estetica nel campo del design. In questo caso la ricchezza artistica della pittura e dell'architettura italiana è stata una fonte inesauribile d'ispirazione per tutta la cultura sperimentale del design italiano. In concomitanza con la mostra è stato pubblicato un esauriente catalogo degli oggetti esposti "Design in Italy 1945-2000" ad opera di Silvana Annicchiarico. News ITALIA PRESS

mercoledì, febbraio 09, 2005

UN NUOVO DIZIONARIO ITALO-SVEDESE GRAZIE ALL’IIC E ALL’UNIVERSITÀ DI STOCCOLMA

STOCCOLMA\ aise\ 9 settembre 2005 - Verrà inaugurato, domani, 10 febbraio, presso l’Università di Stoccolma, un primo colloquio italo-svedese finalizzato a realizzare un nuovo Dizionario Italiano-Svedese/Svedese-Italiano.
Il progetto nasce su iniziativa dell’Istituto Italiano di Cultura "C. M. Lerici" e del Dipartimento d’Italiano dell’Università di Stoccolma.
Interverranno all’inaugurazione, l’Ambasciatore Giulio Vinci Gigliucci e il Magnifico Rettore, Kåre Bremer.
Il colloquio, al quale prenderanno parte eminenti studiosi svedesi e italianisti di spicco, tra cui figurano Tullio De Mauro, Massimo Vedovelli, Nicoletta Maraschio, Giulio Lepschy, Silvana Ferreri, Mikael Reuter, Pär Larson, Åke Viberg, Camilla Bardel, scaturisce dall’esigenza di approdare quanto prima ad un nuovo Dizionario per rispondere alle aspettative sia degli ambienti accademici che degli utenti interessati.
L’iniziativa si colloca in un momento estremamente favorevole per la diffusione dell’italiano in Svezia, in virtù del crescente interesse registrato in seno alle Istituzioni scolastiche ed universitarie. (aise)

Mostre: la cucina italiana a New York

New York, 9 feb. (Adnkronos Cultura) - L'Accademia italiana della Cucina e l'Istituto Italiano di Cultura inaugurano, oggi, la mostra antologica illustrata dal titolo "Cinquant'anni di Cucina Italiana", che potrà essere visitata fino al 18 febbraio, presso la sede dell'Istituto Italiano di Cultura di New York.
La mostra rappresenta un evento itinerante che, dopo le capitali del Nord Europa e alcune importanti città d'Italia e del Mediterraneo, viaggerà attraverso le principali città di Stati Uniti e Canada.
L'Accademia Italiana della Cucina nasce nel 1953, con la missione di salvaguardare, insieme alle tradizioni della cucina italiana, la cultura della civiltà della tavola, espressione viva e attiva dell'intero Paese. Oggi, l'Accademia conta 191 delegazioni in Italia e 57 all'estero, per un totale di 6.500 soci. Inoltre, è stata riconosciuta "Istituto di cultura" e gode del patrocinio del ministero per i Beni e le Attività Culturali.
Numerose le attività che l'Accademia promuove nel segno della cultura gastronomica, tra le quali quelle editoriali (la rivista mensile, la "Guida annuale ai ristoranti", i quaderni monotematici e le pubblicazioni che approfondiscono argomenti riguardanti avvenimenti, personaggi, tradizioni, tendenze e prodotti collegati con la civiltà della tavola); il Centro studi (per l'osservazione, elaborazione e studio del panorama di evoluzione della cultura italiana, non solo gastronomica); la promozione di eventi (convegni, concorsi, mostre, anche con la collaborazione di enti pubblici e privati).

L’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA ALLA FIERA DEL LIBRO DI VILNIUS

