giovedì, marzo 31, 2005

La tradizione musicale siciliana in trasferta ad Amsterdam

(9colonne)31 marzo 2005 AMSTERDAM - Sabato 2 aprile alle 16, all’Istituto Italia di Cultura nella capitale olandese, verrà presentato il cd "E vinniru du mari…Dedericu", del gruppo Taberna Mylaensis. Dal 1975 Taberna Mylaensis, sotto la guida di Luciano Maio, incentra la sua attività sul recupero della tradizione musicale siciliana. Quest’ultimo lavoro discografico (cd registrato ad Amsterdam nel 2004) è dedicato al controverso e geniale personaggio medievale di Federico II di Svevia, Re e Imperatore del Regno Siculo-Normanno soprannominato "Stupor Mundi". Il repertorio di Taberna Mylaensis, originariamente concentrato sulla canzone impegnata, gradualmente si è spostato su un approccio più contemporaneo e tradizionale. La Sicilia è situata in un incrocio di flussi commerciali e la sua cultura è stata influenzata dai Greci, Arabi, Normanni e popolazioni Magrebine. Tutte queste culture hanno a loro volta influenzato la musica della Taberna. Il gruppo -che sabato terrà un concerto alla Felix Meritis di Amsterdam- ha realizzato già 10 dischi e cd ha rappresentato l’Italia in numerose manifestazioni interculturali e festival in Europa. Dal 2003 Luciano Maio lavora con una nuova generazione di musicisti, tutti nati agli inizi degli anni ottanta e formati al conservatorio di Palermo. Grande finezza musicale un’ottima promozione culturale dell’Italia e della Sicilia e quindi di tutto Mediterraneo.

mercoledì, marzo 30, 2005

L'Italia al XVI NatFilm Festival

Nei cinema di diverse città danesi verranno proiettati 150 film scelti fra le migliori opere cinematografiche europee e mondiali

News ITALIA PRESS, 30 marzo 2005
Copenaghen - L'Italia avrà una parte importante in quest'ultima, la XVI, edizione del NatFilm Festival che inizierà domani sera a Copenaghen. Come ormai è d'abitudine nei cinema di diverse città danesi verranno proiettati 150 film scelti fra le migliori opere cinematografiche europee e mondiali. Grazie anche alla collaborazione degli organizzatori con l'Istituto Italiano di Cultura, il cinema italiano in questa occasione sarà rappresentato con un'ampia presenza di nuovi film.

Fra l'altro è significativa la scelta della cover star di quest'anno, l'attrice italo-francese Valeria Bruni Tedeschi che nella veste di attrice verrà presentata in otto film, due dei quali italiani, "La seconda volta" di Mimmo Calopresti e "La Balia" di Marco Bellocchio. Ma sarà presente anche con la prima pellicola di cui ha curato la regia, il film parzialmente autobiografico "It's easier for a Camel...". Ad aprire il NatFilm Festival domani nella serata di gala sarà il film del regista François Ozon, "5x2", in cui proprio Valeria Bruni Tedeschi ha la parte della protagonista in un matrimonio che è al tramonto.

Tra i film italiani presenti nel festival ci sono poi "Agata e la tempesta" di Silvio Soldini, regista molto apprezzato in passato, anche in Danimarca, per il suo "Pane e tulipani". Il triller psicologico "Le conseguenze dell'amore" di Paolo Sorrentino, che narra i problemi di una donna di mezza età dal passato equivoco. "Venti di terra" di Vincenzo Marra, che descrive le vicende di un adolescente di un quartiere povero di Napoli costretto ad assumersi la responsabilità della famiglia, e infine "Evilenko" (premio 2005 Golden Reel Award di Tiburon, premio Fantafestival di Roma e molti altri) di David Greco, ospite d'onore del festival, che narra dello spietato serialkiller Andrej Romanovic Cikatilo, soprannominato il mostro di Rostov, colpevole di aver torturato, stuprato e divorato una cinquantina tra donne e bambini.

L'Italia alla Fiera dello Studente di Seul

Gli studenti coreani potranno informarsi presso lo stand italiano sulle istituzioni italiane, statali e private, più qualificate nel campo dell'istruzione

News ITALIA PRESS, 29 marzo 2005
Seul - L'istituto Italiano di Cultura di Seul sarà presente, con uno stand, alla XX Fiera dello Studente allestita fino al 27 marzo all'Haeundae Grand Hotel-Busan. Si tratta del più importante appuntamento dell'area asiatica dedicato al settore degli studi all'estero: gli studenti coreani potranno informarsi presso lo stand italiano sulle istituzioni italiane, statali e private, più qualificate nel campo dell'istruzione.
Tra gli enti rappresentati ci sono l'Università per Stranieri di Perugia, Università per Stranieri di Siena ; per le Scuole di Lingua, il Centro Fiorenza, DILIT, ICI-Istituto Dante Alighieri, Istituto Italiano KOINE, Lorenzo De' Medici, Machiavelli, Michelangelo, Spoletium; tra le Scuole di Design e Moda, Accademia Italiana, ISAD, Istituto Carlo Secoli e Istituto Europeo di Design Istituto Marangoni.

venerdì, marzo 25, 2005

L’IIC DI LOS ANGELES PRESENTA UNA CONFERENZA SULLE ESPERIENZE DEI CONTINGENTI ITALIANI NELLE AREE DI GUERRA

LOS ANGELES\ aise\ 25 marzo 2005 - Il 30 marzo prossimo, nei locali dell'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles, il Consolato Generale d'Italia organizza un’importante conferenza dal titolo "I did it my way: peacekeeping italian style".
La Conferenza, in tre parti, vedrà una presentazione storica del Professor Claudio Fogu, University of Southern California, e le riflessioni sull'esperienza del contingente italiano di pace in Libano (1982-1984) da parte del professore di scienze politiche, George Irani, e dell'antropologa, specialista in questioni mediorientali, Laurie King-Irani.
Questa conferenza, secondo il Console Generale Diego Brasioli, intende costituire la prima di una serie dedicata all'impegno dell'Italia nelle operazioni di mantenimento della pace nel mondo, con uno stile, come indicato nel titolo, tutto suo, che la distingue da altri Paesi.
Lo sforzo umanitario e il dialogo con altre culture si é sempre accompagnato, difatti, alle operazioni militari italiane all'estero, dal Libano alla Bosnia, fino ai recenti casi dell'Iraq e dell'Afghanistan, garantendone il successo, a tutto vantaggio delle popolazioni civili coinvolte.
"Si tratta di un'iniziativa – ha concluso il Console Brasioli - che intende illustrare, in una prospettiva storica, il comportamento dei nostri militari all'estero, valorizzandone l'impegno e il sacrificio a favore della pace". (aise)

lunedì, marzo 21, 2005

La lingua è l’anima del commercio

INTERVISTA CON IL LINGUISTA SABATINI, DOPO LE POLEMICHE SULLE TRADUZIONI ALLA UE: GLI IDIOMI IN COMPETIZIONE COME LE MERCI
di Mario BAUDINO

La Stampa, 21 marzo 2005
I dipendenti della Banca Commerciale Italiana, o almeno quelli dotati di maggiore sensibilità linguistica, hanno chiesto un parere all'Accademia della Crusca, la gloriosa istituzione che dal '500 custodisce e studia, nei suoi mutamenti, il patrimonio della nostra lingua attraverso la pubblicazione del mastodontico dizionario (in più di quattro secoli ne sono uscite cinque diverse edizioni). Il problema era almeno in apparenza futile: come comportarsi di fronte all'ordine di rispondere al telefono pronunciando l'acronimo della banca (BCI): «Qui Bi-si-ai, desidera?». Il professor Francesco Sabatini, docente all'Università Roma Tre e presidente dell'Accademia, mi dice quel che farà lui, se gli capiterà di chiamare. Si scuserà per aver sbagliato numero, spiegando, ad ogni buon conto: «Credevo di parlare con la banca commerciale». Una crociata contro l'inglese? No, risponde. (Anzi, chi pensa o dice che noi, alla Crusca, facciamo una battaglia contro l'inglese, pensa o dice una sciocchezza»
E allora qual è il problema?
«E’ che nel nostro Paese si studia poco e male l'inglese. Così lo mescoliamo con l'italiano appena possibile, a colpi di inutili coffee break, staff, meeting, slide, minando sempre più la fiducia nella nostra lingua».
Il vero pericolo sono gli italiani?
«Ci sono pericoli che vengono da lontano, e altri più recenti. Uno è il disinteresse della nostra classe politica, tutta. Forse è stata una reazione al dirigismo fascista, ma il risultato è che dagli anni Cinquanta non si è fatto nulla per tutelare la nostra lingua anche a livello internazionale».
Come invece i francesi?
«Si cita sempre con ironia lo "sciocco" nazionalismo francese, ma anche tedeschi e spagnoli non sono certo inerti, benché la diffusione di quelle lingue fuori dai Paesi d'origine, in Europa, sia inferiore a quella dell'italiano. Dovremmo capire che bisogna saper "commerciare" culturalmente con gli altri; se non si possiede una vera lingua non si commercia. E poi, checché se ne dica, la dimensione nazionale esiste eccome: pensi alla Fiat, in cui tutti hanno visto un problema italiano. Perché mai non dovrebbe esserlo proprio la lingua? Non è indifferente che venga parlata o meno, ad esempio, nelle sedi ufficiali europee. Non è indifferente che venga studiata o meno nelle Università e nelle scuole superiori».
Vuol dire che la mondializzazione apre uno scenario dove si manifesta sempre più forte una competizione tra le lingue?
«L'inglese si è imposto dal punto di vista economico e commerciale, è utile e ormai non se ne può fare a meno. Ciò non significa però che le altre lingue non siano in concorrenza. Anzi. I primi ad accorgersene sono stati i tedeschi, che hanno proposto un organismo dove si incontrassero tutte le istituzioni dedicate alle diverse lingue nazionali. E' nata così una federazione europea, costituita ufficialmente due anni fa, di cui anche noi facciamo parte. Ma in generale l'Italia, che avrebbe tutto l'interesse a una politica linguistica comunitaria, non se ne occupa. Ricordo che durante le discussione per la costituzione europea, chiesi al ministero degli Esteri di battersi per inserire nell'articolo dove si dice: "L'Unione promuove la salvaguardia delle culture nazionali", anche la frase " e delle lingue"»
Che cosa le risposero?
«Per carità - mi fece sapere il ministro Frattini -, non apriamo quel fronte».
Poi c'è stata la decisione di Barroso di togliere l'italiano dalle conferenze stampa della Commissione europea. E' stato proprio lei a lanciare l'allarme, ed ora il problema sembra rientrato. Ma, Bruxelles a parte, qual è lo stato di salute dell'italiano, in casa?
«Per usare una vecchia espressione, ci è andata bene grazie allo "stellone". Il famoso stellone d'Italia. Ma questo buon destino potrebbe esser sul punto di finire, perché le spinte che arrivano dalla tecnologia e dal contatto sempre più stretto con le altre culture sono fortissime».
L'italiano che sente risuonare intorno, personalmente, le piace?
«Come storico della lingua un po' mi compiaccio, un po' mi diverto e un po' mi dispero. Oggi più della metà della popolazione è in grado di parlare un italiano che definirei accettabile. Al momento dell'unità erano invece pochissimi. Ma curiosamente ci troviamo in una contingenza simile al 1870, quando il governo pensò di stabilire una norma nazionale, basandosi sui principi esposti dal Manzoni, ossia prendendo a modello la lingua parlata allora a Firenze dalle persone colte. Un'impresa che si dimostrò impossibile».
Oggi si discute d'un Consiglio superiore per l'italiano.
«Che imponga una grammatica di Stato e un vocabolario di Stato? Via, è un'idea fasulla. I compiti che ci attendono sono altri: per esempio qualificare gli insegnanti e i professionisti della comunicazione, dal momento che esistono sistemi almeno in parte centralizzati».
Com'è l'italiano parlato sul piccolo schermo?
«La televisione ha fatto moltissimo, ma ora è a un punto critico. Si ascoltano spesso cose francamente irripetibili. In positivo citerei invece trasmissioni come "Chi l'ha visto" o quelle di Piero Angela, che è bravo anche se forse un po' asettico, o ancora i documentari di storia».

