sabato, aprile 22, 2006

NUOVO SITO PER L’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI BRUXELLES

BRUXELLES\aise\21 aprile 2006 - L’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles ha un nuovo sito internet. All’indirizzo www.iicbruxelles.esteri.it l’IIC diretto da Pia Luisa Bianco presenta in modo chiaro, accessibile e di facile consultazione, non solo gli eventi della stagione in corso, ma anche gli aggiornamenti sui corsi di lingua, bandi di concorso e su tutte le opportunità di studio e formazione in Italia. Una sezione è dedicata alla struttura dell’istituto e un’altra alla biblioteca on line dello stesso. Dal sito, consultabile in tre lingue, è infine possibile inscriversi alla newsletter dell’istituto per tenersi aggiornati su eventi in programma e novità.
I prossimi appuntamenti sono con il cinema italiano. Due i film che saranno presentati in anteprima. Il primo “Romanzo Criminale” di Michele Placido verrà presentato il 24 aprile alle 20 nella sede dell’IIC. Kim Rossi Stuart, Anna Mouglalis, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca i giovani attori italiani che hanno potrato sullo schermo la Banda della Magliana.
Il secondo è “Quando sei nato non puoi più nasconderti” di Marco Tullio Giordana, tratto dall'omonimo romanzo di Maria Pace Ottieri in programma il 26 aprile sempre alle 20 nella stessa sede. Interpreti Alessio Boni, Michela Cescon, Matteo Gadola, Rodolfo Corsato e Adriana Asti. (aise)

sabato, aprile 15, 2006

Honoring Italians' iconic imagery

ARTS NOTES

Christopher Reynolds

Los Angeles Times, April 16, 2006
IT'S raining Italian designers. At the Los Angeles County Museum of Art, they're celebrating Ettore Sottsass, deviser of everything from typewriters to jewelry, with an exhibition through June 11. And at the Italian Cultural Institute of Los Angeles, the man of the hour is Sergio Pininfarina, the designer behind Ferrari and this year's Olympic torch.

Pininfarina will make a rare Western foray to deliver a speech and receive a lifetime achievement award here May 2. The designer, 83, who was named an Italian senator for life last year, followed his father into the auto field more than 50 years ago. Though he is best known for his firm's work not only for Ferrari but on various models from Fiat, Alfa Romeo, Peugeot, Jaguar, Cadillac and Volvo, the family business (which now includes his son Paolo) has also done mobile phones for Motorola, bathtubs for Jacuzzi and espresso machines for Lavazza.

Pininfarina's free lecture (reservations required), "My Life, Not Only Design," is scheduled for 7 p.m. May 2 at the Italian Cultural Institute, 1023 Hilgard Ave. in Los Angeles, (310) 443-3250.