VILNIUS\ aise\ 9 settembre 2005 - Anche quest'anno l'Istituto Italiano di Cultura di Vilnius sarà presente con un suo spazio alla Fiera del Libro di Vilnius, che si apre giovedì 10 febbraio. La Fiera, giunta ormai alla sesta edizione, è la più importante manifestazione del genere nei paesi baltici e si prevedono oltre 40mila visitatori nei 4 giorni di apertura (10-13 febbraio) e più di 200 organizzazioni partecipanti.
Un fitto programma collaterale caratterizza la Fiera, con oltre 150 eventi culturali, fra dibattiti, incontri fra editori e autori, mostre e concerti. Ad accogliere i visitatori dello spazio dell'Istituto italiano anche una degustazione di vini senesi grazie alla collaborazione e il sostegno di PromoSiena.
Alla Fiera, promossa e sostenuta dal Ministero della Cultura Lituano, l'Associazione Editori Lituani e l'agenzia governativa "Books from Lithuania", sono stati inoltre invitati 15 scrittori recentemente tradotti in lituano. Tra questi, sarà presente alla Fiera Niccolò Ammaniti, il cui romanzo "Io non ho paura" è appena uscito in lituano per i tipi della Tyto Alba con il sostegno dell'Istituto Italiano di Cultura.
In occasione della visita a Vilnius di Ammaniti, l'Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con il Cinema Lietuva e l'Audiovisual Italian Promotion (AIP) presentano il pluripremiato film del regista Gabriele Salvatores "Io non ho paura", tratto dall'omonimo romanzo e del quale lo scrittore è anche co-sceneggiatore.
Il film, ambientato in un imprecisato paese del Sud Italia, di pochi abitanti, isolato e disperso nel grano, in un'estate alla fine degli anni '70, racconta una storia, ma dal punto di vista del protagonista, Michele.
Michele è un bambino, che viene a contatto con una realtà terribile e spaventosa: la perdita dell'innocenza, la fine dell'infanzia e il primo contatto con il terribile mondo degli adulti. Ma Michele non ha paura ed è così che quando, giocando con altri suoi coetanei nei vasti campi di grano che circondano le loro case, scopre un pozzo in cui è tenuto segregato, per ragioni che la sua innocenza e la sua giovane età gli impediscono di intuire, un altro bambino, decide di aiutarlo e di diventare il suo angelo custode. (aise)

lunedì, febbraio 07, 2005

Editoria: si espande all'estero il progetto 'Quotidiano in classe'

Roma, 7 feb. - (Adnkronos) - Lo spazio dedicato alla lettura dei giornali nelle scuole italiane si espande anche all'estero. Si allargano i confini del progetto 'Quotidiano in classe' dell'Osservatorio Giovani- Editori che quest' anno ha coinvolto oltre un milione di studenti italiani per circa 38.520 classi superiori: da lunedi' scorso, infatti, anche nelle scuole e istituti italiani di cultura presenti in 4 paesi europei - Francia, Germania, Spagna e Regno Unito - e' prevista la lettura in classe, una volta la settimana, di tre testate italiane e una dello stato ospitante.
'Corriere della Sera', 'Sole 24 ore', 'Quotidiano Nazionale', 'Le Monde', 'Frankfurter Allgemeine Zeitung', 'El Mundo' e 'The Times' sono i giornali coinvolti nell'operazione, il cui accordo e' stato firmato nel maggio 2004 al convegno di Bagnaia. Partito il 7 gennaio scorso con i corsi di formazione per i docenti, il progetto sara' monitorato da una ricerca i cui risultati verranno poi resi noti a Bagnaia 2005. '' Dal successo di questo 'test' - commenta Andrea Ceccherini, presidente dell'Osservatorio, al 'Corriere della Sera'- potra' dipendere l'estensione del progetto, con il coinvolgimento di almeno un autorevole quotidiano d'opinione per ciascuno dei 25 paesi dell'Unione.

venerdì, febbraio 04, 2005

IIC di Atene, conclusi i restauri?

Un impegno da parte della Farnesina

News ITALIA PRESS, 3 febbraio 2004
Roma – Il tema dei lavori di restauro della sede dell'Istituto Italiano di Cultura di Atene sbarca in Parlamento e ottiene la promessa della conclusione entro l'estate. Il tutto dopo un'Interrogazione Parlamentare del 24 novembre scorso, da parte dell'onorevole Basilio Germanà in cui si chiedeva di conoscere i motivi del lungo ritardo nei lavori di restauro della sede dell'IIC greco: in corso dai primi anni ottanta, sono stati proprio questi la causa del forzato trasferimento dell'Istituto altrove.

Una prima risposta è stata data in sede di Commissione Esteri della Camera dal Sottosegretario agli Affari Esteri Alfredo Mantica, nella seduta del 19 gennaio scorso. E' proprio dalla sede dell'IIC di Atene che vengono rilanciati i due interventi, soddisfatti dell'impegno assunto dalla Farnesina di ripristinare la sede entro la fine della prossima estate, concludendo quella che ormai è "una vicenda più che ventennale e lascia sperare in una migliore e rinnovata presenza culturale italiana nel Paese fino ad oggi grandemente condizionata in negativo dalla situazione di inagibilità dell'edificio".

Da Atene inoltre viene sottolineato che, nonostante tutto, non si è fermato l'impegno a favore della promozione culturale italiana in Grecia e per tenere "alto il profilo della nostra immagine culturale nel Paese, pur nei limiti e negli ambiti ristretti della mancanza di una sede adeguata e di una limitata disponibilità economica, aggravata oggi dalla sensibile contrazione dei Corsi di Lingua Italiana non più tenuti nella sede tradizionale e di grande richiamo di odòs Patission".

giovedì, febbraio 03, 2005

FARNESINA/ FIRMATO PROTOCOLLO PER SOSTENERE SCUOLA ISEAS DI KYOTO

Impegno ministero e Orientale Napoli per Scuola italiana studi

Roma, 3 feb. (Apcom) - Il Ministero degli Affari Esteri, l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente (ISIAO) e l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" (UNO) hanno sottoscritto il 2 febbraio alla Farnesina un Protocollo di Intesa sul funzionamento e sull'attività della Scuola Italiana di Studi sull'Asia Orientale (ISEAS) di Kyoto. Lo si apprende da una nota del ministero.