PIÙ LINGUE PER L'EUROPA

di Robi Ronza

il Giornale, 21 marzo 2005
Una prova certa dell'astrattezza, oppure dell'empirismo di bassa lega, con cui si sta sviluppando l'Unione Europea è la scarsissima considerazione che si sta dando a una questione viceversa cruciale, quella delle lingue.
Nella Costituzione europea ora sul tappeto, il tema viene toccato solo in modo incidentale e indiretto. Intanto nella prassi delle istituzioni europee al vuoto delle regole fa riscontro la crescita abnorme di una delle lingue, ieri il francese e oggi l'inglese.
Ai tanti aspetti poco democratici, se non francamente autoritari dell'attuale realtà dell'Unione rischia così di aggiungersene un altro ancora: il comune cittadino che non sia di lingua madre inglese, o in certa misura di lingua madre francese, non è più in grado né di sviluppare né di controllare in dettaglio una pratica che lo riguardi.
Per questo deve rivolgersi a una casta di ... scribi anglofobi o francofoni. Tutto ciò non ha niente a che vedere con l'utilità, anzi la necessità di conoscere le lingue d'uso internazionale (non soltanto l'inglese peraltro, ma anche lo spagnolo e il francese).
Nessuno o quasi è in grado di conoscere così bene una lingua straniera fino al punto di farla diventare equivalente alla propria lingua materna. Se poi la lingua con cui si comunica è una lingua terza per entrambi gli interlocutori, per bene che questi la parlino la comunicazione viene comunque condizionata: non esprime più liberamente il pensiero ma lo costringe entro formule che il parlante non padroneggia ma subisce.
Tutti noi che parliamo lingue straniere, anche scioltamente, lo possiamo testimoniare. Certo, se si pensa all'Unione come alla direzione generale di una multinazionale la politica della «lingua franca» (oggi l'inglese) va bene. Se però la si continua a ridurre a questo livello l'Unione non decolla, anzi in sostanza non nasce nemmeno.
E chiaro che nessuno può parlare le oltre venti lingue complessivamente ufficiali nei vari Stati dell'Unione, ma per evitare la riduzione all'uso di una sola «lingua franca» non ce n’è bisogno.
In primo luogo si potrebbe favorire e insegnare quella competenza passiva (la capacità cioè di comprendere una lingua che pure non si parla) che nei confronti di lingue simili alla propria è comune nei Paesi slavi dell'Europa Orientale e nell'America Latina.
Grazie alla competenza passiva gli ambiti linguistici dell'Unione passano in linea generale da oltre venti a tre o quattro. Chi è di madre lingua neo-latina ci mette poco a imparare a capire le lingue neo-latine diverse dalla sua, e lo stesso vale analogamente per coloro che parlano lingue germaniche o slave. Essendo una lingua creola latino-germanica e avendo già larga diffusione, l'inglese è già di frequente oggetto di forme di conoscenza passiva.
In secondo luogo si tratterebbe di stabilire che nulla di scritto possa venire pubblicato o comunicato pubblicamente anche a voce in sede europea se non contemporaneamente in almeno tre lingue, e in ogni caso almeno in una per ognuno dei gruppi maggiori (latino, germanico, slavo).
Inoltre che gli uffici dell'Unione abbiano l'obbligo assoluto di corrispondere nella lingua del cittadino che ad essi si rivolge. Ciò darebbe al plurilinguismo e quindi alla pluriculturalità, risorse fondamentali dell'Europa, quella dignità primaria che oggi il tendenziale emergere di una «lingua franca» sta compromettendo.

Lingua italiana: a Bogotà seminario di aggiornamento

Bogotà, 21 mar. (Adnkronos Cultura) - Si svolgerà dal primo al 3 aprile il seminario di aggiornamento della lingua italiana riservato ai docenti d'italiano. Il corso, condotto da Anna Bertelli dell'Università di Bergamo, si terrà presso l'Istituto Italiano di Cultura di Bogotà.

Eventi: l'istituto italiano di cultura di Tripoli alla fiera del libro

Tripoli, 21 mar. (Adnkronos Cultura) - L'Istituto di Cultura di Tripoli partecipa con uno stand alla 31° Edizione della Fiera Internazionale del Libro, che si svolgerà fino al 30 marzo, al Rachid Karame. Nello spazio dedicato all'editoria italiana saranno esposte le più recenti pubblicazioni e sarà fornita un'adeguata documentazione relativa alle attività delle Università italiane.

venerdì, marzo 18, 2005

Quando la cultura batte la burocrazia

Che cosa insegna il fallimento del tentativo di Bruxelles di declassare l'italiano in Europa?
La battaglia per la difesa della lingua non è mai piaciuta agli ultrà del multiculturalismo
di Sabrina Fantuzzi

Secolo d’Italia, 18 marzo 2005
L’Europa della cultura e delle identità ha abbattuto l'Euroburocrazia, quella che per meri problemi logistici voleva escludere l'italiano dalle conferenze stampa. La strampalata decisione era stata presa dal presidente della Commissione, Barroso. La motivazione era al di là di qualsiasi comprensibile logica: l'Unione europea non aveva sufficienti interpreti che potessero tradurre nella lingua di Dante. Dunque l'italiano doveva essere declassato dalle conferenze stampa.
Insomma, l'organismo che ha l'ambizione di governare ben 500 milioni di abitanti, dettare regole, stabilire norme, inquadrare i problemi e risolverli, si era arreso davanti alla carenza di traduttori. Il caso, sollevato dall'ambasciatore italiano a Bruxelles, Cangelosi, era rimbalzato in Italia e aveva suscitato reazioni piuttosto rabbiose.
Anzi, precisiamo: mentre da parte della Destra ci sono state messe di comunicati, interventi a iosa, miriadi di interrogazioni e mozioni in difesa della lingua italiana e della sua cultura millenaria, e inviti cordiali alla Commissione affinché ritornasse sui suoi passi (vincendo); dalla sinistra le uniche voci flebili che si sono sollevate hanno confuso lucciole per lanterne (perdendo).
La sinistra internazionalista (ma neo-patriottarda come abbiamo scoperto ascoltando l'impeto comunitario e identitario del segretario Fassino durante l'ultimo congresso) si è preoccupata piuttosto di non commettere l'errore di «contrapporre alla tentazione malsana di surclassare l'Europa comunitaria con un predominio di qualche Stato forte una via di fuga mediocre, quella di un nazionalismo di ritorno che allontanerebbe ancora di più l'Italia dal progetto europeo» (sic!).
Queste perle di saggezza politica sono state profferite da Pittella, un europarlamentare dei Ds che, oltre ad avere in uggia la sintassi italiana, ha filosofeggiato alla carlona intravedendo nella difesa a oltranza della lingua condotta da An il lupo cattivo del nazionalismo fascista...
Che tristezza!
Il compare … di partito, Villone, si è inalberato, infuriato, indignato, e ha infierito contro Palazzo Chigi, reo di sapere ma di negare, di conoscere ma di nascondere. Insomma, il complottismo sinistro che ha inquinato tanta parte della storia italiana continua ad accecare la lettura degli eventi. Che sono semplici, banali, anodini. L'Unione Europea ha tante ambizioni ma poca anima, tante risorse ma non sa come valorizzarle, tante identità ma un unico volto: quello della burocrazia. Oggi questa burocrazia è stata sconfitta dallo stile italiano, dalla sua politica improntata alla persuasione morale e dallo stile sobrio dei nostri eletti che si sono mobilitati a ogni livello istituzionale.
C'è qualcuno che sostiene che una lingua non si studi per decreto. E vero, ma siccome l'Italia non è una neofita dell'Europa ma socio fondatore ed è la seconda nazione per produzione di ricchezza in Eurolandia, allora la lingua di Dante deve essere una delle lingue madri del consesso politico e istituzionale del Vecchio Continente. Non ci spaventa il confronto con le altre lingue: mentre l'inglese si studia per lavoro, il francese per Proust, lo spagnolo per Cervantes, il tedesco per Goethe, l'italiano si studia per passione, oppure per mangiare, per cantare, per guidare, per vestirsi, per divertirsi, per viaggiare... Non a caso, è la quinta più studiata al mondo. C'è chi sostiene che la vera cultura globale sia quella italiana. Lo ha detto un giornale tedesco, il "Frankfurter Allgemeine Zeitung", che su una copertina di qualche tempo fa incitava i tedeschi con l'invito: «Spaghettizzatevi». Una bella soddisfazione, perché arriva da un giornale compatriota del settimanale "Der Spiegel" che, alla fine degli anni Settanta, fece inorridire l'Italia con una copertina raffigurante una P38 su un piatto fumigante di spaghetti appoggiato sullo Stivale. Sono passati trent'anni da allora. E caduto il Muro, l'impero sovietico non esiste più, il comunismo ha fallito la sua missione storica, e quel che è sopravvissuto dell'ideologia, ovvero il messaggio salvifico, si è arreso all'evidenza. Gli unici a non accorgersene sono i Ds, con in cima la cricca Pittella&Villone. Ciò che tiene legati i popoli non è l'espropriazione dei mezzi di produzione, non è l'uguaglianza né la democrazia. Ciò che unisce i popoli è l'identità.

giovedì, marzo 17, 2005

Cultura: omaggio ad Attilio Bertolucci all'Istituto italiano di San Francisco

San Francisco, 16 mar. (Adnkronos Cultura) - In occasione della Giornata Internazionale della Poesia, l'Istituto Italiano di Cultura a San Francisco in collaborazione con RAI International, presenterà un documentario di Paolo Brunatto intitolato "Assenza, più acuta presenza" (Absence, Presence More Intense). Il filmato, della durata di 67 minuti, sarà trasmesso in italiano con sottotitoli in lingua inglese proprio presso l'Istituto, lunedì 21 marzo alle 18.30. "Assenza, più acuta presenza" è un viaggio a bordo di un treno, fatto di memorie che fluttuano attraverso i luoghi dell'anima e le distese del secolo appena trascorso, alla ricerca del senso della vita, o meglio, di tre inestricabili destini strettamente intrecciati tra loro: quella del grande, riservato poeta italiano Attilio Bertolucci e dei suoi due figli Bernardo e Giuseppe, per i quali l'assenza del padre - venuto a mancare nel 2000 - è ancora oggi un'intensa presenza.

The genius of da Vinci

By Dr Esther Vécsey


The Budapest Sun, March 17, 2005
DUE to the rareness of his works and the myths which have accrued around them and his persona, the Renaissance genius Leonardo da Vinci (born in Vinci near Florence, 1452, died in Amboise, France, 1519) continues to fascinate people from all walks of life even today.

A show of his work is a sure sensation anywhere lucky enough to have one. For months now, notice of the approaching Leonardo exhibition in Budapest has appeared in the media, building up public curiosity and expectation.

The exhibition, Leonardo da Vinci in Budapest, opens this evening (Thursday, March 17) at the opulent former Wenckheim Palace, now the Szabó Ervin Könyvtár (Library) in District VIII, and remains on view until May 29. On the opening day, at 10:30am, a scholarly conference takes place at the Italian Cultural Institute, in which leading savants will discuss important aspects and problems of the work of Leonardo and of the exhibition. Thanks to the persistent efforts and hard work of Dr Benito Righetti, Scientific Attaché at the Italian Embassy (along with the commercial office and the Italian Institute of Budapest), the Hungarian public now has a chance to admire, examine and study first hand facsimile sheets and reconstructed machinery based on the intellectual/artistic/scientific production of Leonardo's ever active mind.

On view are mounted sheets from the first facsimile edition by Hoepli, 1894, of Leonardo's famous Codex Atlanticus, a huge album of pasted sheets from the Ambrosian Library in Milan.

At first sight, Leonardo's cryptic notes, seemingly randomly scribbled over the page, are inscrutable to the unaccustomed eye. But with proper training and background knowledge, the scholar learns to decipher the script, to understand its significance, and to fit parts together like a puzzle. Thus new discoveries are being made as to the meaning of these signs - whether they be a simple shopping list, accounting notation, or serious studies for the solution of problems of architecture, urbanism, hydraulics, engineering, theater design, etc - and demonstrate the enormously wide-ranging intellectual capacity of the man, whose universal knowledge made him the epitome of the Renaissance Man.

The sheets of the Codex demonstrate that Leonardo never separated his "artistic" from his "scientific" investigations, but simply tackled problems in a pragmatic way, searching for the most direct and feasible solution, according to the laws of nature. This motto underlies all his work, from the so-called "mirror-writing" (which is simply his left-handed script, his hand directed by nature, emanating from the center out toward the left), to his investigations of the flight of birds, the growth pattern of trees and vegetation and the flow of water. Scholarship constantly reveals new explanations for the sketches of fascinating machines Leonardo invented for the most varying of purposes: to fly, lift water, hoist buildings, dam rivers, build bridges, wage war, make music, or even to produce sequins for lordly carneval costumes. Five hundred years later these come to life as state-of-theart cars, computers, helicopters, armored tanks and submarines.

From an early age Leonardo was world famous - he was supremely independent of the artistic stereotypes of his age. Crowds gathered to admire the unusual beauty and grace of Leonardo's angel which he painted on his master the renowned sculptor Verrocchio's Baptism of Christ of around 1472. Chroniclers mention his unfinished masterpieces like the Adoration of the Magi, in which his innovative use of perspective, composition of figures, and chiaroscuro effects laid the basis for the work of such masters as Correggio, Titian and Caravaggio. Leonardo's sketches of heads for this as well as the Last Supper, of caves for the two versions of the Madonna of the Rocks, alternate with sketches of machines and motors. It takes some concentration to make anything out of the sheets, which Leonardo used over and over, at various times of his life - since paper was extremely expensive at the time.

Due to his nonconformity, reserved lifestyle, and extraordinary genius (the word "engineer" comes from the word "ingenio", meaning someone with extraordinary powers) myths grew up around his personage and his works during his lifetime. The uninformed still delight today in perpetuating the notion of the Leonardo "mystery": the Mona Lisa became the ultimate icon. When Marcel Duchamp audaciously painted a mustache on a reproduction of the painting in 1919, he affirmed the power of the icon he wished to destroy. Author Dan Brown's dilettantish, sensationalist, and downright silly novel The da Vinci Code creates the preposterous conjecture that the figure to Christ's right in the Last Supper is Mary Magdalen, when all Leonardo's sketches, documents and the Gospel texts attest that it is the Apostle St John! This light-weight tome has currently sold over nine million copies! Since the 1950s the self-trained Carlo Pedretti has become the most renowned and respected expert in Leonardo manuscripts, solving many of the puzzles regarding Leonardo's life and works.

With profoundly scholarly methods as well as a great sense of humor and common sense, Pedretti focused on the Codex Atlanticus, whose very genesis is part of the complex puzzle of Leonardo studies. The oversize album composed from a part of Leonardo's manuscripts was named Atlanticus due to its size.

Having learned to read Leonardo's back-hand script fluently and to date it from its characteristics, Pedretti began unravelling a myriad of puzzles no-one had ever noticed before, pertaining to the meaning and purpose of the helter-skelter sketches on sheets not only in the Codex but also in the various Leonardo manuscripts scattered in libraries around the world.

He proposed astonishing new interpretations for the notes and sketches, virtually separating and cataloging them, and fitting the lacunae -bits which had been cut out of the various sheets of paper - back into their proper places, striving to recreate the original huge manuscript ouevre of Leonardo which had been scattered to the winds. In 1970 Pedretti arrived at the University of California, Los Angeles (UCLA) to direct graduate studies in Leonardo manuscripts in the wonderfully hermetic Renaissance jewel that is the Elmer Belt Library of Vinciana. Those privileged to be in his seminars learned to read Leonardo's left-handed writing and to "read" his thoughts from the signs on sheets such as those in this exhibition in Budapest.