— Christopher Reynolds

giovedì, aprile 13, 2006

OMAGGIO DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA COPENHAGEN ALLA SCRITTRICE MARIA GIACOBBE

La scrittrice Maria Giacobbe
COPENHAGEN\aise\12 aprile 2006 - È stato celebrato il 6 aprile scorso all’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen il 50° anniversario dell’attività di scrittrice di Maria Giacobbe. In questa importante occasione, alla presenza del sindaco di Copenaghen Ritt Bjergaard, è stato presentato il nuovo romanzo della scrittrice, appena pubblicato dalla casa editrice Gyldendal nella versione danese di Thomas Harder con il titolo "Folk fra Pòju Luàdu".
"Pòju Luàdu", questo il titolo pubblicato in italiano dalla casa editrice Il Maestrale, è il nome di una immaginaria cittadina di provincia ed è un nome con un significato simbolico che va cercato in un’antica lingua. In antico sardo pòju significa "pozza d’acqua" e luàdu sta per "avvelenato". Pòju è dunque il nome di un paese immaginario di cui Maria Giacobbe descrive il degrado avvenuto in una società moderna che ha perduto molti valori e che si dibatte in mille contraddizioni.
Il romanzo è l’ultima opera letteraria di Maria Giacobbe, che nei suoi 50 anni di attività ha pubblicato un innumerevole numero di romanzi, saggi, libri di poesia, articoli, che ha tradotto molta poesia di poeti danesi e che si è espressa in Italia e in Danimarca con grande vivacità ed impegno civile. Un impegno che le è valso moltissimi premi, il più recente dei quali è "Pisa ultimo 900. Sezione Letteratura europea, cittadinanza attiva" che le è stato attribuito pochi mesi fa a Pisa.
"Folk fra Pòju Luàdu" è stato dunque presentato dalla scrittrice e docente di letteratura May Schack, giovedì 6 aprile presso l’Istituto di Cultura alla presenza dell’autrice e di Thomas Harder, scrittore e giornalista, e Johannes Riis, il direttore letterario della casa editrice Gyldendal.
Nell’occasione è stata inaugurata anche una mostra del fotografo Donatello Tore, che proviene dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Regione Autonoma della Sardegna, in cui sono esposte le splendide immagini di "Lollove. Il paese che non c’era".
Lollove è un paese della Sardegna, nascosto tra le montagne e le valli e tanto difficile da raggiungere da essere stato quasi abbandonato. 10 anni fa, il fotografo Donatello Tore, per effettuare la sua ricerca fotografica, andò a vivere nel paese entrando in confidenza con gli abitanti, condividendo la loro vita rustica e il ritmo posato del vivere quotidiano. Ciò gli ha permesso di entrare a fondo in quella realtà evitando, come dice lui stesso "la trappola di un approccio spettacolare e folcloristico". A tenerlo in vita sono rimasti soltanto pochissimi abitanti e le feste padronali che due volte all’anno vedono il rientro degli emigranti affezionati ai luoghi e ai riti popolari e religiosi della collettività. (aise)

lunedì, aprile 10, 2006

When they see red, they really do see red

By Deborah Cameron, Tokyo
The Age, April 8, 2006

IMAGINE the cherries, not the blossoms. That is the colour of the Tokyo building that has revealed an excitable side to the Japanese character that puts Italians to shame.

On the opposite side indeed, are the Italians. In the middle is the newly built Italian Cultural Institute, a 12-storey office block that was meant to sing harmoniously of friendship. Unfortunately for Italy, the building's neighbours hate it and among them is Japan's answer to Rupert Murdoch.

"It's a horrible, horrible colour," said Tsuneo Watanabe, the chairman of the board and editor-in-chief of the Yomiuri Shimbun, the world's highest circulation newspaper.

The eminent Italian architect who designed the building intended the red to symbolise Japan's temple gates and lacquerware. To Mr Watanabe, it sticks out like a sore toe.

The Italians, waving a valid building approval document from local authorities, are standing their ground. The problem has been referred to Rome, the embassy has said.

"The Italian ambassador to Japan apparently does not have many political abilities or strengths," huffed Mr Watanabe, who got on to the subject of the building during a speech that was mainly about Japan's future.

That response came because Italy's most prominent correspondent in Tokyo, Pio d'Emilia, confronted Mr Watanabe with the question: "Why are you fighting this war with Italy?"

Mr Watanabe, who is not to be ignored, has conducted personal tours of the "Red Menace" for the Tokyo governor, the environment minister and has been to see the Minister of Foreign Affairs about it.

"They all agreed that it was a terrible red colour and that it should be changed," he said.

A recent article in Mr Watanabe's newspaper suggested that the colour of Roman ruins — beige — would have been a better choice.

Locals rage that the red is so bright it reflects on the windows of a nearby university turning the student's notepaper pink. Residents have taken up a petition and assailed the Italian embassy with complaints.

Critics have invoked the name of Japan's Emperor whose palace is nearby and pilloried the architect, Gae Aulenti, who has designed buildings in Paris, Venice, Barcelona, San Francisco and the Vatican, where she renovated the papal stables as a museum.

The Cultural Institute is her first building in Tokyo, which, as a city, is a showcase for contemporary architecture because of the unusual freedoms that the planning laws allow. Though there are height limits and strictly enforced controls on over-shading, architects have a lot of latitude. Streetscapes are varied and surprisingly successful. They are a melting pot for designers from Japan and the West who respect each others work. Fights about style and preservation almost never occur.

The most frequent objection to the design of the Italian Cultural Institute is that it is out of character with its surroundings.

Located between a road and the concreted banks of the Imperial Palace moat, the building stands alongside unexceptional office buildings. To the paint-the-town-fawn crowd, these make for an inoffensive backdrop to the cherry blossom trees now in full bloom on the street. They feel genuine affection for what, in the pantheon of great architecture, are lumps.