L'ISEAS è un centro di alti studi attivo a Kyoto dal 1987. Oltre a rappresentare un essenziale punto di riferimento per le attività italiane di ricerca, formazione e coordinamento degli studi sull'Asia Orientale, l'ISEAS ha acquisito con il tempo un valore strategico garantendo la presenza dell'Italia in una città come Kyoto, di grande rilevanza nel panorama culturale e accademico giapponese.

Il Protocollo di Intesa assicura continuità al funzionamento della Scuola Italiana conferendole lo status di "articolazione funzionale" dell'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. La programmazione annuale della Scuola costituisce parte integrante delle attività dell'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo. Il Protocollo prevede la possibilità che anche altri soggetti pubblici e privati, tra cui università e musei, possano partecipare alle iniziative della Scuola fornendo contributi finanziari o risorse umane.

Il Protocollo stabilisce che la Scuola - coordinata scientificamente e sostenuta finanziariamente dall'ISIAO e da "L'Orientale" di Napoli - abbia un direttore scientifico nominato dal Ministero degli Affari Esteri.

mercoledì, febbraio 02, 2005

Mostre: Lussemburgo, Mario Baccini inaugura quella sulla natura morta

Lussemburgo, 2 feb. (Adnkronos Cultura) - La mostra "G. Morandi et la nature morte en Italie", una rassegna sulla natura morta italiana del XX secolo allestita nelle sale del Musée National d'Histoire et d'Art del Granducato di Lussemburgo, sarà inaugurata venerdì 4 febbraio da Mario Baccini, ministro per la Funzione Pubblica e dal ministro della Cultura del Granducato. L'esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al 13 marzo, è stata organizzata da Foedus, Fondazione creata e presieduta da Mario Baccini per diffondere il patrimonio culturale italiano, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e con il supporto dell'Ambasciata d'Italia e dell'Istituto Italiano di Cultura di Lussemburgo.
Attraverso una selezione di opere di grandi artisti italiani, primo fra tutti Giorgio Morandi, il percorso espositivo della rassegna individua e illustra lo sviluppo tematico e stilistico di quella parte dell'arte italiana del Novecento che ha come soggetto la "natura morta". In mostra, accanto alla opere di Morandi, alcuni fra i più importanti e noti innovatori del XX secolo. Si passa da Severini a De Chirico, da Balla a Carrà, da De Pisis a Savinio, fino ad artisti meno conosciuti come Panneggi, Morlotti, Tosi di cui vengono presentate alcune fra le opere più significative.

martedì, febbraio 01, 2005

For Italy, the sky is the limit

By Beata Balogová

The Slovak Spectator, 31/1/2005
ITALIAN Ambassador Antonino Provenzano says "the sky is the limit" when it comes to business potential and cooperation between Italy and Slovakia.

With more Slovaks taking Italian language courses than ever before, he is equally optimistic about a meaningful, ongoing cultural exchange between the two nations.

The Slovak Spectator spoke with the ambassador to get his views on these and other germane topics, including the tourist industry, in which Italy is a heavyweight.

The Slovak Spectator (TSS): What are the main areas of interest for Italian business in Slovakia?

Antonino Provenzano (AP): I believe around 300 Italian firms are doing business in Slovakia at the moment, mainly small- and medium-sized ones. As for main interests, Italian companies are active in the manufacturing sector (shoes, textiles and garments, tools, furniture, house appliances), construction, leather processing, the automotive industry, insurance and services, especially sanitation.

Italy is also present in two Slovak banking institutions, VÚB and UniBanka, which have been doing quite well.

The time will come when products bearing "Made in Italy" tags will be produced outside the boundaries of my country - with Italian technology and Italian know-how - thus becoming "Made by Italy".

Slovakia could become a good example of this. We see also some potential in timber processing as far as Italian furniture manufacturers are concerned.

And we should not neglect the interest of Italian cinematographers who see Slovakia as a good shooting location with competitive costs. I would not be surprised if this segment of the film industry further develops in Slovakia.

TSS: Historically, Italian investors in Slovakia have been small- and medium-sized enterprises (SMEs). Will the structure of Italian investment here change?

AP: Italy's small- and medium-sized businesses are the backbone of our economy. We have roughly four million firms in Italy. Of these, almost all are SMEs, employing fewer than 100 workers.