Along with strict concentration and study, we learned that Leonardo was never formally educated and did not know Latin - which caused him some anxiety; of his predeliction for elegant clothing, and the company of young boys; the fascinating life of this restless genius, his intellectual strivings and the tragic dispersal of his manuscripts which began in his lifetime due to his unsettled circumstances.

We became art detectives of sorts, tracking down information, noticing further Leonardo puzzles contained in the Belt Library's numerous facsimiles of the extant Leonardo manuscripts, and fitting them together. Memorable are the seminars at which the venerable Kate Steinitz, nearly 90, would fall asleep snoring; as well as meetings in Carlo and Rossanna Pedretti's garden in Westwood with such intellectuals as Buckminster Fuller, Enrico Fermi, and a host of renowned scholars.

The discovery of the Madrid Codex added an important chapter to the corpus of Leonardo's works, and Pedretti's ever growing list of Leonardo bibliography, the basis of modern Vincian historiography. In the 1980s Carlo Pedretti succeeded in convincing the Russian-born multimillionaire Armand Hammer to purchase the Leicester Codex, which is full of "scientific stuff" for an unheard of amount. Much to the displeasure of the British at losing such a valuable cultural property, it is now at the Hammer Museum in Southern California where Pedretti and his students closely study and fit it into the corpus of Leonardo's works.

Leonardo followed me in my career as a museum professional, when on the request of the engineering firm Bechtel, I arranged for the showing of the remarkable Marquise de Béhague Collection at Rice University in 1980. Inspired by the motto, "Leonardo was the first engineer ", thousands of Bechtel employees and their families - as well as viewers from all parts of the world - admired the four exquisite drawings of draperies, as well as the Poussin and Rubens notebooks demonstrating Leonardo's influence on artists who came after him.

One of the persistent fascinations is that Leonardo fragments crop up every now and then, proving that there are still major parts of his ouevre latent, yet to be discovered.

All are part of the original whole, the Trattato della Pittura, which Leonardo jotted down bit by bit, throughout his life. It contained obser vations of natural phenomenon, anatomical studies, optics, natural science, engineering, geometry and physics as an encyclopedic reference work for painters.

Leonardo's checkered career took him all over Italy - from Florence to Milan, then to Mantua, Ravenna, Imola, Venice, in the service of the Church, small city-states, tyrants and petty princes. From 1482 he was at the splendid Court of Lodovico il Moro in Milan, where Leonardo won employment as a sculptor, to raise an enormous equestrian monument, as well as "designer of masquerades, settings for balls, and entertainments, and player of the lute" for the tyrant's pleasure.

He also designed war machines, and worked as architect and urban planner. It was here that he composed his most cogent manuscripts, besides painting The Last Supper, the Sala delle Asse (Room of the Armorial Crests), and portraits of court personages such as The Lady with the Ermine, said to be a likeness of Lodovico's mistress, the beautiful Cecilia Gallerani.

He consorted with the court musicians, such as Josquin des Prés and Orlando di Lasso, and developed an abiding friendship with the architect Bramante, as well as with the mathematical genius Frá Luca Pacioli whose Divina Proporzione he illustrated with exquisite drawings of the geometric figures, the most famous of which is the Vitruvian Man.

When Lodovico was driven from Milan by the French, Leonardo fled, leaving his possessions in the castle of his famulus (student) Francesco Melzi at Vaprio d'Adda River; in 1503-1505 he returned to Florence where he painted the Mona Lisa and began the sensational Battle of Anghiari, whose bitumen-base paints began to melt away, so that only sketches made by admiring artists of the time give us an idea of the central part of the composition, a veritable vortex of energies similar to sketches of The Deluge in the Atlanticus.

In 1513 he went to Rome in the service of Pope Leo X Medici, and in 1517 accepted the lavish hospitality of France's sophisticated, learned King Francis I. He moved the body of his work to Amboise, but many of the manuscripts were left behind, principally at Vaprio d'Adda.

The story of the dispersion of his manuscripts began when he left Milan, and reads like a horror story, with wellintentioned sculptor Pompeo Leoni cutting up the sheets to arrange them into "artistic" and "scientific" subjects - anathema to Leonardo - and then selling bits and pieces of the mounted sheets.

A study for the painting Madonna of the Rocks, the Burlington Cartoon, ended up in the National Gallery, London, while the collection of small artisitic sketches - horses, anatomy studies, etc - ended up in the Royal collection at Windsor Castle, where they were carefully pasted down on heavy backing sheets.

Pedretti's daring to examine them with ultra-violet light revealed the rich drawings on the verso of the documents, and led to the painstaking removal of the said backing sheets.

The largest number of sheets is still in the so-called Codex Atlanticus, facsimile sheets of which we can admire in Budapest today.

Information

Leonardo da Vinci exhibition Szabó Ervin Library District IX, Szabó Ervin tér (behind Kálvin tér) Tel: 411-5037, (06-30) 676-9893 Until May 29 Special events at the Italian Cultural Institute: Symposium, Leonardo da Vinci in Budapest in Hungarian and Italian
Thursday, March 17, at 10:30am, with art historians Dr Erno Marosi, Dr Esther Vécsey, Dr Edoardo Vesentini (Accademia dei Lincei), Dr Romano Nanni (the machines) Books referring to Leonardo will be displayed in the cases in the hall of the Institute.

mercoledì, marzo 16, 2005

L’italiano ritorna in Europa

Era stato «eliminato» con lo spagnolo. Impegno a difendere anche altre lingue Il commissario Barroso ripristina la traduzione nelle conferenze
DAL NOSTRO INVIATO Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 16 marzo 2005
BRUXELLES - L’Italia vince lo scontro in difesa dell’italiano contro la Commissione presieduta dal portoghese José Manuel Barroso, che ha accettato di ripristinare anche nel rispetto delle lingue nazionali il principio fondamentale della pari dignità di tutti i 25 Paesi membri dell’Unione europea. Lo ha annunciato lo stesso Barroso in una lettera all’ambasciatore italiano presso l’Ue Rocco Cangelosi, dove conferma il ritorno della lingua italiana nelle conferenze stampa da cui era stata ingiustamente eliminata.
L’Italia, insieme alla Spagna e ad altri Paesi Ue, ha così respinto il tentativo della Commissione Barroso di privilegiare ulteriormente il trilinguismo (inglese, francese e tedesco) nell’attività a Bruxelles: riuscendo a far reintrodurre l’italiano, lo spagnolo e le altre lingue meno parlate nelle conferenze stampa dei commissari nei giorni diversi dal mercoledì (l’unico in cui la Commissione aveva deciso di mantenere la traduzione di tutti gli idiomi ufficiali dell’Ue). La modifica contestata limitava le traduzioni all’inglese, al francese, al tedesco e alla lingua del commissario in questione.
Il contenuto della lettera di Barroso è stato anticipato dalla portavoce-capo della Commissione, la francese Françoise Le Bail, che era finita sotto accusa proprio per questo tentativo di imporre il tedesco come terza lingua quasi stabile (in aggiunta a inglese e francese) e di penalizzare l’italiano. Una «innovazione» che integrava la egualmente contestata scelta di inserire nel suo ufficio sei portavoce francesi, cinque tedeschi, cinque britannici e nessun italiano.
Barroso, scrivendo all’ambasciatore d’Italia, riconosce la «particolare importanza» delle questioni sollevate dal governo di Roma. E fa capire che non gli è riuscito nemmeno di tornare al vecchio regime per le conferenze stampa nei giorni diversi dal mercoledì (inglese e francese stabili con una rotazione delle altre lingue che lasciava tedesco, italiano e spagnolo quasi sempre presenti). La rivolta di Italia e Spagna, estesasi ad altri Paesi Ue, ha imposto alla Commissione di impegnarsi ora a fornire «l’interpretazione completa» delle lingue di tutti i 25 Stati membri. «Nel frattempo, verrà fornito il servizio più ampio possibile, compatibilmente con la disponibilità quotidiana delle risorse necessarie», spiega Barroso precisando che «non c’è nessun indice di mancanza di risorse per l’interpretazione in lingua italiana».
Il caso del declassamento dell’italiano era stato sollevato dal Corriere dopo che era stato imposto in gran silenzio nelle conferenze stampa dei commissari nei giorni diversi dal mercoledì (ben 230 negli anni di Romano Prodi). Il País e altri giornali spagnoli avevano esteso le polemiche in Spagna. Il governo di centrodestra di Roma e quello di centrosinistra di Madrid avevano protestato tramite gli ambasciatori presso l’Ue. Eurodeputati italiani e spagnoli di varie aree avevano rilanciato il caso nell’Europarlamento. Alfredo Antoniozzi di Forza Italia ha costretto la Commissione ad ammettere che il suo stesso «Regolamento n°1» considera lingue di lavoro quelle di tutti i Paesi membri. Molti autorevoli giornali europei hanno dato risalto internazionale allo scontro linguistico nella «Babele di Bruxelles». Le proposte di compromesso della Commissione non sono piaciute a vari piccoli Paesi, fermi sul principio della pari dignità. Alla fine Barroso ha capito che quello delle lingue è uno dei problemi politici più difficili da risolvere nella grande Europa a 25 Stati. E che implica una delicata componente di orgoglio nazionale. Ha così ordinato una «ritirata» incondizionata.

domenica, marzo 13, 2005

Defending the Italian language

Professors fear influence of youth, media and internet on new "Italian" words
By Niccolò Marras

Tandem News, Toronto, Mar.13,2005
Professor Alfredo Luzi, teacher of Contemporary Italian Literature at the Faculty of Letters and Philosophy of the University of Macerata, is analyzing the change in the Italian language under multiple influences. He maintains that action must be taken to prevent severe damage to the beauty and musicality of Italian.
"We've been infected by linguistic provincialism. Not using foreign words means not being 'fashionable.' More and more, words of English origin are entering our vocabulary, but things are going too far," said Luzi, "when even public services are called by non-Italian names. On Italy's highways, for instance, there are signs mentioning Call Centres. What are they - centres for treating calluses? How many Italians know the meaning of these words?"
In a series of lectures in Toronto at various locations, Alfredo Luzi discusses the influence of song writing and youth lingo on the evolution of the Italian language. Recently, however, he completed a study on the language of the press, and spoke with Tandem about it.
"The current controversy on the defence of Italian is meaningless. Imposing a language by decree, like fascism tried to do, is simply unthinkable. We must work through opinion leaders," said Luzi, "who influence public opinion - TV and radio stations, the press, cultural institutions, etc. We've even reached the point where Italian convention programs mention coffee breaks; why not the Italian equivalent, pausa caffè?"
Luzi also denounced the lack of valorization of Italian cultural institutes abroad in the battle for protecting the Italian language. "A very prestigious institute in Switzerland has just been closed down. We should rely on these institutions to defend Italian culture in its widest sense, including our language. Every cultural structure must be strengthened, as Italian is a language of European culture and thus deserves protection. Moreover, right behind the language there is the whole patrimony of art, music, crafts, economy and so on. Defending our language means, at the same time, defending and promoting all these aspects."
"I say no to any legislative intervention because it would be useless, I say no to provincialism and to the use of foreign words when there are perfectly good Italian words for the same concepts," explained Luzi, "I say yes to a capillary defence of our language to develop our cultural level. I believe that the only way to act adequately in defence of the Italian language is to work on opinion leaders."
Defending Italian isn't easy, considering the influence of the press and the lingo of youth and music. Lately, computers and internet communications have joined the list.
"The press," confirmed the professor, "greatly influences communication, and this is even more true with the newer, smaller format of newspapers (tabloid). Italian newspapers now prefer using nominal sentences, with no verb in them. Using commas where colons should go is the norm now. But there's more to it: they often use English-style constructions (e.g., Berlusconi-pensiero for Berlusconi's thought) or English words as status symbols, displaying one's knowledge of English."
Luzi also analyzed new words invented from scratch. "For instance, where do words like tricket or impumone come from? What do they mean? Ticket," he explained, "means a list of candidates, but the reference to U.S. presidential elections has given it a connotation of 'two running mates.' Italian journalists have coined the new word tricket, meaning three running mates. Impumone is a reference to a judicial system where people can be, at the same time, defendants (imputati) and witnesses (testimoni). In Italy, the word impumone was formed, taking half from each component word."
The press also loves metaphors, often applying sports terms to politics, or music words to sports. Nicknames and first names are also much in fashion, added Luzi: Marco for radical leader Pannella, or Tonino for ex-judge-turned-politician Di Pietro.
What about the future?
"Youth lingo is a form of social recognition. It takes root among youngsters in a sort of self-isolation. It's an ephemeral lingo, saying little and soon disappearing. It's linked to passing fashions and is influenced by TV, advertising and technology. For instance, some young people now call their girlfriends 'my dietorelle,' meaning that the girls have pleasant curves. This derives from a TV ad for Dietorelle sugar-free candies, advertised as 'healthy' and 'non-fattening.' As for parents, kids have used many words for them. Once upon a time, they were called Matusa (shortening of Methuselah); then Semifreddi; more recently, Alza and Aimer (from Alzheimer's). But these are all fads, terms that come and go."
The future seems to point back to the origins of written language, with pictograms and symbols conveying more information than a sentence. This, according to Luzi, is due to the internet.
"The internet has two problems," he continued. "On the one hand, it proposes a culture of fragments, missing the links among facts, and this is dangerous. Dissertations get plagiarized (and poorly at that), and there is a widespread use of acronyms." For example, tvtb = ti voglio tanto bene, I love you so much. "The second problem is a practical one: many young writers use paratactical structures, have a hard time thinking their texts through, and are losing the use of the subjunctive mode."
"In summary, it's a defeat of the written word," commented John Picchione, Professor of Italian Literature at York University. "We're back to pictograms. But poets had anticipated this 50 years ago, with their visual poetry."
"The only advantage I see in today's language," concluded Luzi, "is that the difference between written and spoken Italian is shortening."
"Maybe in future," remarked Picchione, "there will be a post-human subject, with greater man-machine interaction."
Part man, part machine? Time will tell.

sabato, marzo 12, 2005

Ti Voglio Bene - From Italy With Love

Artdaily.com - Saturday, March 12, 2005
LOS ANGELES, CA.- Raid Projects Gallery presents Ti Voglio Bene – From Italy With Love, curated by Gabi Scardi. Goodwill, Italian strategic consulting firm for the cultural fundraising, in cooperation with the Italian Cultural Institute of Los Angeles and GAI-Giovani Artisti Italiani, bringing the work of eight Italian artists (Claudia Losi, Elisabeth Hoelzl, Greta Frau, Emilio Fantin, Gea Casolaro, Lorenza Lucchi Basili, Sabrina Mezzaqui and Cesare Pietroiusti) to Los Angeles for the first time, is proud to present Ti Voglio Bene - From Italy with Love.