A retired quality controller from NEC, Fumio Ito, who was in the neighbourhood for a cherry blossom picnic this week, paused in front of the controversial building and said that he could see why people thought the colour was strong. "But I'm not saying it's a bad colour, it's just a bit unusual."

"Put yourself in my shoes," Mr Watanabe replied to the Italian journalist who called the dispute a war. "If someone decided to build a bright red building next to the White House or the Vatican, wouldn't you complain?"

Mamma mia.

mercoledì, aprile 05, 2006

LA BIBLIOTECA MALATESTIANA NEL REGISTRO "MEMORIA DEL MONDO" E IN UN LIBRO GIOIELLO

ROMA\ aise\ 4 aprile 2006 - In occasione della collocazione nel Registro "Memoria del Mondo" della Biblioteca Malatestiana, la Casa Editrice FMR-ART'E' ha pubblicato un prezioso volume dedicato alla Biblioteca di Malatesta Novello di Cesena, con testi a cura di Giordano Conti, Daniela Savoia e Fabrizio Lollini; fotografia di Luciano Romano e con prefazione del professor Giovanni Puglisi, Presidente della Commissione Italiana per l'Unesco.
L'opera, di notevole spessore e di grande raffinatezza, come è tradizione per FMR-ART'E', illustra la Biblioteca Malatestiana, gioiello del Rinascimento, giunta quasi intatta fino a noi, nei suoi libri, nei suoi spazi e arredi e persino negli intonaci, riportati alla luce con l'antica tonalità cromatica nell'esemplare restauro del 1926.
La biblioteca naque in ambito monastico per volere di Malatesta Novello di Cesena, che incarnò l'utopia e gli ideali umanistici di raccolta del sapere, come, del resto, molti altri signori del suo tempo. Il progetto malatestiano portò all'attivazione di uno scriptorium, alla produzione libraria strumentale al progetto del signore, alla costruzione di un edificio ad hoc, prodotto esemplare di architettura rinascimentale, e divenne centro intellettuale e di raffinata produzione artistica.
C'é da dire che l'evento straordinario nella Biblioteca Malatestiana è nel fatto che in nessun altro caso un signore abbia fatto, con altrettanta decisione, della "libraria domini" il fulcro della sua "politica culturale" come fece Malatesta Novello in Cesena; che in nessun altro caso abbia voluto coinvolgere con altrettanta decisione nella propria impresa tutta la città;e che in nessun altro caso la città vi si sia lasciata coinvolgere così pienamente. La biblioteca, per Cesena, é divenuta un valore condiviso, patrimonio architettonico ed intellettuale.
È estremamente significativo che la Malatestiana assicuri, con la sua stessa esistenza, la sintesi di questo percorso che vede, come sue tappe, la raccolta monastica, la produzione libraria dello scriptorium, il sogno intellettuale e progetto politico di un signore umanista e l'affidamento alla comunità che tutt'ora la gestisce.
"Memoria del Mondo" è il programma Unesco, nato nel 1992, finalizzato a favorire la conservazione e valorizzazione del patrimonio documentario dell'umanità in tutte le sue forme.
Oltre alla Biblioteca Malatestiana, su proposta ungherese, sono stati inseriti nel Registro della "Memoria del Mondo" i codici delle biblioteche di Mattia Corvino, conservati in Italia. (aise)

"LA PARLATA GRECA AI TEMPI DI SOCRATE: PROVOCAZIONI FILOLOGICHE":
IL DIRETTORE DELL’IIC DI SOFIA IN CONFERENZA A SALONICCO