More than 99 percent of our productive structure is made up of SMEs. Naturally, all of this gets reflected in Italy's approach to investments abroad. Certainly, we are also interested in bigger investments.

The electricity producer Enel is a fine example. [Enel is currently in negotiations with the Slovak government to acquire a 66-percent stake in Slovenské elektrárne.]

TSS: Do you think Italian companies have fully explored the business potential here? What are the obstacles to the development of business links, if there are any?

AP: The volume of Italian investment here shows that Italy considers Slovakia an effective business environment, thanks to the privatization process, the free market conditions and the competitive fiscal rates.

The Slovak workforce is generally well qualified, too. Besides overcoming the language barrier, the only challenge I see is the one that free-market economies present everywhere.

TSS: Do you see an interest in speaking Italian increasing in Slovakia?

AP: Italian and Slovak are fundamentally different languages, and the learning process is not easy. But Slovaks have a natural inclination towards foreign languages. The time it takes an average Slovak to learn how to express him/herself in Italian is relatively short.

The Italian Institute of Culture in Bratislava is recording a steady 20-percent increase in attendance per year in language courses. There is also a bilingual lyceum in Bratislava where around 200 students attend each year.

I have personally experienced, amongst the Slovak people a widespread interest towards Italy which brings with it openness to the language as well.

TSS: Is there a big Italian community in Slovakia?

AP: Not really. Based on the figures from our consulate, we have about 250 Italian citizens residing here. Most of those working in Italian firms are Slovak citizens.

The Italian management travels here, of course, but we don't really consider them as a part of the Italian community permanently living in Slovakia.

TSS: Italy has always been seen as a tourist paradise. Is there anything that such a small country like Slovakia could offer to Italian tourists?

AP: Italy definitely has global appeal. Based on UNESCO statistics, 40 percent of the world's cultural heritage is located in Italy.

Even without this benefit, though, Slovakia could do well in the tourist industry. You have a beautiful country and an old cultural heritage.

Even in little villages there are castles or other historical sites that could interest tourists.

Your thermal spa system has good potential. However, to attract Italian tourists, services must be of a high standard. The tourist market in the world is so spread out and sophisticated that travellers could choose to go pratically anywhere. Competition is a big challenge and services are crucial in this area.

TSS: Do you feel that Italy is visible enough in Slovakia?

AP: We should not mix up the meaning of "being popular" and "being visible". Italy is popular in Slovakia. As for Italy's visibility, I think more work could be done in this area, from the business, cultural and the arts points of view.

TSS: Has Slovakia's membership in the EU brought dramatic changes to the relationship between the countries?

AP: Italy has been very impressed by the way Slovakia pursued NATO and EU membership last year. We saw determination and the related success in those achievements.

Dramatic changes? The issues Italy and Slovakia will focus on in the future, on the strict bilateral way, will be more of an economic nature than the traditional facets of bilateral foreign policy issues.

Those will turn, more and more, towards Brussels. Meanwhile, the business opportunities and relations between the two countries will grow.

TSS: What are the major cultural projects that your embassy has been promoting?

AP: There are two institutions that operate under the umbrella of the Italian Embassy in Bratislava: the Italian Institute of Foreign Trade and the Italian Cultural Institute.

Focus has been placed on teaching Italian language and literature. And we cooperate with the departments of Italian studies at the universities of Bratislava, Nitra and Banska Bystrica.

I am pleased by the interest of Slovak people in Italian literature. I saw that the daily newspaper SME's book project includes several Italian authors. Italian culture in Slovakia is also present in the fields of concerts, translations, photographic exhibitions, lectures and festivals.

TSS: Slovakia struggles with differences between the developed western parts of the country and the less developed eastern regions. Italy has had similar struggles. What cure does your government apply to this issue?

AP: We still struggle with disparities between the north [of Italy] and the south. The northern regions reflect a more European approach to socio-economic life while the south takes a more Mediterranean one. It is not only a cultural and historical difference but also shows up in industry and infrastructures.

We have not completely solved the issues so we certainly cannot provide a fully efficient recipe for success. But I believe that one of the answers certainly lies in building up effective infrastructures, which can make the area more appealing to investors and business.

A careful evaluation of the culture of the people in less developed regions is also very important, so that models of economic development can be adjusted to reflect the characteristics of the people living in that region.

An evaluation of the natural environment is important, too. If - for example - you have a beautiful resort, it makes more sense to build hotels there and invest in the tourism aspects than to decide to develop manufacturing industries in that area.

Certainly, it is easier to build manufacturing plants than fully develop tourist resorts, but if the culture of the people and the character of the land are neglected, the short-term benefit of that industry might not be so desirable in a further future.

Economic development should be not parachuted in from above but rather spirited in from below.

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