The project: Presenting eight Italian artists who engage with issues of contextualization and its relationship to reality. Encompassing both analytic and poetic approaches their work explores the subtle dynamics of economics (Pietroiusti), social and architectural relationships (Fantin, Hoelzl & Lucchi Basili), history (Casolaro), nature (Losi), time (Mezzaqui) and memory (Frau). Curated by Gabi Scardi.

Lorenza Lucchi Basili- With the intention of de-contextualizing the functional elements of architecture, Basili's work focuses on the photographic documentation of elements within urban spaces. Her work is frequently accompanied by self-composed sound tracks and has been exhibited extensively in the US, Asia and Europe. Including at the Walker Art Center, Minneapolis, the Fiftieth Venice Biennale, the Second Valencia Biennale, Kunst Merano Arte and with the United Net-works Mobile Archive.

Gea Casolaro- Always concerned with the displacement of meaning between reality and representation, Casolaro approaches the image as actual physical place. Currently living and working in Rome, Casolaro has exhibited her projects at, among many others, the Venice Biennale, VI Biennale di Fotografia; Fondazione Ado Furlan; the Cultural Center of Trevi; Galerie Makus Richter, Potsdam and the Italian Institutes of Culture in Prague, Rabat and Cairo.

Emilio Fantin- A constant for Bologna-based artist Fantin is the idea of connection and its absence, which he uses to create projects that focus on imaginative power rather than on the object or image itself. One could say that his works - sculptural and architectural projects and interactive installations with accompanying musical scores - function as devices to see what does not appear. They have been widely exhibited internationally, including at the 45th, 48th and 49th Venice Biennales; the Laure Genillard Gallery, London; Art In General, NY and the Galleria d'Arte Moderna, Bologna.

Greta Frau- Who Greta Frau is remains a mystery. She never appears to the public and it seems impossible to arrange an interview with her. We do know, however, that she is a painter with a single subject - the companions she calls 'trances' who emerge to her through a state of psychic dissociation - and that she has exhibited her portraits at, among others, the Sciuti Palace, Sassari; the Trevi Flash Art Museum, Trevi; the Museum of Tortolì and Massimo Carasi Arte Contemporanea in Mantova.

Elisabeth Hoelzl - Working across a wide range of media Hölzl explores those transit places and public spaces where ephemeral events and accidental encounters occur. Born in Meran Italy 1962, the artist studied sculpture at the Academy of Fine Arts of Bologna and has exhibited widely in Europe, including at MOCA, Geneva; Neue Stadtgalerie, Germany and the ArtSound Music Festival, Italy. Ti Voglio Bene represents the first showing of her work in the United States.

Claudia Losi - Losi's stitched and embroidered sculptures, most usually made from gray woolen fabric, navigate between fascination with the mysteries of nature on the one hand and the austerity of scientific data on the other. Currently resident in Piacenza, she is co-founder of Studio Italiana di Geopoetica (with poets Francesco Benozzo and Matteo Meschiari) and has exhibited internationally in numerous solo and group exhibitions, including X Biennale Internazionale per la Fotographia, Turin; Museo di Arte Contemporanea di Trento and the Italian Institute of Culture, Washington.

Sabrina Mezzaqui - As if, in the repetition of amorphous gestures, things might acquire substance while retaining their natural tendency to disappear, Mezzaqui's videos and installations waver continually between presence and disappearance, obsession and tenderness. The artist lives and works in Marzabotto and her projects have been exhibited most recently at P.S.1 Contemporary Art Center, NY; Museo d'Arte Moderna e Contemporanea, Bolzano; Galleria Continua, San Gimignano and the Trevi Flash Art Museum, Trevi.

Cesare Pietroiusti - Artist and psychiatrist Pietroiusti is fascinated by paradoxical situations hidden in ordinary acts - thoughts that come to mind without a reason, small worries and quasi-obsessions that are usually considered too insignificant to become a matter of analysis. His aim is to infiltrate and undermine settled habits and systems and to survey possible alternatives. He is the author of Non-functional Thoughts - one hundred useless, parasite or incongruous ideas that can be made by anyone as art projects - and his 'thoughts' have been executed and exhibited at, among others, Democracy! (RCA, London) and One Hundred Things That Are Certainly Not Art (Platform, Finland).

Raid Projects is a not for profit artist-run project space and curatorial organization that is dedicated to promoting the exchange of cultural products and ideas through various exhibition models on a regional, national and international basis. The projects are created by both emerging and established contemporary artists and they encompass all areas of contemporary practice, including painting, drawing, sculpture, film, video, new media, digital, installation and performance works.

venerdì, marzo 11, 2005

Dario Fo si 'laurea' alla Sorbona

Il premio è stato consegnato da Bernard Bosredon, presidente dell'antica istituzione universitaria

News ITALIA PRESS, 11 marzo 2005
Parigi - La Sorbona di Parigi ha insignito Dario Fo del titolo di dottore honoris causa. Il premio è stato consegnato da Bernard Bosredon, presidente dell'antica istituzione universitaria. Fo è nato nel 1926 a S. Giano, in Provincia di Varese; suo padre è un ferroviere, sua madre una contadina. Giovanissimo, si trasferisce a Milano dove frequenta l'Accademia di Belle Arti di Brera e successivamente si iscrive alla Facoltà di Architettura del Politecnico, che abbandona prima della laurea.
Ironia della sorte, una volta affermato, riceverà nel tempo numerosissime lauree honoris causa. Dal 1952 comincia a collaborare con la Rai: scrive e recita per la radio le trasmissioni del "Poer nano", monologhi che vengono poco dopo rappresentati al Teatro Odeon di Milano. Dalla collaborazione con due grandi del teatro italiano, Franco Parenti e Giustino Durano, nasce nel 1953 "Il dito nell'occhio", uno spettacolo di satira sociale e politica, e nel 1954 "Sani da legare", dedicato alla vita quotidiana nell'Italia dei conflitti politici.
Nel 1959 crea con la moglie Franca Rame un gruppo teatrale che porta il suo nome: inizia così il periodo delle censure reiterate da parte delle istituzioni allora vigenti. Ancora per la televisione scrivono per "Canzonissima" ma nel 1963 lasciano la Rai e tornano al Teatro. Costituiscono il gruppo Nuova Scena, che si propone di sviluppare un teatro fortemente alternativo ma nello stesso tempo popolare.
Nel frattempo, tenta anche l'esperienza del cinema. Diventa co-sceneggiatore ed interprete di un film di Carlo Lizzani ("Lo svitato" (1955); nel '57, invece, mette in scena per Franca Rame "Ladri, manichini e donne nude" e l'anno successivo "Comica finale". Alla stagione teatrale 1969-1970, invece, appartiene "Mistero buffo", forse l'opera più famosa di Fo, che sviluppa la ricerca sulle origini della cultura popolare.
Negli ultimi anni ha continuato a produrre opere teatrali, come "Johan Padan a la descoverta de le Americhe" e "Il diavolo con le zinne", occupandosi anche di regia e di didattica. Ad esempio, nel 1987 pubblica il presso Einaudi il "Manuale minimo dell'attore", a beneficio non solo degli estimatori ma anche di coloro che desiderano intraprendere la strada del teatro.

giovedì, marzo 10, 2005

Quattro proposte per l'italiano

di Beppe Severgnini
www.corriere.it/severgnini

Corriere della Sera, 10 marzo 2005
Un aspetto curioso dei discorsi sulla lingua italiana è questo: si finisce sempre per parlare della lingua inglese (quant'è importante, come è dominante, se è arrogante). Oggi proviamo invece a ragionare sull'italiano, e vediamo come sostenerlo. Ecco quattro modeste proposte (Prezzolini avrebbe aggiunto: «scritte per svago di mente, sfogo di sentimenti e tentativi di istruzione pubblica»).
1) Si utilizzi, con determinazione, la rete dell'emigrazione. Abbiamo in giro per il mondo poche grandi imprese, ma milioni di connazionali innamorati del Paese d'origine (oltre i meriti di quest'ultimo: ma è un classico delle storie d'amore). Mi scrive Enrico Meauro (enricomeauro@argenbrokers.com.ar): «In Sud America - non solo qui in Argentina - c'è un rinascimento della lingua italiana. Oserei dire: l'uomo di cultura s'accosta più al nostro idioma e meno al francese, che sembra perdere terreno». Incoraggiante? Certo. Bisogna però far sì che questa passione si concentri ovunque sulla lingua, e non solo sulla musica, sul cibo o - com'è avvenuto ultimamente - sul passaporto. Perché non richiedere, per la concessione della cittadinanza italiana, una conoscenza, anche minima, dell'italiano? Imparare la lingua è un segno di buona volontà; avere un bisnonno veneto o pugliese è una combinazione del destino. Perché dobbiamo premiare il destino e non la buona volontà?
2) Si punti sui «cervelli in fuga». Se non possiamo/vogliamo riportarli a casa, chiediamo loro aiuto mentre sono all'estero (ce lo daranno: i cervelli in fuga sono più lungimiranti dei testoni che li hanno fatti fuggire). Scrive Giuliano da Empoli nell'editoriale d'apertuta di «Zero» (bella nuova rivista): «Si fa un gran parlare di cervelli in fuga e di strumenti da attivare per ricondurli all'ovile, mentre il punto vero è di metterli in rete, per sfruttare fino in fondo il potenziale di un network di giovani sparsi ai quattro angoli del pianeta. Tanto più che questa nuova diaspora s'innesta sul retroterra storico dell'emigrazione che consente già a ciascuno di noi di girare il mondo parlando la propria lingua, cosa che un francese - come ci ricorda Régis Debray con una punta d'invidia - non può fare». Bravo da Empoli; e non solo perché scrive «retroterra» e non «background» .
3) Si usino aggressivamente gli istituti di cultura. L'avverbio non è casuale: l'aggressività in questione è commerciale, e necessaria. Inglesi (British Council), francesi (Alliançe Francaise), spagnoli (Instituto Cervantes) e tedeschi (Goethe-Institut) offrono corsi, incontri, materiale online, audiovisivi. Pia Luisa Bianco, direttrice dell'Istituto di Bruxelles, confessa: «Ho scoperto che ci sono settori portanti per l'Europa che parlano italiano: il design, lo stilismo (dal disegno industriale alla moda), l'archeologia, il restauro, la conservazione museale, il teatro lirico (dall'allestitore al cantante al promotore). Sono nicchie sofisticate, ma anche settori produttivi inseriti nella realtà dell'Europa. Certo, la diffusione dell'italiano non passerà dal 2% al 20%, perché la nostra non è una lingua di comunicazione internazionale, così come non lo sono francese, tedesco e spagnolo. L'italiano è però una lingua d'accesso in settori specialistici, e da quegli stessi settori arriverà la domanda». Giusto: all'attacco, dunque.
4) Cerchiamo di non litigare tra noi, e di coordinare gli sforzi. In molte città del mondo ambasciate, consolati, istituti di cultura, Dante Alighieri, camere di commercio, rappresentanze Ice ed Enit sono state protagoniste di spettacolari litigi, ripicche e boicottaggi. Tutto questo è storicamente interessante, in quanto riproduce le tradizionali rivalità italiane. Adesso basta, però. Usiamo l'entusiasmo e la pulizia mentale dei giovani diplomatici, e mettiamoci al lavoro. Ci aspettano grandi soddisfazioni. Anzi, no: non ci aspettano. Le soddisfazioni, come tutte le cose belle, dobbiamo rincorrerle. Ma vedrete che le prenderemo.

Lingua italiana: Dionisi, lettera a Fini e Moratti per problema scuole europee

Bruxelles, 10 mar. (Adnkronos/Aki) - ''Gli italiani rappresentano la seconda comunità straniera del Paese, ma non esiste alcun istituto scolastico che garantisca l'apprendimento della nostra lingua madre, se si eccettua la Scuola Europea, il cui accesso è però negato a gran parte degli italiani che lavorano nella capitale d'Europa e contribuiscono con il loro impegno al prestigio dell'Italia''. Armando Dionisi, capo delegazione dell'Udc al Parlamento europeo, in una lettera indirizzata al ministro degli Esteri Gianfranco Fini e a quello dell'Istruzione Letizia Moratti, porta alla ribalta il problema delle scuole italiane in Belgio e a Bruxelles.