Cultura

SALONICCO\aise\4 aprile 2006 - Si terrà domani, 5 aprile, presso la Sala manifestazioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Salonicco, la conferenza "La parlata greca ai tempi di Socrate: provocazioni filologiche" con il prof. Umberto Rinaldi, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Sofia.
Traendo spunto dal suo recente saggio "Il parlato ignoto", il professore effettuerà un’analisi critica dei principi e dei metodi ai quali si ispira l’interpretazione tradizionale della fonetica e fonologia del greco classico.
"È convinzione diffusa che in epoca classica, diciamo verso il V a.C., la lingua conservatasi nei testi che noi leggiamo, di Sofocle o Aristofane, e più tardi di Platone, fosse quella normalmente parlata, se non da tutti, almeno da "oié do kimoi, oié kaloi kai aègaqoi"; che l’ortografia di questi testi fosse fonetica, cioè rispecchiasse esattamente la pronuncia reale: a ogni grafema corrispondeva un fonema fisso, che si può traslitterare, dunque ad esempio "h" vale come "e:" cioè "e" lunga e aperta, ed "ei", dittongo catacrestico, come "e:", cioè "e" lunga e chiusa ecc.", afferma Rinaldi.
"Naturalmente – prosegue – si trovano anche nei testi più antichi, soprattutto epigrafici degli ‘errori’ di ortografia, ma questi sono dovuti a oié fauloi, a quelli che non sapevano bene il greco, e dunque non li prendiamo in esame, li buttiamo nel cestino della spazzatura. Questa situazione ideale cambia con la koine ellenistica: il greco diventa quello che oggi è l’inglese (lingua internazionale), e la diffusione presso alloglotti corrompe la lingua pura originaria; la lingua cambia, anche nella pronuncia (itacismo ad esempio); il neogreco ha le sue origini proprio in questa fase storica".
"Il parlato ignoto" afferma altro. "Noi ci illudiamo di conoscere il parlato reale, ma non è vero", spiega Rinaldi, per tre motivi.
In primo luogo, "le lingue della classicità sono tutte letterarie: la lingua omerica è Kunstsprache (lingua artistica e artificiale nello stesso tempo): da Omero (VIII a.C.?) ad Apollonio Rodio (Argonautiche) a Nonno di Panopoli (Dionisiache) (V d.C.), la lingua dell’epica non cambia e solo le lingue che non si parlano non cambiano; quanto alla lingua di Platone, era quella dell’alta oratoria, non certo quella del mercato (italiano in Italia)". in secondo luogo, "la nostra ortografia del greco classico è tarda; l’ultimo maestro è Erodiano, figlio di Apollonio Discolo, dell’epoca degli Antonini (II d.C.); come può un’ortografia del II d.C. dare informazioni sulla pronuncia del V a.C., cioè di ben 7 secoli prima?". Infine, "il rifiuto di considerare gli "errori" è metodologicamente sbagliato, perché si confondono due competenze completamente diverse: linguistica (capacità di parlare una lingua, che ha ogni parlante nativo) e ortografica (capacità di scrivere secondo le norme scolastiche, e non tutti ce l’hanno). Non è chiaro poi chi conosca il greco: Solomós? Seferis dice di no. Psicharis? Hatzidakis dice di no. L’autore della Cronaca di Morea? Molti dicono di no. Makrogiannis? mah!. Kavafis, che scrive l’articolo plurale femminile come "h" o come "oi", conosceva il greco? Dovrebbe qui essere chiara l’impostazione linguistica: l’ortografia corretta e scolastica non ci interessa perché parliamo di lingua materna: il bambino impara dalla madre dei suoni (fonemi), non delle lettere dell’alfabeto".
"In altri termini", conclude il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Sophia, "nell’impostazione tradizionale si commettono errori metodologici: confusione tra lingua parlata e lingua scritta; tra competenza linguistica e ortografica, tra ortografia e fonetica". (aise)