L'eurodeputato argomenta, nella sua missiva, inviata anche all'ambasciatore italiano presso l'Ue, Rocco Cangelosi, che ''il problema è di ordine non solo linguistico ma soprattutto culturale e sociale'', dal momento che ''la dimensione della comunità italiana in Belgio supera le 300 mila persone''. Secondo l'esponente del Ppe, negare ''ai nostri ragazzi la possibilità di studiare la storia e la cultura italiana, significa privare le prossime generazioni della parte migliore della nostra identità''.

mercoledì, marzo 09, 2005

Un omaggio a Pupi Avati

NEW YORK

la Repubblica, 8 marzo 2005
ROMA - "Stories of men and women: Pupi Avati". Suona così il titolo della rassegna che Cinecittà Holding e BAM Cinématek organizzano a New York da giovedì al 20 marzo, in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura. E' un omaggio all'autore di "Il cuore altrove" che per l'occasione interromperà le riprese del nuovo film "La seconda notte di nozze" per tre giorni. Film d'apertura della rassegna, l'unico in lingua inglese, è "Bix", biografia di Leon Bismarck Beiderbecke, geniale jazzman bianco morto nel 1931 a soli 28 anni.

LA DOLCE LINGUA CON L'AMARO IN BOCCA – DI DINO NARDI

ZURIGO\ aise\ 8 marzo 2005 - "È di questi giorni la polemica sulla cancellazione della lingua italiana dalle traduzioni nelle conferenze stampa dei commissari dell'Unione Europea e le difficoltà che l'italiano ormai incontra nei confronti di altre lingue come l'inglese, il francese e lo stesso tedesco. In questa polemica trovo una grande analogia con quanto sta avvenendo in Svizzera, sempre a proposito della lingua italiana, che, come noto, oltre all'Italia, è l'unico Paese (a parte San Marino e Città del Vaticano) in cui l'italiano è una lingua nazionale". Dino Nardi, membro del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, interviene oggi, 8 marzo, su quello che è stato definito "il declassamento" della lingua italiana in Europa.
"Infatti – continua Nardi - in Europa, e in tutto il mondo, la lingua italiana ha perso molti treni: pensiamo a tutti quei cittadini italiani di seconda e terza generazione che spesso conoscono a malapena qualche parola d'italiano e, in particolare, pensiamo alla stessa Argentina dove, benché la popolazione sia per metà di origine italiana, la lingua nazionale è lo spagnolo e solo pochissimi argentini parlano la nostra lingua. Ebbene la colpa di tutto questo è certamente da addebitare allo Stato per il modo in cui i nostri governanti hanno sottovalutato e non valorizzato la presenza nel mondo di milioni di italiani per difendere e promuovere la lingua italiana con progetti seri di lungo respiro e con finanziamenti adeguati. A questo si aggiunga che finora anche gli Istituti Italiani di Cultura e le Società Dante Alighieri hanno dovuto far fronte ai loro impegni di diffusione della lingua italiana nel mondo con pochi mezzi finanziari, come ha riconosciuto lo stesso Ministro degli Affari Esteri italiano in un suo articolo ospitato recentemente nel Corriere della Sera. Adesso è lecito attendersi, però, che il Ministro Fini prenda al più presto gli opportuni provvedimenti per invertire la rotta!
Ed ecco l'analogia. Anche in Svizzera alla lingua italiana, pur lingua nazionale addirittura protetta dallo stesso dettame costituzionale confederato, è accaduto e sta accadendo la stessa cosa. Cioè sta perdendo sempre più terreno rispetto alle altre due lingue nazionali, il tedesco ed il francese, ed alla stessa lingua inglese scelta ogni giorno di più come seconda lingua d'insegnamento nelle strutture scolastiche elvetiche. Ma anche qui, adesso, è suonato l'allarme agli italofoni svizzeri (ticinesi e in parte i grigionesi) e pure la comunità italiana immigrata si è allertata. L'allarme l'ha dato la recente soppressione delle cattedre di italianistica prima al Politecnico di Zurigo e, poi, all'Università di Neuchâtel, unitamente alla contemporanea ed amara constatazione che a Berna, nelle alte sfere dell'amministrazione pubblica della Confederazione, dopo l'annunciato ritiro dell'attuale Vice Cancelliere (un ticinese), non resterà più alcun italofono!
Così che, anche in Svizzera, vi è ora una grande preoccupazione ed attenzione al problema della difesa della lingua italiana. Innanzitutto gli stessi ticinesi e grigionesi cominciano a recriminare pubblicamente per l'errore commesso in passato di non essersi fatti forti della presenza in Svizzera, oltre Gottardo, di un milione di emigrati italiani per rafforzare la presenza della lingua italiana tra le altre lingue della Confederazione. In secondo luogo vi sono ormai quotidianamente prese di posizione di politici, amministratori ed uomini di cultura a difesa della lingua italiana e, in questo contesto, sta avendo grande risalto ed un notevole successo la mostra "La dolce lingua" (edizione elvetica della mostra "Dove il si suona", ospitata nella Galleria degli Uffizi a Firenze nel 2003), promossa dalla Dante Alighieri ed ospitata nel Museo Nazionale di Zurigo alla presenza, tra gli altri, del Consigliere Federale svizzero Pascal Couchepin e dal Vice Ministro ai Beni Culturali italiano, Antonio Martuscello.
Speriamo solo che tutto questo fermento in difesa della lingua italiana, al quale stiamo assistendo in queste settimane, non sia un fuoco di paglia e che, pur in ritardo, i politici italiani e svizzeri-italofoni riescano finalmente a far recuperare alla nostra "dolce lingua", nel mondo e nella Confederazione, quel prestigio che si merita!". (dino nardi*\aise)
*Membro del Comitato di Presidenza del CGIE

sabato, marzo 05, 2005

A Bruxelles si torna a parlare italiano

Avvenire, 5 marzo 2005
DA BRUXELLES FRANCO SERRA

Si allarga a macchia d'olio la protesta per il declassamento tentato dalla Commissione europea nei suoi lavori ai danni di lingue diverse da inglese, francese e tedesco. Partita dai corrispondenti italiani a Bruxelles per l'esclusione della nostra lingua nelle conferenze stampa, salvo che per un giorno la settimana, la protesta si è allargata ai giornalisti spagnoli e da ultimo ai rappresentanti della stampa di Paesi minori, come la Grecia, il Portogallo o i tre Stati Baltici. Paesi piccoli ma non per questo meno affezionati al diritto di ogni cittadino dell'Unione - sancito del resto dai Trattati - di poter dialogare nella propria lingua con le istituzioni dell'Ue. Casi, all'indomani di una riunione tra i rappresentanti dei giornalisti accreditati e Francoise Le Bail - portavoce del presidente della Commissione José Manuel Barroso - ieri la situazione è nuovamente arrivata a uno stallo quando i corrispondenti dei Paesi minori hanno rifiutato di cedere il passo alle sette lingue per cui la portavoce è pronta a fornire la traduzione simultanea in sala stampa: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, polacco e olandese, più la traduzione nella lingua del commissario presente e in un'altra a scelta. A questo punto l’associazione della stampa internazionale a Bruxelles (Api) pare orientata a mettere da parte l'offerta della Commissione e proporre al posto un ritorno al vecchio sistema secondo il quale - prima dei cambiamenti introdotti dalla signora Le Bail senza consultare i giornalisti - la traduzione simultanea in inglese e francese era sempre garantita, più quella in sette lingue a rotazione (di fatto erano sempre presenti italiano, tedesco e spagnolo). La questione linguistica ha cominciato intanto a creare nuove difficoltà anche nei lavori del Consiglio dei ministri, dove una discussione in tema di politica sociale è saltata per la protesta del rappresentante del governo di Lisbona a causa della mancanza della versione portoghese di un documento di lavoro. Alla protesta si sono associati per analogo motivo i rappresentanti italiano e spagnolo. Per quanto legittima sia a termini di Trattato la richiesta dei Paesi minori, rimane il fatto che nell'Ue dei Venticinque, con 21 lingue ufficiali, la traduzione generalizzata richiederebbe in termini di personale e spesa uno sforzo sproporzionato. Per questo il commissario europeo Franco Frattini ha proposto in questi giorni che i Paesi che vogliono veder impiegata a tempo pieno la propria lingua se ne sobbarchino le spese.

venerdì, marzo 04, 2005

Dall’Independent le "10 regole per viaggiare in Italia"

(9colonne)3 marzo 2005 ROMA - Annalisa Barbieri elenca per il quotidiano britannico "Independent" alcune regole d’oro da osservare quando si affronta un viaggio in Italia: "La prima cosa che occorre tener presente quando si è in giro per l’Italia è che ogni provincia si ritiene migliore dell’altra. Così, un viaggiatore farebbe bene ad affermare che il posto in cui si trova al momento è il più bello mai visto". La seconda regola che la giornalista "detta" agli aspiranti turisti riguarda la capitale: "Roma ha regole tutte sue. I romani sono e si sentono più vicini a Dio dal momento che Dio vive lì, in Vaticano. Chiunque volesse vivere per un istante questa vicinanza col divino dovrebbe - consiglia scherzosamente Annalisa Barbieri - acquistare souvenir di vario genere, tra cui madonnine in plastica con acqua benedetta all’interno". La terza cosa da sapere sull’Italia è che "più a sud vai, più carne è permesso esibire per le strade, ma meno carne è permesso mostrare nelle chiese". La regola numero 4 riguarda la buona educazione: diversi dagli inglesi, "gli italiani possono spingersi, ammucchiarsi e non rispettare la fila quando si trovano nei pressi di una fermata d’autobus o di treno. Gli italiani - commenta la giornalista – si mettono in fila solo per la Comunione". Regola numero 5: "Più a nord vai, più ragazze anticonformiste e liberali trovi. Non invitare una ragazza del Sud ad uscire per un drink; rischi di dover portare con te l’intera famiglia di lei". La sesta regola d’oro per il viaggiatore: gli italiani non hanno il tinello. Permettono che l’ospite entri nel salotto "e non stupitevi se divani e poltrone sono coperti di plastica, apprezzate piuttosto il fatto che vi accolgano nel più intimo dei loro locali, quello dove guardano la tv". La settima informazione utile è una descrizione delle bomboniere: "Gli italiani hanno collezioni di bomboniere, simpatiche, inutili e costose tradizioni che accompagnano alcuni giorni lieti della vita. Le bomboniere sono dislocate ovunque: sono un’aberrazione della ceramica ma evocano ricordi felici". Anche qui -fa notare l’Independent - vale la regola "più a sud vai e più ne trovi". L’ottavo consiglio è per i vegetariani: "Gli italiani non capiscono e non rispettano chi si nutre di soli vegetali. Il solo modo per evitare indigestioni di carne è quello di dire che non puoi mangiarne per motivi religiosi". La regola numero 9 riguarda le soste in autostrada: "Se ti avvicini a qualcuno che vuole controllarti l’auto, dagli un euro o due. Se vuoi un espresso chiedi semplicemente un caffè; per gli italiani il caffè è per sua natura espresso". Infine, un consiglio per lo shopping: "I negozi sono solitamente chiusi la domenica, giorno tradizionalmente dedicato al riposo per motivi religiosima, per gli italiani, soprattutto giorno delle partite di calcio".

“La deutsche vita” di Antonella Romeo

La scrittrice italiana ospite del ciclo "Autrici e autori italiani tra Italia e Germania"

News ITALIA PRESS, 4 marzo 2005
Francoforte – Rientra nell'ambito del ciclo ideato "Autrici e autori italiani tra Italia e Germania" l'appuntamento che l'Istituto Italiano di Cultura di Francoforte ha in calendario per mercoledì 9 marzo.
La scrittrice Antonella Romeo presenta il suo libro "La deutsche Vita" (Hofmann und Campe Verlag) in cui racconta le sue esperienze in Germania e con i tedeschi, riflettendo sulle relazioni tra Italia e Germania e sulla storia di questi due paesi europei.
La giornalista radiofonica Paola Fabbri Lipsch modererà l'incontro con l'autrice, in cui verrà raccontato il vissuto personale della Romeo e della sua famiglia, dei parenti italiani tutt'altro che entusiasti della sua vita tedesca, di un nonno partigiano e un suocero tedesco. Concentrandosi su questi aspetti, la scrittrice descrive non solo i contrasti con il passato ma, anche la deutsche vita.
Un intreccio di sguardi incrociati a cui l'autrice non fa mancare annotazioni personali sulla società italiana, sui rapporti familiari e sul suo essere donna che vive e lavora tra due culture.

giovedì, marzo 03, 2005

L'inglese ha vinto la gara ma l'italiano può piazzarsi

di Beppe Severgnini
www.corriere.it/severgnini

Corriere della Sera, 3 marzo 2005
Leggo che l'italiano se la passa male: non sono d'accordo. Penso che ce la passiamo peggio noi italiani: ma è una questione diversa (di testa, non di lingua). L'Accademia della Crusca protesta perché l'idioma del Boccaccio (e di Bonolis) è stato ridimensionato nelle conferenze-stampa a Bruxelles. La cosa può sembrare antipatica, ma pensate come si sono sentiti portoghesi e spagnoli in passato, e come si sentiranno presto francesi e tedeschi. Sconfitti tutti, chi nei quarti chi in semifinale. Perché nella competizione per la lingua globale, come in ogni campionato del mondo che si rispetti, vince uno solo. In questo caso, l'inglese.
L'ho già scritto, lo ripeto: non solo non possiamo farci niente, ma dobbiamo considerarla una buona notizia. Finalmente c'è una «lingua planetaria» che permette a un ministro greco di protestare con un diplomatico coreano, e a un imprenditore di Pordenone d'intendersi con un collega di Portland o Porto Alegre (se lavora un po' sull'accento). Le lingue diverse dall'inglese sono quindi condannate? Ma no: basta si difendano con abilità e si promuovano con intelligenza. Partire lancia in resta contro i carri armati può essere nobile: ma è meglio girargli intorno. Come sostenere l'italiano, dunque? Qualche considerazione e un paio di proposte.
1) Evitiamo, come dicevo, di combattere battaglie perdute in partenza. Il problema dell'Unione Europea è semplice, nella sua complessità: ci sono 25 Stati membri, venti lingue e 380 combinazioni possibili. Siccome non è possibile tradurre tutto in tutte le lingue, s'è scelto di passare attraverso sei «lingue ponte» (inglese, francese, tedesco, spagnolo, italiano, polacco). Ma l'inglese è già la lingua unica di lavoro: non l'ha stabilito nessun decreto, lo decretano i fatti.
2) Evitiamo conclusioni affrettate. La prevalenza dell'inglese danneggia le altre 19 lingue? Ma no: a Bruxelles tutti ne parlano almeno tre (e gli ungheresi e i finlandesi sono favoriti, rispetto a britannici e irlandesi: non hanno gli svantaggi e le pigrizie dei madrelingua). L'inglese come lingua di lavoro favorisce la Gran Bretagna? Macché. Il Regno Unito è abbastanza defilato rispetto ai grandi piani europei (euro, costituzione). E l'inglese è ormai uno strumento per la trasmissione delle informazioni, altra cosa rispetto alla lingua di Oxford (che a Londra, comunque, non parla più nessuno).
3) Ascoltiamo chi è del mestiere. Scrive Carlo Marzocchi (cmarzocchi@units.it): «In chi come me fa l'interprete per l'Unione Europea e forma interpreti all'università, l'autorevole lamento del professor Sabatini (Accademia della Crusca ndr), genera un senso d'irrealtà. Proprio mentre si sanciva che l'italiano "esce dal gruppo ristretto", ero a Bruxelles dove, evidentemente mal informato, interpretavo in italiano una riunione sui prezzi dei cereali. Lo stesso giorno, alla Commissione europea, l'italiano era previsto in venti tra le 50 e più riunioni». Avete qualcosa da aggiungere? Io, no.
4) Evitiamo di predicare bene e razzolare male. Gli italiani che usano parole inglesi inutili sono milioni: metà sono incomprensibili, metà sono ridicoli. Perché il dirigente milanese dice «shiftare» invece di «spostare» o «cambiare»? E perché i colleghi non gli gridano «Parla come mangi!»? (Questa forse la so: perché il dirigente - scusate, il manager - mangia uno snack al lunch, e nel week-end s'ingozza col brunch).
5) Ricordiamo che la nostra lingua musicale evoca (ancora) cose piacevoli: cibo, arte, moda, stile e vacanze. La gente del mondo DEVE studiare l'ìnglese; ma VUOLE imparare lingue come l'italiano. Facciamoci avanti, allora, offrendo corsi all'estero, libri, radio e TV (buone, però). La corsa non è perduta. La medaglia d'oro l'hanno vinta a Washington e a Londra (anche Sydney, Ottawa e Dublino: complimenti); ma ci sono ancora due posti sul podio, e quattro concorrenti (francese, tedesco, spagnolo, italiano). Forza, che ce la facciamo.
E le proposte, direte voi? Lo spazio è finito. Appuntamento a giovedì prossimo.

mercoledì, marzo 02, 2005

LETTERE AL SEGNALIBRO

2 marzo 2005
Gentile Direttore,
Le scrivo per portarLa a conoscenza di un episodio che vede, ancora una volta, coinvolta la lingua italiana e il suo uso o considerazione all'interno dell'UE.
Recentemente ho partecipato a un concorso per accedere al ruolo Administrators nell'UE (concorso A/19/04 EPSO). Essendo il numero delle domande di ammissione molto superiore al numero dei posti disponibili, l'Ufficio selezione Personale ha deciso di ridurre sensibilmente il numero dei candidati sottoponendo i partecipanti a tre tests di preselezione aventi per oggetto le materie del bando. Ebbene, nel mio "dossier candidato" ho dovuto indicare la lingua del test scegliendo fra Inglese, Francese e Tedesco. Io capisco che per problemi logistici non sia possibile preparare il test in ciascuna delle lingue UE ma vorrei capire anche in base a quale criterio si potesse scegliere fra queste tre lingue e non l'Italiano. Premesso che per accedere al sito EPSO devo scegliere una di queste tre lingue, mi risulta che le lingue ufficiali dell'UE sono tante quante i paesi aderenti. Non v'è alcuna direttiva che indichi in Inglese, Francese e Tedesco le lingue privilegiate. Io ho buona dimestichezza con l'Inglese ma le garantisco che, dovendo rispondere molto rapidamente alle domande dei tests, circa 80 in 60min, la madre lingua è un grosso vantaggio. Inoltre, in tal modo si impone la perfetta conoscenza di una di queste tre lingue, cosa assolutamente non indicata nel bando, quale veicolo per dimostrare la conoscenza delle materie di esame.
Poichè ritengo che questo non fosse l'unico concorso in tal maniera gestito, Le domando se secondo Lei la delegazione italiana fosse a conoscenza del declassamento della lingua italiana o lo abbia in qualche modo avallato. Non ritiene che per inglesi, francesi e tedeschi sia un grosso vantaggio poter usare la propria madre lingua nei concorsi UE, anche solo nei test di preselezione?
Qual'è il percorso che ha portato alla scelta di Inglese, Francese e Tedesco come lingue ufficiali di esame oltreché di tante altre occasioni? Non ritiene che anche questo sia uno dei motivi della scarsa presenza italiana nei posti direttivi UE?
La ringrazio in anticipo per la Sua cortese risposta
Cordialmente,
Francesco Mereu - Cagliari
francescomereu@tiscali.it

Gentile Sig. Mereu,
volentieri pubblichiamo la sua mail, sperando che qualcuno la legga e possa fornirle una risposta. Per quanto ci riguarda auspichiamo che il polverone sollevato dalla tardiva denuncia, non solo da parte di politici ma anche di linguisti e associazioni italiani come l'"Accademia della Crusca" e la "Dante Alighieri", del "declassamento" dell'italiano nei palazzi dell'Ue serva ad evitare che si ripetano in futuro situazioni simili a quella da lei descritta in cui gli italiani che cercano un impiego all'Ue vengono discriminati a causa della loro lingua.

La redazione
redazione@ilsegnalibro.com

La lingua italiana declassata dall'Unione Europea

Identità nazionale

Il Gazzettino di Venezia, 2 marzo 2005
Rattrista leggere che: "L'italiano scompare dalle traduzioni comunitarie". La lingua di Dante, di uno degli Stati fondatori della UE, di cinquantotto milioni di europei, rischia il declassamento.
Ad essere maligni si potrebbe dire che è la legge del contrapasso. Quanto fece, a suo tempo, lo Stato italiano nei confronti delle parlate dei territori che andava unificando si ripete ora, purtroppo, a suo danno. Solo nel 1999, con la legge n. 482 , il Parlamento ha riconosciuto le lingue minoritarie "storicamente presenti sul territorio dello Stato". Lasciando, tra l'altro, fuori tutte le parlate (tra cui il veneto) che, in base a criteri opinabili, sono considetrate dialetti e non lingue.
Mi piace qui ricordare una definizione, non scientifica ma efficacissima di lingua: "un dialetto con le stellette e il passaporto". Ora che il pericolo incombe anche sulla lingua nazionale speriamo che chi ancora osteggia le lingue minoritarie comprenda che tutte hanno dignità, svolgono una funzione e sono care a chi le parla, pochi o tanti che siano.Noi che ci siamo tanto battuti per il riconoscimento del friulano (e con noi gli amici delle altre lingue minoritarie, ovviamente) siamo pronti a lottare per l'italiano. Speriamo solo che la classe politica comprenda per tempo (se non è già tardi) che non si possono concedere altri spazi a chi vuol mettere l'italiano in un angolo. Ciò perchè noi abbiamo una concezione veramente pluralista e concentrica in fatto di lingua. Vale a dire che la difesa del friulano non è mai stata intesa in alternativa all'italiano o alle lingue di scambio internazionali che sono assolutamnete necessarie nel mondo globalizzato. Noi riteniamo che la lingua (o dialetto) materno ha piena dignità e funzione nei luoghi ove insediato, che la lingua iataliana è stata (e deve rimanere) la lingua unificante a livello nazionale e che sono necessarie una o più lingue di scambio internazionale. Purtroppo, in passato, si ritenne che per fare l'Italia e gli italiani bisognasse distoglierli dalle loro parlate. Cosa non vera, si sarebbe potuto benissimo ottenere lo stesso risultato senza osteggiare le parlate locali.
Ubaldo Muzzatti
Cordenons (Pn)

Frattini: Sull’Italiano ho avuto assicurazioni da Barroso

Affari europei

Il Denaro, 2 marzo 2005
Il vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, ha ricevuto "assicurazioni formali" dal capo dell'esecutivo. L’ex responsabile della Farnesina si riferisce alla spinosa questione dell'eliminazione dell'italiano dalle lingue usate per le conferenze stampa dei commissari tranne quella del mercoledì. Frattini ha inoltre ricordato l'accordo mai applicato, trovato nel 2003 sotto presidenza italiana della Ue per l'uso di 5 lingue di lavoro. "Si era cercato di trovare un accordo - ha spiegato - sull'uso di 5 lingue di lavoro, già sotto la presidenza italiana già alla fine del 2003, secondo il principio: chi lo chiede paga e ha diritto a usare non solo le due lingue di lavoro usuali (francese e inglese, ndr) ma tutte e 5 le lingue principali dell'Unione. Questo accordo non era mai stato applicato".
Quanto all'italiano, questo è un inconveniente su cui si deve intervenire, ma ci sono assicurazioni formali da parte del presidente Barroso che io prendo come prova di un'informazione data tardivamente al presidente stesso".
L’ex ministro degli Esteri ha comunque aggiunto: "Cercherò di essere il più presente possibile alle conferenze stampa", il che imporrà in ogni caso anche una traduzione in italiano.
E ha inoltre affermato che della questione delle lingue non si è ancora parlato a livello di collegio a Venticinque commissari: "Credo che sia meglio arrivare al tavolo del collegio avendo già una proposta di soluzione", ha sottolineato. Frattini ha infine esortato a evitare che la questione linguistica venga trattata a 'ondate' per poi tornare come semplice background.

L’Europa ha bisogno della lingua italiana

di Mario Gabriele Giordano

L’Osservatore Romano, 27 febbraio 2005
Pare che in Italia si sia spensieratamente archiviata la questione del declassamento dell'italiano in sede europea con la sua esclusione dalle traduzioni delle conferenze stampa. Il fatto, in realtà, se dovesse rappresentare non un incidente di carattere organizzativo ma l'indizio di un orientamento politico e dovesse quindi preludere a una definitiva emarginazione dell'italiano, costituirebbe non tanto per l'Italia quanto per l'Europa un segnale di enorme gravità.
Esso darebbe infatti palesemente ragione a quanti pensano che, al di là delle solenni dichiarazioni, l'Unione Europea non sarebbe altro che il luogo in cui non solo ogni singola nazione ma perfino ogni singolo gruppo di potere può più agevolmente perseguire i propri interessi col vantaggio dei più forti e il danno dei più deboli.
Certo è che l'Unione Europea, che già si è rifiutata di richiamare nella Costituzione firmata a Roma il 29 ottobre 2004 le sue radici cristiane, qualora non riconoscesse all'italiano un ruolo di connotazione altamente culturale, non solo risulterebbe impoverita nella sua valenza ideale ma si verrebbe anche a collocare in una posizione di sostanziale contraddizione o quanto meno ridurrebbe a pure proclamazioni retoriche certe affermazioni di principio.
Questo perché, mentre nel Preambolo della detta Costituzione esalta l'eredità umanistica a cui dichiara di ispirarsi, di fatto la mortifica discriminando lo strumento linguistico attraverso il quale essa si è più direttamente e più compiutamente espressa nella sua dimensione propriamente storica.
Ma, a parte ogni altra considerazione e nella consapevolezza che una lingua deve trovare in se stessa e nel dinamismo della realtà che esprime le ragioni della sua vitalità, va sottolineato il fatto che l’italiano è la lingua del Paese che, da solo, possiede circa il 75% dei beni culturali di tutto il mondo ed è inoltre quella che più direttamente continua e più ampiamente conserva ancora in sé l'unica lingua che nella concreta realtà della storia è stata davvero europea nel volgere non degli anni o dei decenni ma dei secoli e dei millenni.
Si tratta di quel latino di cui l'italiano costituisce il naturale punto di arrivo all'interno di quell'evoluzione storica che è propria di tutte le lingue; di quel latino, inoltre, di cui non pochi, soprattutto fuori dall'Italia, hanno, coraggiosamente reclamato il ripristino per una straordinaria operazione culturale che restituisse all'Europa una lingua che, almeno in termini ideali, sarebbe in assoluto la sola veramente degna delle sue tradizioni e tale comunque da non essere sentita da nessuno come estranea.
Sembra invece che a Bruxelles, dove si è le mille miglia lontani da simili considerazioni, anche per la lingua si voglia seguire la logica quantitativa del più forte che è l'esatto contrario di quella che si dovrebbe seguire nelle questioni di carattere culturale. A dimostrarlo c'è tra l'altro il fatto che fin dall'inizio, anziché puntare all’adozione di una sola e ben definita lingua ufficiale, di fronte alle spinte dei vari paesi interessati si è preferita la tacita applicazione di quel criterio del dosaggio compromissorio che è ora apparso del tutto evidente col brusco leva e metti tra italiano e tedesco.
In siffatte gare, l'Italia - non c'è buona ragione che tenga – è purtroppo destinata a restare sempre indietro perché il malinteso internazionalismo di una certa cultura vi ha insinuato il terrore non di essere - cosa che sarebbe naturalmente da deprecare - ma anche di poter solo apparire nazionalisti per cui nulla vi si fa per difendere, come altrove opportunamente si fa, valori e tradizioni e in special modo la lingua che pure, per sua propria virtù, è guardata e seguita con sempre maggiore interesse in tutti paesi del mondo.
E’ per questo che in qualche modo l'Italia meritava il trattamento ricevuto. Sono infatti in gran parte lacrime di coccodrillo quelle che in questi giorni hanno sparso specialmente i responsabili dell' Accademia della Crusca e gli uomini politici delle più diverse estrazioni.
L'antica Accademia, il cui compito statutario è quello di promuovere e agevolare lo studio della lingua italiana, già in passato, proprio in rapporto al sempre contrastato impiego di questa lingua in sede europea, non si era preoccupata di far altro che formulare tiepidi auspici mentre fervorosamente si baloccava nell’allestimento del Dizionario della libertà, un inutile torneo oratorio con cui ventisette studiosi dell'area europea si impegnavano a svolgere, non in italiano – si badi bene – ma ciascuno nella propria lingua, una voce riguardante la libertà.
I politici da parte loro hanno tutti ampiamente dimostrato di non comprendere il valore di quello che il Foscolo chiamava «il bel capitale della lingua». Essi in realtà, presi anche in prima persona dalla provinciale smania dell'esterofilia, hanno in particolare favorito quel massiccio e invasivo processo di anglicizzazione della lingua che, occupando perfino le più alte sedi formali, è quasi arrivato ad esporre l’italiano all'accusa di estraneità e di inutilità in rapporto a quelle funzioni e a quegli usi che almeno in patria gli dovrebbero essere propri.
Dunque, come si diceva, l'Italia potrebbe anche meritare l'affronto di Bruxelles. Chi però non lo merita è l'Europa, non quella, ben s'intende, dei ragionieri che non conoscono altro che numeri e neppure quella delle persone colte che sanno come e dove trovare l'italiano; l'Europa a cui non bisogna negare l'italiano è quella della comune umanità che, a qualunque nazione appartenga, si è direttamente o indirettamente nutrita dei tanti messaggi di arte e di civiltà provenienti dall'Italia in una lingua che come nessun'altra contiene in sé il moderno e l'antico.