sabato, aprile 01, 2006

Provaci ancora Aulenti, il rosso accelera il battito cardiaco

NIPPONICA. UN ESPERTO SPIEGA PERCHE’ LA SCELTA DELL’ARCHITETTA E’ STATA UN AZZARDO
di Francesco Galdieri

Duemila firme a Tokyo contro il colore dell'istituto italiano di cultura. Per Caiazzo, docente di cromatologia, «crea uno stato di tensione. Basti pensare che in molte aziende giapponesi le toilette sono rosse col preciso scopo di ridurre i tempi di seduta»
Il Riformista, 31 marzo 2006
Vista dall'Italia la "rivolta" contro il rosso scelto da Gae Aulenti per il nuovo edificio dell'istituto italiano di cultura a Tokyo, è roba dell'altro mondo. Una disputa popolar-istituzional-diplomatica innescata dal rosso-lacca di (una) facciata? Una quisquilia, una bazzecola estetico-cromatica, un'eccentricità dal Sol Levante, stile Tamagochi & company.
Eppure, le duemila firme in calce alla petizione pro re-styling cromatico fanno vacillare le approvazioni inerenti (la forma e) il colore dell'edificio, rilasciate dalle autorità competenti, controvertendo giudizi lusinghieri, come quello del direttore del Museo di arte occidentale di Tokyo, Masanori Aoyagi: «L'edificio è bello, e, poi, il rosso gli dona». Ma stando alle motivazioni addotte dai residenti - capeggiati da tal Kensuke Hashimoto, ultra-settantenne proprietario di una società immobiliare, irritato dal riflesso purpureo sul marmorino degli esterni della sua abitazione, prospiciente i dodici piani oggetto del contenzioso cromatico - il rosso lacca dell'edificio «turba psicologicamente la vita quotidiana». La tonalità costituirebbe una stonatura grossolana con l'ambiente urbanistico-naturale di Chiyoda, uno dei quartieri più suggestivi di Tokyo; da qui dunque la richiesta perentoria di un viraggio cromatico al color crema. Mettici la cassa di risonanza mediatica del quotidiano conservatore Yomiuri (14 milioni di copie); e, strada facendo, aggiungici come supporter il governatore di Tokyo, Shintaro Ishihara, nazionalista dichiarato, a fomentare i sensibili e irritati animi tonal-popolari con dichiarazioni del tipo: «Il colore di quell'edificio è incompatibile con la sensibilità del popolo giapponese», ed è presto fatto. Dalla contesa urbanistica si sconfina nell'incidente diplomatico.
E pensare che, per la scelta, Gae Aulenti si è ispirata alla tradizione nipponica, «il lacca - ha spiegato l'architetta - è il colore dei palazzi imperiali e dei templi». Invece, quella facciata rossa s'ha da rifare: è percettivamente indigesta, sostengono i red-dissident nipponici.
Dal dissenso cromatico al paventato affare di Stato, il passo sembra breve, almeno stando al made for Japan. Una levata di scudi era, in qualche modo, prevedibile, almeno secondo chi di colori se ne intende, e meglio di tutti gli altri. «Dal profilo percettivo il rosso è un colore difficile, - spiega Massimo Caiazzo - molto difficile, perché non si fissa sulla retina, ma richiede un ulteriore sforzo dell'occhio che, così, chiama in causa il cristallino». Massimo Caiazzo è docente ordinario di cromatologia e tecniche grafiche speciali presso 'Accademia "Cignaroli" di Verona. In Italia è uno dei pochi colour consultant, figura creativo- professionale che a livello internazionale vanta un'associazione di categoria, 1'Iacc (International Colour Consultant Association) fondata nel 1957 a Hilversum nei Paesi Bassi, che si occupa della formazione e dell'aggiornamento dei progettisti del colore. Cioè «gli specialisti in grado di utilizzare le potenzialità espressive del colore e della luce artificiale in maniera accurata e cosciente».
«Il rosso in Giappone è colore tradizionale, a cominciare dalla bandiera, un punto rosso su fondo bianco e, con i suoi rimandi simbolici, al sangue, alla guerra, alla bandiera cinese, costituisce un colore ingombrante, problematico, impegnativo; e sottolinea che il legame con il territorio non può tradursi in una pedissequa imitazione dei colori della città antica, ma deve saperne reinterpretare in chiave contemporanea i valori di vivibilità e immediata riconoscibilità». Non solo. «Il rosso - continua Caiazzo - accelera il battito cardiaco e il respiro, creando uno stato di tensione. Basti pensare che proprio in molte aziende giapponesi le toilette dei dipendenti sono di colore rosso con il preciso scopo di ridurre i tempi di seduta». E a proposito dello scontro politico innescatosi a Tokyo? «Non posso fare altro che esprimere la mia solidarietà all'architetto Gae Aulenti sotto il profilo culturale. Mentre come colour consultant non posso affermare che sia stata una scelta felice, poiché il rosso lacca utilizzato su grandi superfici crea un effetto distonico, sottovalutando la valenza "sinestetica" del colore, la sua vocazione all'eteropercettività, che investe non solo la vista ma anche anche l'udito, il tatto, il gusto, l'olfatto, connessi tra loro da un sesto senso, quello psicologico».

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