Dante Alighieri contro Manuel Barroso

Battaglia per l’italiano

Economy, 25 febbraio - 3 marzo 2005
«Difendere la lingua italiana è un dovere»: la Società Dante Alighieri, guidata da Bruno Bottai, darà battaglia contro la decisione di Manuel Barroso di escludere la nostra lingua dalle conferenze stampa a Bruxelles. Anche se il segretario generale Alessandro Masi ha ricordato la solitudine nel difendere la cattedra di italianistica al Politecnico di Zurigo. E in Campidoglio, nella sala del Carroccio, presentando la nuova rivista Lingua italiana d’oggi, ha stigmatizzato i politici che ricorrono sempre più spesso alle parole straniere nei loro discorsi. (g.fer.)

Italiano in UE, polemica e rientro

La Dante Alighieri traccia un bilancio

News ITALIA PRESS, 1 marzo 2005
Roma – La Società Dante Alighieri traccia oggi il bilancio, in una nota ufficiale, di quanto abbia fatto discutere la decisione del Presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, di estromettere l'italiano dalle conferenze stampa. "Non accenna a trovare un punto di fine il lungo strascico di polemiche – dice l'associazione che mira alla diffusione e alla difesa della lingua di Dante – (...), sebbene sia stato promesso il reintegro della lingua italiana in una delle conferenze da cui era stata eliminata".

Riportando alcune parti del dibattito succedutesi anche sui quotidiani nazionali tra cui quella della cantante Mina sulla prima pagina de La Stampa di sabato 26 febbraio e, sempre sul quotidiano torinese del 25 febbraio, un sondaggio dell'Istituto Piepoli secondo cui il 71% degli Italiani afferma di non essere al corrente dell'esclusione dell'italiano dalle "lingue stabili" dell'Unione Europea, la Dante si sofferma però sulla presa di posizione che dichiara più dura: quella dell'Osservatore Romano nei confronti dell'Accademia della Crusca: "Sono infatti in gran parte lacrime di coccodrillo – si legge nell'articolo di Mario Gabriele Giordano del 27 febbraio, riportato dalla nota della Dante Alighieri - quelle che in questi giorni hanno sparso specialmente i responsabili dell' Accademia della Crusca e gli uomini politici delle più diverse estrazioni. L'antica Accademia, il cui compito statutario è quello di promuovere e agevolare lo studio della lingua italiana, già in passato, proprio in rapporto al sempre contrastato impiego di questa lingua in sede europea, non si era preoccupata di far altro che formulare tiepidi auspici mentre fervorosamente si baloccava nell'allestimento del Dizionario della libertà, un inutile torneo oratorio con cui ventisette studiosi dell'area europea si impegnavano a svolgere, non in italiano – si badi bene – ma ciascuno nella propria lingua, una voce riguardante la libertà".

Intanto, proprio oggi, l'italiano è tornato nella traduzione di una conferenza stampa promossa dalla Commissione europea, in occasione del lancio della nuova campagna comunitaria contro il fumo. Alle cosiddette lingue di lavoro - francese, inglese e tedesco - scelte dalla nuova Commissione per tutte le conferenze, nell'occasione presieduta dal commissario alla Salute Markos Kyprianou. sono state aggiunte italiano, olandese, greco e spagnolo.

Se l’ambasciatore non paga la bolletta

MADE IN ITALY
di Gian Antonio Stella

Corriere della Sera, 2 marzo 2005
Il grande Totò, come nella celeberrima scenetta col vigile in piazza Duomo, non si perderebbe d'animo: «Noio vulevon savuar...». Siamo o non siamo, noi italiani, in grado di farci capire da tutti anche se non sappiamo le lingue? I soliti pessimisti, tuttavia, potrebbero trovare nuovi spunti di polemica sulla salute delle nostre casse in una notizia fresca fresca: a fine marzo, stando al sindacato degli ambasciatori, la Farnesina avrà già esaurito i soldi del 2005 per gli interpreti. Per non dire dei fondi per le visite di Stato, le bollette o la promozione del Made in Italy ... Auguri.
Che qualcosa non andasse benissimo lo si era visto l’altro giorno alla conferenza nazionale sul commercio estero. Quando Berlusconi aveva assicurato con un sorriso panoramico: «Le nostre imprese possono contare oggi su un governo che tramite le ambasciate promuove il made in Italy. Un tempo quando andavo in un Paese straniero la prima cosa che chiedevo era il numero di imprese italiane presenti e nessun ambasciatore sapeva mai rispondermi. Le risposte arrivavano in una cartellina nel pomeriggio. Oggi le cose sono cambiate e gli ambasciatori le cartelline le hanno sempre dietro: non è vero Gianfranco?». Tirato in ballo, Fini aveva grugnito qualcosa annuendo come fosse costretto con perplesso senso del dovere.
A leggere i conti denunciati dallo «Sndmae», il sindacato che rappresenta 650 su 1.024 diplomatici di carriera (non i «comunisti» della Cgil o i «disfattisti» della Cisl: gli ambasciatori, i consoli, i consiglieri...) il responsabile della Farnesina ha buone ragioni per essere d’umore nero. Via via che passano le settimane, infatti, emerge sempre meglio lo squarcio aperto dai tagli dell’ultima finanziaria. Basti dire che, proprio mentre il nostro sistema produttivo invoca un appoggio più deciso della nostra rete diplomatica per uscire dalla stagnazione e reggere l’onda d’urto della Cina, il capitolo «Promozione economica e commerciale» è stato sforbiciato del 32%.
Pochi dati: per spingere i prodotti italiani, al grande consolato di Los Angeles che si occupa anche di altri Stati americani sono stati promessi per quest’anno 500 euro al mese (un sesto di quanto chiesto), a quello di San Paolo e cioè del cuore produttivo del Brasile 250 (un sesto), all’ambasciata di Ottawa 300 (un ottavo), a quella di Caracas e di Buenos Aires meno di 600, rispettivamente un settimo e un nono di quanto i nostri diplomatici sul posto avevano suggerito come indispensabile.
Ammesso che i soldi, poi, arrivino davvero. L’anno scorso Los Angeles aveva avuto la metà di quanto promesso (141 euro al mese invece di 282!), San Paolo la metà (291 invece di 583) e così via gli altri Stati americani: tutti la metà. Dovesse andar così anche quest’anno, ciao. Per tutto il nuovo continente, dall’Alaska alla Terra del Fuoco, sono stati stanziati infatti 117 mila euro. Neanche 10 mila al mese. Il costo di un convegno. Eppure in Argentina, Messico o Canada dovrebbero leccarsi le dita in confronto ad altre realtà.
Per tutta l’Asia e l’Oceania, dalla Cina all’India, dall’Australia al Giappone, abbiamo previsto di investire nel 2005, per dare una spinta al «made in Italy», la bellezza di 70.000 euro. Meno di un decimo di ciò che ha speso Ronaldo per la festa parigina con cui ha promosso la sua nuova guagliona. E meno male che, secondo lo stesso ufficio stampa della Farnesina, lo stanziamento è stato aumentato in onore della visita di Ciampi a Pechino. Sennò sarebbero stati 50 mila. Il costo di due berline con autoradio ma senza troppi optional. E stendiamo un velo su casi come quello del Marocco: per conquistare quel paese ricco di rimesse di almeno 150 mila emigranti che vivono in Italia, è stato deciso alla voce «promozione economica e commerciale» un esborso annuale di 1.800 euro. Il costo di una bella tivù digitale.
Tema: possiamo far la guerra al mondo (commerciale, s’intende) coi fichi secchi? Ma no, ma no, si affrettano a sdrammatizzare alla Farnesina. E ti spiegano che per carità, quella voce «promozione economica e commerciale» si presta ad equivoci perché «quelli sono solo finanziamenti accessori dato che in realtà è tutta la rete diplomatica che di fatto lavora per diffondere la nostra immagine e i nostri prodotti all’estero», dalle ambasciate all’Ice, dalle Camere di commercio alle associazioni imprenditoriali in un virtuoso gioco di squadra.
Sarà. I rappresentanti dei diplomatici, che su questi problemi hanno fatto tempo fa un convegno che rilanciava le denunce della clamorosa manifestazione in piazza del 2003, non ne sono però convinti. E non solo perché, a leggere la Finanziaria, si può vedere che pure l’Ice ha subito un taglio del 7%. Fosse pure vero che tutta la rete diplomatica concorre alla promozione dei nostri prodotti, i tagli al funzionamento di questa rete sono stati infatti in molti casi ancora più drastici.
Fare i conti non è facile: nonostante anni e anni di promesse, impegni, giuramenti solenni il costo della Farnesina è ancora suddiviso in 510 capitoli di spesa di cui 135 per le sedi all’estero. Una gabbia mostruosa, che affonda le radici in una legge del 1923, uccide ogni autonomia (alla faccia delle ciacole sull’ambasciatore che deve essere «l’amministratore delegato della sua sede») e impedisce ogni travaso: se avanzi cento euro del capitolo «auto di servizio» non puoi comprare il toner per le stampanti ma devi restituire i soldi e chiedere l’invio di un nuovo finanziamento «all’uopo destinato». Cosa che un dì mise in crisi, narra la leggenda, un consolato: come comprare la carta igienica? Certo è che due dati, denunciano i diplomatici che da tempo chiedono nuove regole, sono sotto gli occhi: al «capitolo 1.574» (spese di funzionamento delle sedi escluso l’affitto: bollette del telefono, luce, pulizie, cancelleria, manutenzione ordinaria...) c’è un taglio del 52% e al «capitolo 1.573» (manutenzione straordinaria) del 48%. Ai quali va aggiunta un’altra miriade di tagli che ha portato gli Esteri a pesare sul bilancio statale per lo 0,23%.
«Di questo passo dovremo competere con gli altri partners G8 e Ue seduti per terra, recapitando a mezzo camminatore lettere vergate a mano, sempre che ci siano soldi per le penne», ha scritto indignato un ambasciatore in una lettera allo «Sndmae», «ci riscalderemo tutti intorno a un fuocherello acceso...». Un esempio? Ogni ambasciata media avrà quest’anno 3.000 euro per le spese di viaggio. Mettetevi al posto di certi ambasciatori come quello in Senegal: rappresenta l’Italia anche in Mauritania, Gambia, Capo Verde, Mali, Guinea e Guinea Bissau. Un viaggio l’anno in un solo Paese, in classe economica e in alberghi a tre stelle e il suo budget sarà già finito. Bel colpo, per chi ha l’ambizione di pesare di più all’Onu, scrive ironico un altro ambasciatore, scandalizzato da mille sprechi e mille assurdità: «Eppure il Gambia vota in Assemblea tanto quanto gli Usa».

martedì, marzo 01, 2005

ITALIANO DECLASSATO: FRATTINI, DA BARROSO IMPEGNO IMPORTANTE

(AGI) - Bruxelles, 1 mar. - Con le due conferenze stampa di oggi, l'italiano ritorna in sala stampa al di fuori del mercoledi', giorno della riunione della Commissione Europea. E secondo il vicepresidente Franco Frattini, "la questione dovrebbe essere risolta in tempi ragionevolmente brevi". Al termine di una conferenza stampa, l'ex ministro degli Esteri, interpellato dai giornalisti, ha tenuto a sottolineare come "con la sua assicurazione formale, il presidente della Commissione Europea Jose' Manuel Durau Barroso, abbia preso un impegno politico importante". Dopo questo primo passo di oggi, la questione sara' discussa giovedi' tra il portavoce della Commissione Europea, Francoise Le Bail, al fine di trovare un'intesa. Su questo percorso, Frattini ha cosi' commentato: "Se voi ritenete la soluzione soddisfacente, lo e' anche per me, ma non sarebbe male che all'interno dell'Associazione della Stampa Internazionale, emergesse la posizione italiana". Il commissario alla Giustizia, Sicurezza e Liberta' ha quindi sottolineato come "il problema venga utilizzato a fasi alterne e senza un'attenzione costante", pur riconoscendo che "questa volta l'Italia lo sta utilizzando in maniera stabile". Secondo Frattini, "la questione dell'uso delle lingue non e' stata mai posta all'interno della Commissione europea". Lo e' stato invece al Consiglio dei Ministri, con una soluzione trovata sotto presidenza italiana. Ed e' questa soluzione che indica come punto di riferimento anche per la Commissione, vale a dire una soluzione basata sulle cinque lingue principali. Il tema non e' mai arrivato sul tavolo della Commissione Europea, secondo quanto spiega ancora Frattini, perche' non vi e' mai stato portato: "quando e'sorta questa vicenda, che e' stata francamente abbastanza seria, il presidente della Commissione, con la sua assicurazione chiara e formale, credo abbia preso un impegno politico importante. Sono convinto - ha quindi aggiunto - che, posto all'interno del collegio di venticinque commissari, aumenterebbe i problemi. Meglio quindi fare una riflessione, immaginare una soluzione". E secondo il vicepresidente della Commissione Europea, "potrebbe essere ragionevolmente applicato il principio degli accordi nati in Consiglio alla fine 2003, i quali prevedono l'uso delle 5 lingue ufficiali principali (invece delle due lingue di lavoro ndr) e la ripartizione degli oneri tra coloro che lo chiedono". Rassicurato da Barroso sull'uso dell'italiano in sala stampa, "stai sicuro - gli ha infatti detto secondo quanto racconta lui stesso - sara' ripristinato", Frattini precisa di essersi rivolto a Siim Kallas, il vicepresidente responsabile dell'amministrazione, al fine di "chiedere informazioni sulle regole di accesso alle scuole europee" nate per garantire ai figli dei dipendenti delle istituzioni comunitarie, un corso di studi in tutte le lingue. (AGI) -

STATALI: BACCINI, CON SINISCALCO STUDIAMO PROPOSTA FINALE

(AGI) - Roma, 1 mar. - "La partita dei contratti del pubblico impiego e' sempre aperta e speriamo di chiuderla quanto prima".
Il ministro della Funzione pubblica, Mario Baccini, a margine di un convegno alla Farnesina, interviene nuovamente sul rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione. "Per il governo e' una priorita' politica - continua Baccini -. Insieme al ministro Siniscalco stiamo studiando una proposta definitiva da far pervenire alle parti sociali, speriamo sia accettata".

IRAQ: FINI, VOLUME SULL'ARTE GIOCO DI SQUADRA DELL'ITALIA

(AGI) - Roma 1 mar. - Si intitola "Iraq prima e dopo la guerra", conta 150 pagine, splendide illustrazioni, articoli documentatissimi in italiano, ma anche in inglese e francese.
E' un volume sui siti e i reperti archeologici iracheni che l'Italia ha contribuito a mettere in sicurezza, curato da Pialuisa Bianco, direttore dell'Istituto italiano di cultura di Bruxelles.
Il volume e' stato presentato questa sera alla Farnesina, presente lo stesso ministro Gianfranco Fini, il suo collega per i Beni culturali, Giuliano Urbani, e la curatrice, che ha sintetizzato immediatamente l'obiettivo del libro che avra' una diffusione internazionale: consentire ad un vasto pubblico un percorso tra capolavori dell'arte mesopotamica momentaneamente irraggiungibile, ma che, grazie anche al lavoro dei tecnici e degli esperti italiani, non e' andato perduto. E' quanto ha sottolineato lo stesso ministro Fini osservando che "il libro dimostra che noi italiani quando facciamo il gioco di squadra e mettiamo in sinergia esperienze e capacita' riusciamo a ben figurare". Le radici del patrimonio culturale iracheno, infatti, ha detto ancora, "erano a rischio di distruzione. Senza la presenza delle forze multinazionali sarebbe stato probabilmente impossibile preservarlo. In una vicenda come quella irachena chi altri, se non il sistema Italia poteva pensare di partire per la ricostruzione di quel paese da un museo?" Per il ministro degli Esteri "il processo di ricostruzione dell'Iraq non puo' essere legato solo all'affermazione della democrazia e alla garanzia della sicurezza", ma passa anche attraverso la conservazione dell'identita' e della memoria del patrimonio culturale. "Sono convinto - ha affermato - che cio' che e' stato fatto in sinergia dall'Italia rappresenta una operazione politica nel senso piu' nobile del termine". All'Iraq infatti, ha spiegato il ministro degli Esteri, si pensa come ad una terra di barbarie e incivilta', ma e' invece una terra di retaggi culturali che appartengono all'umanita'. E noi "ci siamo fatti carico di consegnare all'umanita' un patrimonio razziato e disperso, restituendo ad un popolo la sua identita' culturale, lascito di secoli e di millenni". Anche il ministro Urbani ha sottolineato il valore di una sinergia straordinaria e della strettissima e antica collaborazione fra la cultura italiana e quella irachena. "La presenza italiana in Iraq - ha detto - ha consentito di stringere in decenni legami forti che sono stati mantenuti anche durante la guerra. Siamo i 'caschi blu' della cultura e da ora in avanti gli siuti internazionali per le emergenze, dalle guerre alle calamita' naturali, per incarico dell'Unesco saranno coordinati da noi. Noi che spesso brilliamo per il lavoro individuale nel caso dell'Iraq abbiamo mostrato un valore di squadra straordinario". Il ministro ha annunciato con soddisfazione la riapertura, entro la fine dell'anno, di almeno un settore del museo di Baghdad.
In sintonia anche Pialuisa Bianco: "Tocca soprattutto all'Italia sopportare l'orgoglio di essere stato motore e tuttora protagonista di una opera eccezionale di tutela e restauro dei siti archeologici iracheni", ha sottolineato citando un lavoro di sinergia che ha coinvolto architetti e archeologi, geologi e chimici, i carabinieri addetti alla tutela del patrimonio e i fotografi che "sfidando l'impossibile" hanno consentito di aggiornare il percorso archeologico con immagini che lo rendono parte della nostra attualita'". (AGI)

Quel senatore polemico

Quattro mesi di politica vissuti attaccando con fermezza
di NINO BERTOLONI MELI

Il Messaggero, 1 marzo 2005
DA QUEL 14 ottobre dell’anno appena passato, da quel giorno in cui Carlo Azeglio Ciampi lo nominò senatore a vita, per Mario Luzi cominciò l’avventura politica. Quattro mesi vissuti politicamente e polemicamente. Centoventi giorni vissuti anti-berlusconianamente. E non per licenza poetica. Luzi dette voce in maniera dura, ferma e senza sconti a quel sentimento anti-fascista e anti-Berlusconi assai diffuso nel Paese, facendo ovviamente imbestialire quell’altra metà che invece per Berlusconi stravede. La Costituzione picconata e stravolta; gli attacchi alla legge Gasparri; il dileggio di Gianfranco Fini («Grottesca la sua nomina alla Farnesina»), e soprattutto il paragone di Berlusconi con Mussolini, sono stati i punti forti di polemiche feroci con i rappresentanti del centrodestra, in primis con il ministro Maurizio Gasparri che strada facendo assurse al ruolo di anti-Luzi della Cdl. Non c’era intervento del poeta senatore che non trovasse la replica del ministro antagonista. «Mi vergogno che sia senatore a vita, peccato che non esista l’istituto della revoca dei senatori a vita», ebbe a sospirare una volta il ministro, e un’altra arrivò a invocare la nomina di Mike Bongiorno, «sarebbe stato sicuramente una scelta migliore». «Certo che avrebbe preferito Bongiorno, è più conciliante con le sue idee», controreplicò il poeta a cui evidentemente le polemiche piacevano. Un classico della coppia amico-nemico secondo lo schema di Schmitt. «Siamo onorati di averlo come autorevole collega in Parlamento», azzardò Renato Schifani capogruppo di Forza Italia al Senato subito dopo la scelta di Ciampi. Ma non sapeva ancora quel che lo aspettava.
Neanche due giorni dopo la nomina, Luzi partecipò a un convegno a Ravenna e lì si esibì nel primo di una serie di attacchi al progetto di riforma costituzionale messo in cantiere dalla Cdl. «Vogliono modificare la Costituzione inadeguatamente, il mio voto magari non influirà ma in Senato mi farò sentire». Qualche tempo dopo, sulla rivista Micromega diretta da Paolo Flores d’Arcais, tocca a quelli di An definiti senza giri di parole «fascisti», per di più «confusi». Disse Luzi: «Sono fascisti confusi e senza un progetto coerente. Fini agli Esteri è una scelta grottesca e pericolosa». Ce n’è pure per il premier Berlusconi, definito «novello Sansone che demolisce lo Stato con le riforme costituzionali».
Ma il diapason si raggiunge a cavallo del nuovo anno. L’occasione, l’ormai famosa “critica del treppiedi” subita dal premier a piazza Navona. «Se l’è cercata», commenta a caldo il poeta proprio sul Messaggero . E ci mette il carico da novanta paragonando il Cavaliere al Mascellone (così Gadda apostrofava il Duce): «Berlusconi e Mussolini per certi aspetti si somigliano, anche Mussolini si era messo un cerotto. Sul naso. Mussolini speculò sul colpo ricevuto proprio come sta facendo Berlusconi». E ancora: «La turista irlandese che colpì Mussolini, però, non aveva un treppiede ma un’arma». Insorse il centrodestra tutto, mentre l’opposizione fece quadrato compatta attorno al poeta.
E ieri, in punto di morte, tutte le polemiche si sono come estinte. A parte Gasparri che non risulta avere proferito verbo, tutti ma proprio tutti hanno inchinato le loro bandiere e usato le proprie parole per ricordare il grande poeta scomparso. Pietra tombale sulle polemiche.

L'italiano è stato declassato anche nella «Schola» europea

Privilegiati gli studi in inglese-francese-tedesco
Oggi Barroso ripristina la traduzione nella nostra lingua in una conferenza stampa
DAL NOSTRO INVIATO
Ivo Caizzi

Corriere della Sera, 1 marzo 2005
BRUXELLES - Una prima retromarcia la Commissione di Josè Manuel Barroso la fa oggi ripristinando la traduzione nella lingua italiana in una conferenza stampa da cui era stata eliminata. Ma intanto il caso dell'italiano declassato in Europa, sollevato dal Corriere, trova nella Schola Europaea un altro esempio di penalizzazione della nostra lingua a vantaggio del trilinguismo (inglese, francese e tedesco). Questo apparato d'istruzione nei principali idiomi comunitari, che accoglie circa 20 mila alunni ed è finanziato dalla Commissione e dai governi dei 25 Paesi membri, ha infatti deciso di chiudere tutte le sezioni in italiano a Kalsruhe (Germania), Culham (Londra), Bergen (Amsterdam), Mol (Belgio). Fornisce informazioni e documentazioni in inglese, francese e tedesco (nonostante gli italiani siano stati tra i fondatori e abbiano contribuito a farla denominare in latino). Le sue 13 sedi offrono 1.815 posti in italiano e ben 4.801 in francese, 4.054 in inglese, 3.290 in tedesco. Inoltre emergono nostre discriminazioni nell'accesso ai suoi costosissimi corsi (210 milioni di euro all'anno), dove gli alunni sono considerati di «serie A, B o C» in base alla casta e al censo.
Un esempio emblematico è la chiusura a Karlsruhe, dove vengono mantenute le classi in inglese, francese e perfino in tedesco. Il direttore generale della Schola Europaea, Michael Ryan, nega però discriminazioni linguistiche: «Chiudiamo le sezioni italiane a Karlsruhe, Culham, Mol e Bergen perché li non ci sono più abbastanza figli di funzionari comunitari. Siamo finanziati con denaro pubblico, ma operiamo come una scuola privata riservata ai figli dei dipendenti delle istituzioni Ue, che la frequentano gratuitamente. Sullo stesso piano mettiamo i figli dei diplomatici presso l'Ue. Accettiamo poi, come "categoria due", i figli di dipendenti di banche, imprese o altre entità perché ci pagano rette molto più alte rispetto alla "categoria tre"». In quest'ultima sono privilegiati nelle iscrizioni i figli di chi lavora alla Nato, che pur non è un organismo dell'Ue. Ma la «serie C» della scuola è costituita soprattutto dai figli dei comuni cittadini, definiti «altri». Ryan afferma che vengono ammessi perché sono utili a creare un ambiente pedagogico più favorevole per i figli degli eurocrati e dei diplomatici: «ma solo se c'è posto». Quando non ci sono più scolari e studenti di «serie A», la sezione viene chiusa. Gli «altri» vengono respinti anche quando i posti sono già riempiti dai figli di eurocrati e diplomatici.
A Bruxelles le sezioni italiane sono piene e non accettano più gli «altri», nonostante non ci siano alternative nella propria lingua per quella che resta la principale comunità straniera in Belgio. Francia, Germania e Regno Unito contano su tantissime scuole in francese, molte in inglese e abbastanza in tedesco. La conseguenza è che delle famiglie italiane non si trasferiscono a Bruxelles perché non esiste l'istruzione in italiano. E lasciano aperti spazi professionali, occupati sempre più spesso da francesi, tedeschi e britannici. Valerie Rampi, portavoce del vicepresidente della Commissione Siim Kallas, difende l'attuale sistema sostenendo proprio che «la maggioranza dei nostri dipendenti con figli, se non potesse contare sulla scuola europea, non andrebbe a lavorare all'estero per le istituzioni Ue». La copresidente della destra dell'Europarlamento, Cristiana Muscardini di An, ha già fatto un'interrogazione sulla Schola Europaea. Altri eurodeputati del centrosinistra e del centrodestra se ne stanno occupando. Dopo che il Corriere ha sollevato il caso, alcuni genitori di bambini italiani della «categoria tre» denunciano tentativi di espulsione strisciante attuati con aumenti delle rette da migliaia di euro. «Capisco i timori per le sezioni in italiano e lo sconcerto per il trattamento della "categoria tre" - afferma Giovanni Villani, che rappresenta il ministero degli Esteri nella Schola -. Ma il problema è che la scuola europea ormai andrebbe cambiata completamente».

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